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Cartella esattoriale inviata da Pec non ufficiale

4 Gennaio 2022
Cartella esattoriale inviata da Pec non ufficiale

Agenzia Entrate Riscossione: posta elettronica certificata spedita da indirizzo non ufficiale, notifica nulla.

Si è ormai consolidato l’indirizzo giurisprudenziale secondo cui è nulla la notifica della cartella esattoriale inviata da Pec non ufficiale. Quindi, chi riceve un’email contenente una richiesta di pagamento da parte di Agenzia Entrate o Agenzia Entrate Riscossione ma il cui indirizzo non sia presente nei registri pubblici (il Reginde, tanto per citarne uno) può far finta di nulla. Semmai infatti dovesse seguire un pignoramento, un fermo amministrativo o un’ipoteca, tale atto sarebbe illegittimo per difetto di notifica del cosiddetto «atto presupposto» ossia la cartella di pagamento. 

Procediamo per gradi e cerchiamo di comprendere innanzitutto perché è nulla la notifica Pec fatta da una pubblica amministrazione se l’indirizzo non è estratto dagli elenchi ufficiali; in secondo luogo, verificheremo quali sono tali elenchi ufficiali in modo da comprendere cosa praticamente bisogna fare per accertare se la comunicazione è stata fatta correttamente o meno. 

Nulla la notifica della cartella se proviene da un indirizzo Pec non ufficiale

La nullità della notifica della cartelle esattoriale inviata da una Pec non ufficiale è un principio che si giustifica dal contesto in cui attualmente viviamo. C’è giustamente diffidenza ad aprire un’email proveniente da un indirizzo sconosciuto, ancor più se questa contiene allegati o link. Il rischio di cadere nelle maglie del phishing porterebbe chiunque, nel dubbio, ad astenersi da qualsiasi interazione con il messaggio. E siccome le truffe online oggi avvengono anche tramite Pec, è normale verificare da chi provenga tale comunicazione atteso che molti criminali informatici, nel tentativo di trarre in inganno il destinatario, utilizzano indirizzi – anche certificati – che riportano gli estremi di pubbliche amministrazioni (come la stessa Agenzia delle Entrate). 

Che fa la persona prudente in questi casi? Si collega con il sito istituzionale dell’ente da cui apparentemente proviene la Pec e verifica se l’indirizzo della Pec è quello effettivo. E se sul sito non trova nulla (come spesso succede), per maggior scrupolo fa un ulteriore controllo tramite i registri pubblici degli indirizzi Pec, quelli cioè ove sono riportati tutti gli indirizzi delle pubbliche amministrazioni. Ebbene, se anche in questo caso l’indirizzo non dovesse saltare fuori, allora la notifica dell’atto fiscale è illegittima.

Le sentenze che dichiarano la nullità della cartella inviata da Pec non ufficiale

La conferma di quanto appena detto si trova in un precedente della Commissione Tributaria Provinciale di Roma [1]. La CTP ha detto che, in tema di riscossione delle imposte, laddove la cartella di pagamento provenga da un indirizzo Pec differente da quello contenuto nel pubblico registro IPA (Indice delle Pubbliche Amministrazioni), la notifica deve ritenersi giuridicamente inesistente; tale vizio non viene sanato nemmeno dall’avvenuta impugnazione della cartella stessa.

Il principio è stato confermato anche dalla Commissione Tributaria di Reggio Calabria [2]: anche secondo i giudici calabresi, la notifica della cartella esattoriale è nulla se l’Ente della Riscossione non utilizza la Pec attribuita all’Agenzia delle Entrate Riscossione, presente nell’elenco ufficiale “IPA” (Indice delle Pubbliche Amministrazioni), bensì un irrituale ed ignoto indirizzo.

Sul punto, in tema di notifica a mezzo Pec, l’art. 26, D.P.R. n. 602/73, l’art. 16- terdel D.L. 179/2012. convertito in Legge n. 221/2012 recita testualmente: «a decorrere dal 15 dicembre 2013, ai fini della notificazione e comunicazione degli atti in materia civile, penale, amministrativa e stragiudiziale si intendono per pubblici elenchi quelli previsti dagli articoli 4 e 16, comma 12, del presente decreto, ovvero “IPA“, “Reginde“, “Inipec“». È a questi tre quindi che bisogna far riferimento per verificare se l’indirizzo Pec usato dal fisco sia quello ufficiale o meno. 

