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Ex moglie benestante: va mantenuta?

5 Gennaio 2022 | Autore:
Ex moglie benestante: va mantenuta?

Se la donna è ricca, possiede immobili o proviene da una famiglia agiata ha diritto all’assegno divorzile?

Sei stato sposato con una donna piuttosto ricca: disponeva di proprie sostanze e di un cospicuo patrimonio immobiliare. La sua famiglia di origine era agiata; le ha intestato la proprietà di molti beni e non le ha mai fatto mancare il necessario (e neanche il superfluo). Adesso, stai divorziando e lei pretende che tu le versi un assegno mensile per provvedere al suo mantenimento. Non lo ritieni giusto, anche perché durante il matrimonio tu hai sempre lavorato per provvedere alle esigenze della famiglia, mentre lei è stata sollevata da questo onere grazie al contributo garantito dai suoi genitori. Così ti domandi: l’ex moglie benestante va mantenuta?

Negli ultimi anni, la giurisprudenza ha fissato condizioni sempre più restrittive per il riconoscimento dell’assegno divorzile. In passato, era necessario garantire all’ex coniuge il precedente tenore di vita; adesso, questo criterio rimane valido solo durante la fase della separazione ma non più dopo il divorzio. Da quel momento l’assegno viene attribuito solo a chi, per varie ragioni, è economicamente debole e non è in grado di mantenersi da sé. Non conta neppure la sproporzione tra i rispettivi redditi e patrimoni dei due ex coniugi: il mantenimento, dopo il divorzio ha – come afferma da tempo la Corte di Cassazione [1] – una funzione «assistenziale, compensativa e perequativa», cioè consiste in un sostentamento versato in favore di chi è privo di risorse economiche proprie o delle capacità lavorative necessarie per guadagnarle.

Bisogna, però, tenere conto anche del ruolo ricoperto dalla moglie casalinga, soprattutto se ella, dedicandosi alle incombenze domestiche, ha sacrificato le sue aspettative di carriera, così favorendo i guadagni del marito: dopo il divorzio, è giusto che ne ottenga una parte. Ma questo criterio cade quando la donna appartiene a una famiglia agiata o è comunque autonomamente benestante: una nuova ordinanza della Cassazione [2] ha eliminato l’assegno divorzile a una ex moglie, 54enne, che si trovava in tali condizioni di benessere economico. Inoltre, questa donna era in possesso di una laurea in giurisprudenza che, volendo, avrebbe potuto mettere a frutto nel mondo del lavoro.

Quindi, i principi e i criteri che entrano in gioco per stabilire se l’ex moglie benestante va mantenuta sono diversi e possono variare parecchio, dando luogo a decisioni anche eclatanti, come nel caso al quale abbiamo accennato sopra: i giudici possono anche disporre lo stop ad un assegno divorzile già riconosciuto in precedenza, ma che viene meno tenendo conto delle mutate condizioni economiche dell’ex coniuge beneficiario, o anche di chi è obbligato al pagamento.

Mantenimento ex moglie: quando spetta?

L’art. 156 del Codice civile sancisce che, a seguito della separazione coniugale, il mantenimento è disposto qualora l’ex coniuge «non abbia adeguati redditi propri». In questa fase, l’importo dell’assegno viene parametrato (sull’accordo delle parti o con la decisione del giudice) in base alle condizioni economiche degli ex coniugi, tenendo conto anche del contributo apportato da ciascuno alla formazione del patrimonio familiare. Qui viene in rilievo il mantenimento dell’ex moglie casalinga che ha deciso di dedicarsi alla cura della casa e della famiglia e ha così rinunciato alla carriera, al completamento degli studi e a un lavoro retribuito. Il mantenimento, invece, viene sempre negato se il richiedente dispone di redditi adeguati a garantirgli la conservazione del tenore di vita di cui godeva durante il matrimonio.

Con il divorzio le cose cambiano e i criteri per attribuire il mantenimento in favore dell’ex sono del tutto diversi: il precedente tenore di vita non conta più, e l’assegno di divorzio viene riconosciuto solo quando è necessario fornire un sostegno economico all’ex coniuge che non è in grado di mantenersi in modo autonomo. Anche l’entità dell’assegno è commisurata a questa soglia e non va oltre, neppure quando chi è tenuto a versarlo è facoltoso. Inoltre, l’incapacità di mantenersi deve essere incolpevole: perciò non spetta il mantenimento all’ex moglie che non cerca lavoro, pur essendo in condizioni di farlo per età, condizioni di salute e titoli di studio posseduti. L’assegno divorzile non può costituire una rendita parassitaria per vivere a carico dell’ex coniuge.

