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Stabile convivenza e perdita dell’assegno di mantenimento

4 Gennaio 2022
Stabile convivenza e perdita dell’assegno di mantenimento

Assegno divorzile: secondo le Sezioni Unite della Cassazione, il diritto al mantenimento non decade nel caso di coniuge che abbia rinunciato alle occasioni lavorative durante il matrimonio. 

Una recente sentenza della Cassazione a Sezioni Unite [1] è tornata sul tema della stabile convivenza come causa della perdita dell’assegno di mantenimento. 

La Corte, pur confermando l’indirizzo maggioritario sino ad allora sostenuto, secondo cui la formazione da parte del coniuge divorziato di una nuova famiglia, anche se di fatto, determina la perdita definitiva dell’assegno divorzile, ha tuttavia fatto salva l’ipotesi del coniuge che, durante il matrimonio, con il proprio lavoro domestico, rinunciando alla carriera, alle occasioni lavorative e di crescita professionale, abbia contribuito all’accrescimento della ricchezza dell’ex. Di tale ricchezza è giusto che questi continui a partecipare se, nonostante l’avvio di una nuova convivenza, resti privo di mezzi economici adeguati o impossibilitato a procurarseli per motivi oggettivi. In tale caso – e solo in questo – il coniuge che convive con un’altra persona mantiene il diritto al riconoscimento di un assegno di divorzio a carico dell’ex. 

Cerchiamo allora di fare il punto sull’attuale quadro della giurisprudenza in merito alla relazione che può sussistere tra la stabile convivenza e la perdita dell’assegno di mantenimento.

Quando la convivenza fa perdere il diritto al mantenimento 

La formazione da parte del coniuge divorziato di una nuova famiglia, anche se di fatto e non fondata sul matrimonio, rescinde ogni connessione con il tenore ed il modello di vita caratterizzanti la pregressa convivenza matrimoniale; da ciò deriva pertanto la perdita definitiva dell’assegno divorzile, di cui il medesimo benefici. Sicché, il relativo diritto non entra in stato di quiescenza (che può terminare con la fine della convivenza), ma resta definitivamente escluso [2]. In altri termini, se anche la convivenza dovesse cessare, anche se dopo poco tempo, il diritto all’assegno di mantenimento non resusciterebbe e non potrebbe pertanto essere più rivendicato. Chi decide di avviare una nuova famiglia deve anche assumersi il rischio di un suo eventuale fallimento, senza che tale rischio possa ricadere sull’ex.

Non si deve però trattare di una convivenza occasionale, ma di una vera e propria famiglia, assimilabile all’unione coniugale. Difatti, solo la formazione di un nucleo familiare, tutelato dall’articolo 2 della Costituzione, è espressione di una scelta esistenziale, libera e consapevole, che si caratterizza per l’assunzione piena del rischio di una cessazione del rapporto [3]. Pertanto, solo l’instaurazione da parte del coniuge divorziato di una nuova famiglia, ancorché di fatto, esclude ogni residuo obbligo economico a carico dell’altro coniuge. 

Al contrario, la convivenza di altra natura (come quella con un parente o un amico) non comporta la perdita dell’assegno di mantenimento anche se è vero che, ai fini della quantificazione di tale contributo, si deve comunque tenere conto delle complessive ed effettive condizioni economiche delle parti, e, quindi, anche del fatto che la parte beneficiata si avvantaggi in qualche misura di una convivenza parentale o amicale [4].

Come dimostrare la stabile convivenza?

A fronte di quanto appena ricordato, quindi, per l’obbligato, che chiede l’accertamento della sopravvenuta insussistenza del diritto a percepire l’assegno mensile, sarà sufficiente dimostrare l’instaurazione di una stabile convivenza dell’ex coniuge con un nuovo partner; tale prova integra una presunzione idonea a desumere la formazione di una nuova famiglia di fatto. Dall’altro lato, il beneficiario dell’assegno che voglia mantenere il diritto dovrà provare che la convivenza in essere non integri nel caso concreto la formazione di una nuova famiglia.

Vari possono essere gli elementi di prova della stabile convivenza: il cambio di residenza, l’intestazione delle utenze, la partecipazione alle spese di ristrutturazione della casa, la nascita di un figlio, la vendita dell’immobile ove il partner precedentemente viveva, la garanzia fideiussoria prestata da quest’ultimo con riguardo al pagamento del canone locatizio dell’appartamento ove risiede l’altro partner, ecc.

Come affermato dalle Sezioni Unite [5], il giudice può apprezzare discrezionalmente gli elementi probatori acquisiti e ritenerli sufficienti per la decisione, decidere di attribuire ad essi valore preminente ed escludere implicitamente altri mezzi istruttori richiesti dalle parti.  

Quando anche se c’è convivenza non cessa il diritto al mantenimento 

Come anticipato in apertura, le Sezioni Unite della Cassazione [1] hanno fatto salva l’ipotesi del coniuge che, durante il matrimonio, si sia dedicato al ménage domestico e ai figli, perdendo ogni relazione col mondo lavorativo. A quest’ultimo – a cui va sempre riconosciuto l’assegno divorzile – non può essere negato il contributo versato dall’ex se, nonostante l’avvio di una nuova famiglia, le sue condizioni economiche restano disagiate.

Come spiegato dalla Suprema Corte, «L’instaurazione da parte dell’ex coniuge di una stabile convivenza di fatto, giudizialmente accertata, incide sul diritto al riconoscimento di un assegno di divorzio o alla sua revisione nonché sulla quantificazione del suo ammontare, in virtù del progetto di vita intrapreso con il terzo e dei reciproci doveri di assistenza morale e materiale che ne derivano, ma non determina, necessariamente, la perdita automatica ed integrale del diritto all’assegno. Qualora sia giudizialmente accertata l’instaurazione di una stabile convivenza di fatto tra un terzo e l’ex coniuge economicamente più debole questi, se privo anche all’attualità di mezzi adeguati o impossibilitato a procurarseli per motivi oggettivi, mantiene il diritto al riconoscimento di un assegno di divorzio a carico dell’ex coniuge, in funzione esclusivamente compensativa. A tal fine, il richiedente dovrà fornire la prova:

  • del contributo offerto alla comunione familiare;
  • della eventuale rinuncia concordata ad occasioni lavorative e di crescita professionale in costanza di matrimonio;
  • dell’apporto alla realizzazione del patrimonio familiare e personale dell’ex coniuge».

note

[1] Cass. S.U. sent. n. 32198/2021.

[2] Cass. ord. n. 12335/2021.

[3] Cfr. ex multis Cass. civ., 4 luglio 2018, n. 17453; Cass. civ., 08 febbraio 2016, n. 2466 e Cass. civ., 03 aprile 2015, n. 6855.

[4] Cass. civ.,12 novembre 2019, n. 29317

[5] cfr. Cass. civ., sez. un., 14 dicembre 1999, n. 898.

Autore immagine: depositphotos.com


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