Nel caso di specie, è stato ritenuto che l’unico indirizzo legittimamente utilizzabile da Agenzia Entrate Riscossione è protocollo@pec.agenziariscossione.gov.it. Tutte le email provenienti da altri indirizzi possono quindi essere cestinate. È il caso, ad esempio, delle Pec provenienti da indirizzi non ufficiali o sconosciuti come notifica.campania@cert.equitaliasud.it, notifica.acc.campania@pec.agenziariscossione.gov.it, notifica.campania@cert.equitaliariscossione.it ,  notifica.acc.lombardia@pec.agenziariscossione.gov.it.

In sintesi, la notifica della cartella Pec può ritenersi valida solo se:

  • la Pec del mittente (come ad esempio quella dell’Agenzia delle Entrate o dell’Agente per la Riscossione esattoriale) è estratta dagli indici specificatamente previsti dal Ministero;
  • la Pec del destinatario (ossia del contribuente persona fisica o di una società) è stata estratta dagli indici specifici indicati e previsti dal Ministero.

Altri precedenti sparsi [3] confermano la stessa linea. 

Come verificare se la Pec proviene da un indirizzo ufficiale 

Come abbiamo detto sopra, ai sensi dell’attuale legge, si intendono per pubblici elenchi i seguenti registri: 

  • IPA (www.indicepa.gov.it);
  • Reginde [4];
  • Inipec (www.inipec.gov.it).

Quindi, la notifica della cartella esattoriale è nulla se la Pec, contenente la cartella, è spedita da una email certificata non presente in uno di tali elenchi ministeriali. 


È da ritenersi priva di effetti giuridici e, dunque, inesistente la notifica a mezzo Pec della cartella esattoriale proveniente da un indirizzo diverso da quello di «protocollo@pec.agenziariscossione.gov.it» non presente nell’Ipa-Pec. Come stabilito dall’articolo 3 bis comma 1, della legge 53/1994, la notifica con modalità telematica può essere eseguita solo utilizzando una Pec del notificante risultante dai pubblici elenchi. È questo un punto su cui si sono attestate, nei mesi scorsi, le pronunce di diverse commissioni tributarie, tra cui (in ordine di tempo), la Ctp di Ferrara con la sentenza 80 del 15 marzo 2021, di Reggio Calabria con la sentenza 3369 del 6 agosto 2021, la Ctr del Lazio con la sentenza 4508 del 12 ottobre 2021 e la Ctp di Roma con le sentenza 11779 del 29 ottobre 2021 (e, prima ancora, la Ctp di Napoli con la sentenza 5232 dell’8 luglio 2020 e la Ctp di Roma con la sentenza 2799 del 28 febbraio 2020), tutte chiamate a pronunciarsi sulla spinosa e ricorrente questione relativa all’utilizzo da parte dell’agenzia delle Entrate-Riscossione di indirizzi Pec non presenti nell’Ipa.

note

[1] CTP Roma sent. n. 2799/2020 del 28.02.2020. 

[2] CTP Reggio Calabria, sent. n. 3369/2021 del 6.08.2021.

[3] CTP Roma, sent. n. 601/2020,  CTP Perugia, sent. n. 379/2019; CTP Napoli sent. n. 5232/2020, Cass., ord. 27 giugno 2019, n.17346, CTP Benevento sent. n. 82/01/2021 depositata il 23/02/2021, CTP Milano 2555/07/2021 depositata il 11/06/2021.

[4] Per effettuare l’iscrizione al ReGIndE, il professionista deve essere munito di: a)

Tramite il portale ministeriale dedicato ai servizi telematici, raggiungibile all’indirizzo https://pst.giustizia.it, il professionista può effettuare, in completa autonomia e gratuitamente, la registrazione del proprio indirizzo PEC all’interno del ReGIndE per l’abilitazione alla ricezione delle notifiche telematiche effettuate dalla Cancelleria ed al deposito telematico degli atti.

