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Trattamenti sanitari obbligatori e rispetto della persona umana

4 Gennaio 2022
Trattamenti sanitari obbligatori e rispetto della persona umana

Articolo 32 Costituzione: come si concilia il diritto alla salute del singolo con l’interesse della collettività.

L’articolo 32 della Costituzione pone il divieto di trattamenti sanitari obbligatori salvo quelli disposti per legge. In ogni caso – specifica la norma – non è possibile violare i limiti imposti dal rispetto della persona.

In tema di vaccinazioni obbligatorie si è lungamente discusso sul significato di tale specificazione. Ci si chiede cioè se un vaccino, non del tutto sicuro sul piano scientifico, possa essere considerato un trattamento sanitario obbligatorio e se possa costituire una violazione al principio del rispetto della persona umana. Sul punto sarà bene osservare qual è il significato attribuito dalla giurisprudenza alle parole dei padri costituenti.

La salute come interesse della collettività e i trattamenti sanitari obbligatori

L’articolo 32, comma 1, della Costituzione qualifica la salute non solo come fondamentale diritto dell’individuo ma anche come interesse della collettività. 

A sua volta, il comma 2 del medesimo articolo prevede la possibilità di trattamenti sanitari obbligatori purché previsti con la legge e nei limiti imposti dal rispetto della persona umana. 

Trattamenti sanitari obbligatori e interesse della collettività alla salute sono da leggersi in stretta continuità, perché proprio e solo l’esigenza di tutelare la dimensione collettiva della salute può legittimare il sacrificio della sua dimensione individuale tramite l’imposizione di trattamenti sanitari [1].

In particolare, la compressione del diritto all’autodeterminazione in materia di trattamenti sanitari può trovare la sua spiegazione esclusivamente nel dovere dell’individuo «di non ledere né porre a rischio con il proprio comportamento la salute altrui, in osservanza del principio generale che vede il diritto di ciascuno trovare un limite nel reciproco riconoscimento e nell’eguale protezione del coesistente diritto degli altri.

Le simmetriche posizioni dei singoli si contemperano ulteriormente con gli interessi essenziali della comunità, che possono richiedere la sottoposizione della persona a trattamenti sanitari obbligatori» [2].

Secondo la Corte Costituzionale [3], la tutela della salute implica «anche il dovere di non ledere né porre a rischio con il proprio comportamento la salute degli altri. Pertanto, ove si profili una incompatibilità tra il diritto alla tutela della salute, costituzionalmente protetto, e i liberi comportamenti che non hanno una diretta copertura costituzionale (come fumare), deve darsi ovviamente prevalenza al primo». 

Le leggi sui trattamenti sanitari obbligatori

Gli unici grandi corpi normativi in cui ad oggi sono previsti i trattamenti sanitari obbligatori sono quelli delle malattie mentali e delle vaccinazioni (antidifterica, antitetanica, antipoliomelitica, contro l’epatite virale B). 

Tali vaccinazioni sono obbligatorie per tutti i nuovi nati. Vi sono poi vaccinazioni obbligatorie che riguardano solo la popolazione adulta in ragione dell’attività svolta e accertamenti sanitari obbligatori come condizione per l’espletamento di determinate attività che comportano rischi per la salute di terzi e soprattutto nel settore della sanità, dell’assistenza e della pubblica sicurezza. 

Con la legge 162/1990 è venuta meno l’obbligatorietà dei trattamenti sanitari riabilitativi per le persone dedite all’utilizzo di sostanze stupefacenti. 

Posta dunque la necessaria sussistenza di un interesse non altrimenti garantibile della collettività, e più specificamente dei suoi membri, a non vedere pregiudicato il proprio diritto alla salute a causa della carenza di salute altrui, l’articolo 32 Cost., co. 2, dispone i limiti di legittimità dell’imposizione obbligatoria di trattamenti sanitari. Affinché un trattamento sanitario obbligatorio possa essere imposto, è necessario che vi sia una legge a prevederlo (riserva di legge): legge che deve essere per forza statale e non anche regionale. Tale legge, da un lato, deve imporre trattamenti sanitari determinati e non mai un generale obbligo di curarsi e mantenersi in buona salute; dall’altro lato, la legge non può violare in nessun modo i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

I limiti imposti dal rispetto della persona umana

Quanto, in particolare, ai limiti imposti dal rispetto della persona umana, il rilievo costituzionale della salute come interesse della collettività, se può consentire che, in nome della solidarietà verso gli altri, ciascuno possa essere obbligato a un determinato trattamento sanitario, non può postulare anche il sacrificio della salute di ciascuno per la salute degli altri: nessuno può essere semplicemente chiamato a sacrificare la propria salute a quella degli altri, fossero pure tutti gli altri [4]. 

Il rispetto della persona umana va dunque primariamente inteso nel senso che il trattamento sanitario imposto deve essere finalizzato, non solo alla tutela della salute collettiva, ma anche al miglioramento della salute della persona alla quale è praticato, non potendo in ogni caso comportare conseguenze negative per la sua salute, salvo quelle normalmente tollerabili in ragione della loro «temporaneità e scarsa entità» (la classica febbre dopo il vaccino) [5]. 

