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Si può sospendere la partita Iva?

4 Maggio 2022 | Autore:
Si può sospendere la partita Iva?

Cosa deve fare chi lascia temporaneamente un’attività professionale o autonoma per non pagare più tasse del dovuto?

Chi ha un’attività in proprio e vuole fermarsi per un periodo di tempo può sospendere la partita Iva? Il ragionamento che chiunque farebbe (o vorrebbe fare) è il seguente: perché devo pagare le tasse lasciando attivo quel tipo di rapporto con il Fisco se non esercito la professione come autonomo o tengo chiuso il negozio per mesi o per qualche anno?

Ragionamento ineccepibile. Ma solo in teoria: la partita Iva la si apre e la si chiude ma non la si sospende. A meno che si abbia una ditta individuale e si metta in affitto l’unica azienda. Lo vedremo più avanti. Negli altri casi, che si faccia parte del regime ordinario o forfettario, vediamo se si può sospendere la partita Iva.

Partita Iva: quando è obbligatoria?

La partita Iva è una sequenza di 11 cifre che identifica in maniera univoca chi esercita un’attività rilevante ai fini dell’imposizione fiscale indiretta. La sequenza è preceduta da una sigla relativa allo stato di appartenenza del soggetto (ad esempio IT per Italia, FR per Francia, ES per Spagna, ecc.).

Il numero, che rimarrà invariato per tutto il periodo in cui svolge l’attività, viene rilasciato dall’Agenzia delle Entrate al momento dell’apertura della partita Iva, che può essere fatta sia presso lo sportello dell’Agenzia sia in modalità telematica attraverso il portale delle Entrate.

Devono aprire la partita Iva i liberi professionisti, i lavoratori autonomi ed i titolari di un’azienda per poter dichiarare i propri guadagni e, quindi, pagare le tasse.

Chi ha la partita Iva riceve dal cliente l’imposta sul valore aggiunto attraverso una maggiorazione sul prezzo di vendita di un bene o di un servizio. Quella parte di incasso in più va successivamente versata al Fisco. Tale imposta può essere:

  • minima al 4% per i beni di prima necessità (come, ad esempio, i generi alimentari);
  • ridotta o agevolata al 10% per servizi turistici, ristorazione, lavori di manutenzione ordinaria o straordinaria sugli edifici, ecc.;
  • ordinaria al 22% per le altre categorie.

Quindi, la partita Iva deve essere aperta da chiunque avvii un’attività professionale o autonoma (persone fisiche o giuridiche) e ceda beni o presti servizi nel territorio dello Stato italiano nell’esercizio di impresa o in quello di arti e professioni, purché svolga l’attività in maniera continuativa.

Per far scattare l’obbligo di partita Iva, il Fisco collega il requisito dell’abitualità dell’esercizio dell’attività, ai limiti di reddito fissati per il lavoro occasionale. Viene considerato tale quello che procura, nell’anno civile, dei compensi non superiori a 5.000 euro, al netto di contributi. Pertanto, chi non è lavoratore dipendente e ha un reddito annuo fino a 5.000 euro frutto di prestazioni autonome non è tenuto ad aprire la partita Iva e a versare una ritenuta d’acconto del 20%.

Partita Iva: quale differenza tra regime ordinario e forfettario?

Chi ha una partita Iva, che si tratti di un professionista, di un autonomo o del titolare di un’impresa, fattura i propri incassi e paga le tasse a seconda del regime fiscale scelto, cioè quello ordinario e quello forfettario.

Quest’ultimo è quello che si rende più interessante perché comporta il versamento di una percentuale più bassa di imposte, cioè del 15% sul reddito imponibile. Tale imposta viene considerata sostitutiva di quelle ordinarie come l’Irpef, le addizionali regionale e comunale, ecc., ed è fissata al 5% per i primi cinque anni di attività se:

  • non è stata esercitata nei tre anni precedenti l’attività artistica, professionale o d’impresa, anche in forma associata o familiare;
  • l’attività avviata non può essere considerata in alcun modo la mera prosecuzione di un’altra precedentemente svolta sotto forma di lavoro dipendente o autonomo, a meno che si sia trattato di un periodo di pratica obbligatoria.