Autore immagine: depositphotos.com

Comm. trib. prov.le Roma sez. VII, 28/02/2020, (ud. 17/01/2020, dep. 28/02/2020), n.2799

Fatto

La società (omissis…), rappresentata e difesa come in atti, proponeva, in data 8.03.2019, reclamo/ricorso avverso la cartella di pagamento n. (omissis…) notificata dall’Agenzia della Riscossione di Roma in data 8.01.2019, su richiesta dell’Agenzia delle Entrate DP III di Roma avente a oggetto l’asserito credito per I.R.A.P. 2015 emerso a seguito di verifica ex art. 36-bis D.P.R. n. 600 del 1973, perché non notificata allo stesso da parte del concessionario alla riscossione per ragioni inerenti e connesse a essa notifica. Precisava che in allegato alla PEC non vi era alcun atto e, pertanto aveva richiesto all’Agente della riscossione copia dell’estratto di ruolo e della cartella.

La ricorrente impugnava la cartella eccependo varie irregolarità inerenti le formalità delle cartelle di pagamento e degli atti a esse presupposti e/o, comunque, connessi.

Eccepiva l’inesistenza giuridica della notifica della cartella di pagamento per omesso invio della stessa i in particolare ne sosteneva l’inesistenza giuridica perché proveniente da un indirizzo PE. del mittente non riferibile all’Agenzia delle Entrate Riscossione e inesistente ovvero notifica.acc.lazio@pec.agenzia.riscossione.gov.it.; sosteneva che nel caso di specie la proposizione del ricorso non sanava l’inesistenza giuridica della notifica; l’illegittimità della cartella di pagamento per difetto di motivazione; nullità della cartella per omessa notifica dell’avviso bonario; violazione della L. n. 212 del 2000 e del diritto di difesa costituzionalmente garantito; l’illegittimità per omessa indicazione della base di calcolo degli interessi; l’illegittimità per intervenuta decadenza dell’Ufficio dal potere di riscossione; incompetenza territoriale dell’Ente impositore perché la stessa spettava alla DP 1 e non alla DP IL Concludeva, previa sospensione, con la richiesta di declaratoria d’inesistenza giuridica della notifica della cartella di pagamento opposta e, quindi, l’annullamento della pretesa impositiva. Vittoria di spese da liquidarsi ex art. 93 ai difensori e trattazione della controversia in pubblica udienza.

Con memoria telematica del 2.01.2020 si costituiva l’Agenzia delle Entrate Riscossione di Roma la quale, in via preliminare eccepiva l’inammissibilità del ricorso per regolare e rituale notifica della cartella di pagamento; l’inammissibilità del ricorso avverso l’estratto di ruolo per regolare notifica della cartella; l’inammissibilità per violazione dei termini di cui all’art. 21 del D.Lgs. n. 546 del 1992; l’inammissibilità dell’azione perché volta ad introdurre un’azione di mero accertamento intesa, tra l’altro alla declaratorio dell’estinzione della pretesa per asserita prescrizione; l’inammissibilità per carenza di interesse ad agire del ricorrente; l’insussistenza delle eccezioni sollevate in ordine alla notifica a mezzo PEC per avvenuta consegna dell’atto; l’insussistenza di tutte le altre eccezioni di diritto e di merito sollevate dalla contribuente; il difetto di legittimazione passiva sulle eccezioni riferibili all’Ente impositore del quale ne chiede l’integrazione del contraddittorio a cura della ricorrente.

Chiedeva in via preliminare, la declaratoria di inammissibilità del ricorso per i motivi esposti; nel merito chiedeva il rigetto dello stesso e la condanna del ricorrente alle spese di giudizio. Vittoria di spese.

La data della trattazione è stata tempestivamente notificata alle parti costituite nel domicilio eletto, ai sensi di quanto previsto dall’art. 31 del D.Lgs. n. 546 del 1992, come verificato preliminarmente dalla Commissione.