La Corte Costituzionale [6] ha richiamato l’attenzione del legislatore affinché preveda tutte le cautele preventive possibili atte a evitare il rischio di complicanze dovute alle vaccinazioni obbligatorie. 

Ma qualora questo confine fosse superato, qualora cioè il perseguimento dell’interesse alla salute della collettività attraverso l’imposizione di trattamenti sanitari comportasse, per la salute di quanti a essi devono sottostare, conseguenze indesiderate e pregiudizievoli oltre il limite del normalmente tollerabile, allora il rilievo della salute come interesse della collettività non sarebbe sufficiente da solo a giustificare il sacrificio della salute individuale.

Il risarcimento del danno per il trattamento sanitario obbligatorio

A prescindere da qualsiasi valutazione di colpevolezza del danno ma per il semplice fatto obiettivo e incolpevole che vi è qualcuno che subisce un pregiudizio laddove la collettività ne trae un beneficio, la solidarietà – questa volta della collettività verso il singolo – impone che si predisponga, per quanti abbiano ricevuto un danno dall’aver ottemperato all’obbligo del trattamento sanitario, una specifica misura di sostegno consistente in un equo ristoro del danno, in una somma che, pur non potendo essere irrisoria e dovendo tenere conto di tutte le componenti del danno stesso, è modellata equitativamente dal legislatore [7].

L’indennizzo, dunque, è strettamente correlato alla obbligatorietà del trattamento sanitario in vista di un interesse pubblico alla promozione della salute collettiva [8]; cosa che lo rende specificamente differente da qualunque altra evenienza in cui, in nome della solidarietà, la collettività decida discrezionalmente di assumere su di sé, totalmente o parzialmente, le conseguenze di eventi dannosi fortuiti e comunque indipendenti da decisioni che la società abbia preso nel proprio interesse. 

In caso di danno derivante da trattamenti sanitari obbligatori non vi è infatti alcun margine di discrezionalità per il legislatore nel ponderare l’ammontare dell’indennizzo, ma il danno in nome della solidarietà che il singolo si trova a patire fa sì che quella stessa solidarietà comporti per la collettività, e dunque per lo Stato, «un vero e proprio obbligo, cui corrisponde una pretesa protetta direttamente dalla Costituzione» [9]. 

La prima affermazione chiara di un diritto autonomo in forma di indennizzo a favore di colui che avesse riportato un danno a causa di un trattamento sanitario obbligatorio si trova in una sentenza della Corte Costituzionale del 1990 [10], che ha dichiarato incostituzionale la legge 51/1966, «nella parte in cui non prevede, a carico dello Stato, un’equa indennità per il caso di danno derivante, al di fuori vaccinazione obbligatoria, riportato dal bambino vaccinato o da altro soggetto a causa dell’assistenza personale diretta prestata al primo». 

L’imposizione fisica ai TSO

Qualora il trattamento, oltre che obbligatorio, sia anche coattivo, preveda cioè l’imposizione del trattamento attraverso l’uso della coercizione da parte della pubblica autorità, sorge la questione se la disciplina da applicare sia quella più rigorosa in materia di libertà personale dettata dall’articolo 13 Cost., che impone che le restrizioni alla libertà dei singoli siano adottate nei soli casi e modi previsti dalla legge (riserva di legge assoluta), e previo atto motivato da parte dell’autorità giudiziaria (riserva di giurisdizione), oppure se l’articolo 32, co. 2, debba considerarsi norma speciale rispetto all’articolo 13, e dunque debba prevalere quando il fine della coercizione sia di tipo sanitario, non costituendo in ogni caso il trattamento sanitario una misura afflittiva e degradante. Tra le due tesi si è preferita la prima, con applicazione delle garanzie previste dall’articolo 13 della Costituzione.  

La legge 180/1978 e la legge 833/1978 prevedono che «il trattamento sanitario obbligatorio per malattia mentale può prevedere che le cure vengano prestate in condizione di degenza ospedaliera solo se esistano alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici, se gli stessi non vengano accettati dall’infermo e se non vi siano le condizioni e le circostanze che consentano di adottare tempestive e idonee misure sanitarie extraospedaliere». 

Il provvedimento con il quale il sindaco dispone il trattamento sanitario obbligatorio in condizione di degenza ospedaliera deve essere preceduto da proposta motivata del medico, convalidata da altro medico dell’unità sanitaria locale, e motivato; deve essere notificato entro 48 ore dal ricovero al giudice tutelare che, «entro le successive 48 ore, assunte le informazioni e disposti gli eventuali accertamenti, provvede con decreto motivato a convalidare o non convalidare il provvedimento e ne dà comunicazione al sindaco. In caso di mancata convalida il sindaco dispone la cessazione del trattamento sanitario obbligatorio in condizioni di degenza ospedaliera». 


note

[1] Corte Cost. sent. n. 307/1990

[2] Corte Cost. sent. n. 218/1994.

[3] Corte Cost. sent. n. 399/1996.

[4] Corte Cost. sent. n. 118/1996.

[5] Corte Cost. sent. n. 307/1990.

[6] Corte Cost. sent. n. 258/1994.

[7] Corte Cost. sent. n. 307/1990

[8] Corte Cost. sent. n. 226/2000; 423/2000; 522/2000.

[9] Corte Cost. sent. n. 118/1996.

[10] Corte Cost. sent. n. 307/1990.


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