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Si può lavorare agli arresti domiciliari?

30 Aprile 2022 | Autore:
Si può lavorare agli arresti domiciliari?

Cos’è e in cosa consiste la misura cautelare degli arresti? Cosa può fare la persona ristretta in casa? In quali casi è possibile recarsi a lavoro?

Con gli arresti domiciliari il giudice impone a una persona che è in attesa di giudizio di trascorrere il proprio tempo a casa senza mai allontanarsi. Si tratta di una detenzione a tutti gli effetti, con la differenza che non viene scontata in carcere bensì nella propria abitazione (o in altra dimora). I domiciliari possono sembrare una comodità; in realtà, trascorrere tutte le giornate senza poter mai affacciarsi nemmeno sul pianerottolo è davvero dura. Per non parlare, poi, delle conseguenze per la propria attività lavorativa. È proprio qui che sorge la questione di cui ci occuperemo: si può lavorare agli arresti domiciliari?

Si pensi allo stimato professionista oppure al commerciante che non può uscire di casa perché arrestato; in un caso del genere, può chiedere al giudice di tornare a lavoro? Peggio ancora, poi, se la persona agli arresti non ha una famiglia che può provvedere economicamente al proprio sostentamento. Cosa fare in questi casi? È possibile lavorare agli arresti domiciliari? Vediamo insieme cosa dice la legge.

Arresti domiciliari: cosa sono?

Gli arresti domiciliari sono una misura cautelare che il giudice dispone a carico di quelle persone che, accusate di aver commesso un reato, non possono essere messe in libertà per il pericolo concreto che fuggano, inquinino le prove oppure commettano un nuovo crimine.

In pratica, chi si trova agli arresti domiciliari non è stato condannato in via definitiva, ma è sotto processo, nel senso il giudizio penale sulla sua responsabilità è ancora in corso (o deve ancora cominciare, se si è soltanto nella fase delle indagini preliminari).

Arresti domiciliari: quanto durano?

Proprio perché gli arresti domiciliari non rappresentano una pena ma solo una misura cautelare, hanno una durata massima stabilita dalla legge. In pratica, un indagato/imputato non può stare agli arresti domiciliari per tutta la vita.

Ad esempio, secondo la legge [1], gli arresti domiciliari perdono efficacia se sono decorsi i termini che seguono, senza che sia stato emesso il decreto che dispone il giudizio, l’ordinanza con cui il giudice dispone il giudizio abbreviato oppure senza che sia stato pronunciato patteggiamento:

  • 3 mesi, per un delitto la cui reclusione non supera i 6 anni;
  • 6 mesi, per un delitto la cui reclusione supera i 6 anni;
  • 1 anno per i delitti più gravi, che prevedono la reclusione massima.

Questi termini decorrono da quando hanno avuto inizio gli arresti domiciliari. Quindi, per fare un esempio concreto, se Paolo viene sottoposto agli arresti per spaccio di una piccola quantità di droga e, entro tre mesi, non viene emesso il decreto che fissa l’udienza, allora dovrà essere immediatamente rilasciato.

Arresti domiciliari: si può andare a lavoro?

Con il provvedimento che impone gli arresti domiciliari il giudice fa divieto all’indagato/imputato di uscire dalla propria abitazione o da altro luogo indicato ove scontare la misura cautelare.

Durante i domiciliari, non è possibile abbandonare la casa né ricevere visite, se non quelle del proprio avvocato. Addirittura, il giudice potrebbe vietare di comunicare con persone diverse da quelle che coabitano; in questo caso, dunque, non si potrebbe nemmeno usare il telefono.

Mettiamo il caso che la persona agli arresti abbia bisogno di lavorare, ad esempio per provvedere ai bisogni suoi o della propria famiglia, oppure semplicemente perché la propria attività potrebbe risentire gravemente della sua assenza. In casi del genere, è possibile lavorare durante gli arresti domiciliari?

La legge [2] stabilisce che se l’imputato versa in situazione di assoluta indigenza, il giudice può autorizzarlo ad assentarsi nel corso della giornata per il tempo strettamente necessario per esercitare un’attività lavorativa.

In pratica, è possibile lavorare durante gli arresti domiciliari solo se l’attività da svolgere è essenziale per il sostentamento proprio e/o della propria famiglia, sempreché si sia ottenuta l’autorizzazione del giudice.

È il caso del padre di famiglia che con il proprio lavoro mantiene i figlioletti e la moglie, oppure della donna che accudisce da sola i figli e che non ha altra fonte di guadagno che il proprio impiego da dipendente.

Come fare per lavorare durante gli arresti domiciliari?

Per poter lavorare durante gli arresti domiciliari occorre l’autorizzazione del giudice che ha emesso il provvedimento restrittivo.

Per fare ciò, l’avvocato che assiste l’indagato/imputato potrà fare apposita istanza, allegando la documentazione che dimostra l’assoluta indigenza della persona agli arresti (ad esempio, la certificazione reddituale rilasciata dall’Agenzia delle entrate oppure il Cud) e l’impossibilità di essere mantenuti da altri (ad esempio, dal coniuge o da altre persone conviventi).

Non è invece prova dell’assoluta indigenza il fatto di aver avuto accesso al gratuito patrocinio.

Solo il giudice potrà autorizzare l’arrestato a lasciare la casa per il tempo strettamente necessario per lavorare; se mancasse tale autorizzazione, anche in caso di effettiva necessità di svolgere un impiego si commetterebbe il reato di evasione.


La legge stabilisce che se l’imputato versa in situazione di assoluta indigenza, il giudice può autorizzarlo ad assentarsi nel corso della giornata per il tempo strettamente necessario per esercitare un’attività lavorativa.

note

[1] Art. 303 cod. proc. pen.

[2] Art. 284 cod. proc. pen.

Autore immagine: canva.com/


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