La discussione è avvenuta in pubblica udienza e la Commissione ha deciso come da dispositivo.

Diritto

Il Collegio visti gli atti e gli scritti difensivi delle parti, ritiene che il ricorso sia fondato. Preliminarmente il Collegio, ritiene di dover esaminare le eccezioni d’inammissibilità del ricorso sollevate dalla resistente.

Il ricorso è stato proposto in data 8.03.2019 avverso la cartella di pagamento notificata a mezzo PEC in data 8.01.2019 e precisamente il 59 giorno dalla notifica.

In allegato al ricorso la parte ha prodotto (quale atto impugnato) la copia della cartella di pagamento e non l’estratto di ruolo. Infatti la ricorrente, siccome afferma che in allegato alla PEC non vi era alcuna cartella ne sarebbe venuto in possesso con la copia rilasciata dall’Ufficio in uno con la copia della relata di notifica.

Come contestato dalla ricorrente la costituzione in giudizio dell’Ufficio avvenuta il 2 gennaio 2020 deve ritenersi tardiva per quanto alla documentazione probatoria prodotta.

Le eccezioni preliminari sollevate sono infondate sia per quanto all’estratto di ruolo sia per quanto alla tempestività della proposizione del ricorso.

Tra l’altro, senza voler attribuire valore probatorio al documento, l’AdER in allegato alla memoria di costituzione riporta come allegato la prova dell’avvenuta notifica della cartella ma tale documento è indisponibile perché non si apre e quindi, è come se non fosse stato prodotto.

Fatta tale chiarezza necessità verificare se la notifica della cartella deve ritenersi giuridicamente inesistente oppure no.

L’eccezione sollevata dalla ricorrente, contrariamente all’assunto dell’Ufficio è fondata perché, come risulta dalla copia della notifica prodotta dalla parte, essa notifica è stata spedita da un indirizzo PE. non riconducibile all’Agenzia delle Entrate Riscossione presente nell’elenco ufficiale “IPA” (Indice delle Pubbliche Amministrazioni”), ossia protocollo@pec.agenziariscossione.gov.it, bensì un irrituale ed ignoto indirizzo ((omissis…)).

La notifica della cartella esattoriale è insanabilmente nulla (nella forma giuridica della nullità), in quanto l’Ente della Riscossione, in qualità di soggetto notificante, non aveva utilizzato la PEC attribuita all’Agenzia delle Entrate – Riscossione.

In conclusione, dai documenti versati in atti è emerso il fatto storico inconfutabile che la cartella di pagamento è state trasmesse da un indirizzo PE. differente da quello contenuto nel pubblico registro (IPA) per la notifica dei provvedimenti esattivi di natura tributaria; tale scenario risulta in contrasto con la richiamata normativa, pertanto la contestata notifica deve ritenersi priva di effetti giuridici e di conseguenza gli atti impugnati sono nulli.

Le spese di giudizio seguono la soccombenza e sono liquidati come da dispositivo.

PQM

La Commissione

• accoglie il ricorso e per l’effetto dichiara inesistente la notifica della cartella impugnata.

• Condanna l’Agenzia resistente al pagamento delle spese di lite, liquidate in Euro 1.000,00 oltre oneri di legge, in favore dei difensori della ricorrente.

Così deciso in Roma il 17 gennaio 2020.


CTP Reggio Calabria Sezione 3 sen. n. 3369 del 6 agosto 2021 n. 3369

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

La Commissione Tributaria Provinciale di REGGIO CALABRIA Sezione 03, riunita in udienza il 10/06/2021 alle ore 11:30 con la seguente composizione collegiale:

RUPE FRANCESCA, Presidente

PANTANO GIULIA, Relatore

DRAGO TIZIANA, Giudice

in data 10/06/2021 ha pronunciato la seguente SENTENZA – sul ricorso n. 3034/2019

depositato il 07/07/2019 proposto da

(…)