Può aderire al regime forfettario chi nell’anno precedente ha contemporaneamente:

  • avuto ricavi o compensi, ragguagliati ad anno, non superiori a 65.000 euro (se si esercitano più attività, contraddistinte da codici Ateco diversi, bisogna considerare la somma dei ricavi e dei compensi relativi alle diverse attività esercitate);
  • sostenuto spese per un importo complessivo non superiore a 20.000 euro lordi per lavoro accessorio, lavoro dipendente e compensi a collaboratori, anche a progetto, comprese le somme erogate sotto forma di utili da partecipazione agli associati con apporto costituito dal solo lavoro e quelle corrisposte per le prestazioni di lavoro rese dall’imprenditore o dai suoi familiari.

Non possono, invece, aderire al regime forfettario:

  • le persone fisiche che si avvalgono di regimi speciali ai fini Iva o di regimi forfettari di determinazione del reddito;
  • i non residenti, ad eccezione di chi risiede in uno degli Stati membri dell’Unione europea o in uno Stato aderente all’Accordo sullo Spazio economico europeo che assicuri un adeguato scambio di informazioni e che producono in Italia almeno il 75% del reddito complessivamente realizzato;
  • i soggetti che effettuano, in via esclusiva o prevalente, operazioni di cessione di fabbricati o porzioni di fabbricato, di terreni edificabili o di mezzi di trasporto nuovi;
  • gli esercenti attività d’impresa, arti o professioni che partecipano contemporaneamente a società di persone, associazioni professionali o imprese familiari ovvero che controllano direttamente o indirettamente società a responsabilità limitata o associazioni in partecipazione, le quali esercitano attività economiche direttamente o indirettamente riconducibili a quelle svolte individualmente;
  • le persone fisiche la cui attività sia esercitata prevalentemente nei confronti di datori con i quali sono in corso o erano intercorsi rapporti di lavoro nei due precedenti periodi d’imposta ovvero nei confronti di soggetti direttamente o indirettamente riconducibili a tali datori di lavoro, fatta eccezione per chi inizia una nuova attività dopo aver svolto il periodo di pratica obbligatoria ai fini dell’esercizio di arti o professioni;
  • coloro che nell’anno precedente hanno percepito redditi di lavoro dipendente e/o assimilati di importo superiore a 30.000 euro, tranne nel caso in cui il rapporto di lavoro dipendente nell’anno precedente sia cessato (sempre che in quello stesso anno non sia stato percepito un reddito di pensione o un reddito di lavoro dipendente derivante da un altro rapporto di lavoro).

Partita Iva: è possibile sospenderla?

Che si faccia riferimento al regime ordinario o a quello forfettario, non è possibile sospendere una partita Iva. Come si diceva all’inizio, la si può aprire e la si può chiudere ma non la si può «congelare». Altro discorso è che si decida di passare da un regime fiscale ad un altro: quello è assolutamente possibile.

Significa che chi, ad esempio, ha iniziato un’attività come libero professionista e poi viene assunto come lavoratore dipendente in un’azienda potrà decidere se mantenere attiva la partita Iva oppure chiuderla. Nel secondo caso, non sarà più costretto a pagare alcunché, dato che l’imposizione fiscale a suo carico avverrà tramite la busta paga.

Se, invece, decide di mantenere attiva la partita Iva, non pagherà le tasse sul fatturato visto che non avrà più un reddito come libero professionista. Dovrà, però, versare i contributi previdenziali obbligatori anche quando non percepisce alcun compenso.

Partita Iva: quando è possibile sospenderla?

Abbiamo detto prima che, pur non potendo sospendere una partita Iva, esiste un’eccezione. Si tratta del caso in cui ci sia un affitto di azienda.

In pratica, questo tipo di contratto prevede l’Iva ordinaria al 22%. Ma se il titolare di una ditta individuale cede in locazione l’unica azienda che possiede, non è costretto a pagare l’Iva, poiché in questo caso non ha più una posizione Iva aperta.



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