Difeso da

(…) ed elettivamente domiciliato presso (…)

contro

Ag.entrate – Riscossione – Roma-

Via Paul Harris, 28 87100 Cosenza CS

elettivamente domiciliato presso protocoilo@pec.agenziariscossione.gov.it Avente ad oggetto l’impugnazione di:

– ESTRATTO DI RUOLO n. (…) TASSE AUTOMOBILISTICHE 2013 – ESTRATTO DI RUOLO n. (…) TASSE AUTOMOBILISTICHE 2014 a seguito di discussione in pubblica udienza

(…) adiva la Commissione Tributaria di Provinciale di Reggio Calabria, proponendo ricorso contro l’Agenzia delle Entrate Riscossione per ottenere l’annullamento dell’iscrizione a ruolo c della cartella di pagamento n. (…) anno di imposta 2013-2014

tassa smaltimento rifiuti per un ammontate al netto di interessi e sanzioni di euro 1.436,72.

Premetteva che – al fine di verificare l’esistenza di eventuali posizioni debitorie – aveva

ricevuto in data 29 gennaio 2019 l’estratto di ruolo in cui era richiamata la cartella indicata contenente la cartella asseritamente notificata in data 12 aprile 2018 ed afferente l’anno di imposta 2013-2014 e riportante una presunta iscrizione a ruolo per crediti dovuti a titolo di tasse automobilistiche.

Rilevava:

L’omessa notifica della cartella di pagamento e degli atti presupposti;

L’assenza di motivazione e di indicazione dei presupposti alla base del calcolo degli interessi e delle sanzioni pecuniarie applicate.

L’illegittimità dell’aggio di riscossione senza la prova dell’effettiva attività svolta per il recupero delle imposte.

Nullità degli atti impugnati per intervenuta decadenza dei termini di notifica della stessa, in violazione dell’art. 25 comma 1 lettera c) del DPR 602/1973 La prescrizione del credito.

Si costituiva l’Agenzia della Riscossione evidenziando:

L’inammissibilità dell’impugnazione dell’estratto di ruolo per notifica della cartella di pagamento avvenuta in data 12 aprile 2018 a mezzo pec, con relativa refertazione, sicché non era possibile contestare la fondatezza della pretesa creditoria;

L’inammissibilità di fare valere con l’opposizione all’esecuzione ex art. 615 c.p.c. i fatti estintivi del credito successivi alla formazione del titolo esecutivo, in particolare la prescrizione.

Quanto agli importi degli interessi, evidenziava che quelli erano di pertinenza dell’ente impositore, atteso che solo dopo la notifica della cartella il computo avviene da parte dell’Agente della Riscossione.

Infondatezza dell’eccezione di prescrizione, applicandosi quella decennale.

Ad ogni modo chiedeva la cessazione della materia del contendere perché la cartella in contestazione era stata pagata tramite conto corrente postale in data 18 dicembre 2019 e produceva estratto cartella alla data del 24 gennaio 2020.

Nella memoria depositata in vista dell’udienza del 15 aprile 2021, la parte rilevava l’assoluta legittimità dell’impugnazione del ruolo dopo la notifica della cartella per accertare effetti estintivi del credito verificatisi dopo la notifica della cartella stessa.

Evidenziava ancora la tardività dell’integrazione del contraddittorio, essendo stata la costituzione della controparte tardiva.

Quanto alla prova della notifica dell’atto impugnato, evidenziava che l’Agente della Riscossione aveva depositato il solo estratto di ruolo che non costituisce prova.

Inoltre aveva depositato un documento in formato eml invalido e inidoneo a confutare le deduzioni della ricorrente e tea l’altro utilizzando un indirizzo pec non oggettivamente e con certezza riferibile all’agente della riscossione.

Rilevava infine che la mancata chiamata in causa dell’ente creditore non costituisce violazione del contraddittorio.

MOTIVI DELLA DECISIONE

La Commissione ritiene il ricorso vada accolto.

E’ senz’altro ammissibile l’ impugnazione del ruolo allorquando si pone in discussione la notifica della cartella.

Tale diritto va in linea di principio senz’altro riconosciuto; ma il suo esercizio deve avvenire nel rispetto del termine generale di impugnazione di cui all’art. 21 del decreto leg. 546/1992.

In ordine alla impugnabilità dell’estratto di ruolo inteso non quale mero “documento” rappresentativo, bensì nel suo sostrato sostanziale e contenutistico di atto amministrativo pretensivo riferito ad una specifica posizione soggettiva nel caso di mancata notificazione della cartella di pagamento che di esso si fonda, si è infatti espressa la Suprema Corte a Sezioni Unite 19704/2015, secondo cui “il contribuente può impugnare la cartella di pagamento della quale a causa dell’invalidità della relativa notifica sia avvenuto a conoscenza solo attraverso un estratto di ruolo rilasciato su sua richiesta dal concessionario della riscossine; a ciò non osta l’ultima parte del comma 3 dell’art. 19 del decreto leg. 546/1992 in quanto una lettura costituzionalmente orientata impone di ritenere che l’impugnabilità di un atto precedente non notificato unitamente allatto successivo notificato non costituisca l’unica possibilità di far valere l’invalidità della notifica di un atto del quale il contribuente sia comunque venuto legittimamente a conoscenza e quindi non escluda la possibilità di far valere l’invalidità stessa anche prima, giacché l’esercizio del diritto

alla tutela giurisdizionale non può essere compresso, ritardato, reso più difficile o gravoso, ove non ricorra la stringente necessità di garantire diritti o interessi di pari rilievo, rispetto ai quali si ponga un concreto problema di reciproca limitazione”.

Orbene, posto questo principio, resta che la facoltà di impugnazione deve essere, esercitata secondo la regola generale, nel rispetto dei termini previsto di 60 gg ex art. 21 cit.; sicché l’avvenuta conoscenza dell’esplica effetto non soltanto alla determinazione in capo al contribuente della legittimazione ad impugnare ma anche al termine di esercizio di tale legittimazione (Cassazione sentenza tir 13584 depositata il 330 maggio 2017).

Tanto più considerato che né la tipologia non direttamente impositiva dell’atto impugnato, né le modalità non notificatone della sua conoscenza da parte del contribuente sono in grado di mutare l’ipotetica configurazione, in realtà non prevista dall’ordinamento, dì un’azione, sempre proponibile, di accertamento negativo del debito tributario la natura prettamente impugnatomi del processo di cui l’atto viene a costituire l’oggetto precipuo; con conseguente applicabilità delle modalità generali di introduzione del giudizio di impugnazione a cominciare appunto dal termine decadenziale di proposizione.

E’ dunque evidente che tale termine deve essere sempre osservato per il solo fatto che l’impugnazione sia proposta; ed indipendentemente dalla sua facoltatività in tutti quei casi in cui si ritenga comunque la permanenza in capo al contribuente del diritto di impugnare anche il primo atto impositivo in senso stretto che gli sia successivamente notificato (Cassazione 2616/2015; 15597/15; 20611/2016)

Assodato quindi che per ragioni di tutela del contribuente e di buon andamento della P.A (valori che presuppongono entrambi la sollecitazione tempestiva e non esperibile sine die della verifica giurisdizionale) ogni atto adottato dall’ente, impositore che porti a conoscenza una specifica pretesa tributaria con esplicitazione delle sue concrete ragioni fattuali e giuridiche, ed anche senza necessità che si manifesti in forma autoritativa, è impugnabile davanti al giudice tributario per quanto non incluso nell’elenco di cui all’articolo 19 del decreto leg. 546/1992, è tuttavia necessario che l’impugnazione così proposta risponda alla disciplina generale che le è propria.

In primo luogo dovrà rispondere dunque al requisito di tempestività ex art. 21 del decreto leg. 546/1992, requisito la cui sussistenza deve essere provata per regola generale dallo stesso ricorrente con riguardo alla data di avvenuta conoscenza dell’atto enunciativo della pretesa tributaria contestata.

Nel caso concreto il contribuente ha dimostrato di essere venuto a conoscenza del molo in data 29 gennaio 2019 (producendo la copia rilasciata a richiesta dall’Agenzia delle Entrate Riscossione) ed è stato proposto nel marzo 2019.

Il contribuente ha però evidenziato – ed era ovviamente l’unico modo per la legittimità dell’impugnazione dell’estratto di ruolo – che non aveva mai ricevuto la notifica della cartella.

L’Agente della Riscossione ha ritenuto di aver dato prova di avere assolto l’onere probatorio afferente la corretta notificazione della cartella nr (…) tramite pec.

Il ricorrente, dunque, al fine di annullare integralmente il debito erariale – nelle more del giudizio – ha di contro evidenziato che la notifica della cartella esattoriale era insanabilmente viziata (nella forma giuridica della nullità), in quanto l’Ente della Riscossione, in qualità di soggetto notificante, non aveva utilizzato la PEC attribuita all’Agenzia delle Entrate – Riscossione, presente nell’elenco ufficiale “IPA” (Indice delle Pubbliche Amministrazioni), bensì un irrituale ed ignoto indirizzo.

Sul punto, in tema di notifica a mezzo PEC, l’art. 26, D.P.R. n. 602/73, l’art. 16- terdel D.L. 179/2012. convertito in Legge n. 221/2012 recita testualmente: “a decorrere dal 15 dicembre 2013, ai Eni della notificazione e comunicazione degli atti in ma teda civile, penale, amministrativa e stragiudiziale si intendono per pubblici elenchi quelli previsti dagli articoli 4 e 16, comma 12, del presente decreto, ovvero “IPA”, “Reginde”, “Inipec”

Orbene: la verifica, effettuata dal ricorrente, in relazione all’indirizzo di Posta Certificata dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione, evidenziava che all’esattore notificante era stato assegnato un indirizzo PEC differente, rispetto a quello utilizzato nelle notifiche in contestazione.

Sulla scorta di tali notizie, emergeva la considerazione che l’indirizzo PEC in commento, ossia protocollo@pec.agenziariscossione.gov.it era l’unico valido e pertanto utilizzabile legittimamente dall’Agenzia delle Entrate-Riscossione per scopi notificatori con validità legale delle cartelle esattoriali tributarie.

Per cui, dall’analisi dei documenti versati in atti dall’esattore nel corso del giudizio, di contro, si evinceva che la cartella di pagamento era state trasmessa da un indirizzo PEC diverso da quello contenuto nel pubblico registro, il tutto in palese violazione della richiamata normativa.

Orbene, ritiene la Commissione che sia da accogliete il ricorso del contribuente perché la casella PEC, adoperata dall’Ente della Riscossione in sede di notifica della cartella esattoriale, è collegata ad “un soggetto che non si conosca, e cioè da un indirizzo PEC diverso da quello contenuto nei pubblici registri”.

In effetti, “l’art. 26, D.P.R. n. 602/73, l’art. 16-ter del D.L. 179/2012, recita, testualmente: “a decorrere dal 15 dicembre 2013, ai fini della notificazione e comunicazione degli atti (…) si intendono per pubblici elenchi quelli previsti dagli articoli 4 e 16, comma 12, del presente decreto ovvero “IPA”, “Reginde”, “Inipec”.

Nel caso in esame, però l’Ente della Riscossione non ha utilizzato l’indirizzo ufficiale presente in IPA (Indice delle Pubbliche Amministrazioni), ossia protocollo@pec.agcnziariscossione.gov.it, bensì notifica.acc.calabria@pec.agenziariscossione.gov.it.

In conclusione, dai documenti versati in atti dall’esattore è pertanto emerso il fatto storico inconfutabile che la cartella di pagamento è stata trasmessa da un indirizzo PEC differente da quello contenuto nel pubblico registro (IPA) per la notifica dei provvedimenti esattivi di natura tributaria.

Tale situazione risulta in contrasto con la richiamata normativa.

Pertanto la contestata notifica è da ritenersi priva di effetti giuridici, di conseguenza l’atto impugnato è da ritenersi nullo.

P.Q.M.

Accoglie il ricorso. Condanna l’Agente della Riscossione al pagamento di euro 100,00 da distrarsi in favore del procuratore antistatario.


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