Assegno di divorzio: spetta all’ex moglie ricca?

Da quanto abbiamo detto emerge chiaramente che una ex moglie ricca – intendendo per tale colei che ha elevati redditi propri o dispone di un cospicuo patrimonio personale – non avrà diritto a ricevere l’assegno divorzile da parte dell’ex marito. Infatti, la legge sul divorzio [3] dispone che questo emolumento spetta soltanto quando l’ex coniuge «non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive».

La giurisprudenza ha negato il mantenimento alle donne economicamente indipendenti, e dunque autosufficienti grazie alle proprie risorse; talvolta, ha riconosciuto solo un importo minimo in favore di ex mogli dotate di un reddito modesto (ad esempio, lo stipendio di un insegnante) ma comunque adeguato per provvedere autonomamente alle proprie esigenze di vita [4]. La più recente pronuncia della Corte di Cassazione sul tema ha eliminato l’assegno divorzile (prima riconosciuto pari a 300 euro mensili) ad una ex moglie che aveva già ottenuto l’assegnazione della casa coniugale e che, soprattutto, poteva godere di redditi derivanti dall’affitto dei propri appartamenti e di «importanti cespiti, mobiliari e immobiliari». Questi proventi erano in grado di garantirle la piena autosufficienza al punto che, all’esito del giudizio, la sua posizione economica è stata riconosciuta più solida di quella dell’ex marito. Leggi il provvedimento completo nel box “sentenza” sotto questo articolo.


note

[1] Cass. S.U. sent. n. 18287/2018, n. 32398/2019 e n. 11796/2021.

[2] Cass. ord. n. 42145 del 31.12.2021.

[3] Art. 5, co.6, L. n. 898/1970.

[4] Cass. ord. n. 21504 del 27.07.2021 e [n. 22241 del 04.08.2021.

Cass. civ., sez. I, sent. 31 dicembre 2021, n. 42145

Presidente Acierno – Relatore Scalia

Fatti di causa

1. La signora F.F. ricorre con quattro motivi, illustrati da memoria, per la cassazione della sentenza in epigrafe indicata con cui la Corte d’appello di Torino – in parziale accoglimento degli appelli in via principale ed incidentale proposti dalle parti ed in riforma della sentenza del Tribunale di Novara n. (omissis) , pronunciata in un giudizio introdotto per la cessazione degli effetti civili del matrimonio contratto il (omissis) da F.F. e R.P. – ha incrementato la misura dell’assegno di contributo a carico del padre per il mantenimento della figlia maggiorenne, ma non autosufficiente, della coppia, G. , fino al concorso di Euro 600 mensili, e, per quanto ancora rileva in giudizio, ha revocato l’assegno divorzile già riconosciuto nella misura di Euro 300 mensili in favore della richiedente F. .
2. La Corte di merito, in applicazione dei principi sanciti da Cass. n. 11504 del 2017, ritenuta l’autosufficienza economica della richiedente – termine che ha apprezzato in ragione: della intervenuta assegnazione in suo favore della ex casa coniugale; della laurea in giurisprudenza che avrebbe potuto assicurarle, ove messa a frutto, adeguati redditi; del godimento di redditi, anche se contenuti; della titolarità di importanti cespiti mobiliari ed immobiliari – nella qualificata natura alimentare della posta richiesta, ha revocato l’assegno divorzile.
3. Resiste con controricorso, illustrato da memoria, R.P. .
Ragioni della decisione
1. Con il primo e secondo motivo la ricorrente fa valere la violazione, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, e la violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.
La ricorrente deduce che la Corte d’appello, così incorrendo nelle dedotte violazioni, con l’impugnata sentenza ha obliterato le circostanze spese nella conclusionale e nelle repliche con cui la prima aveva rimarcato:
a) la “enorme disparità reddituale” tra le parti e l’impossibilità per lei, che aveva richiesto l’assegno, di svolgere un’esistenza libera e dignitosa con i redditi posseduti frutto degli immobili goduti (il piccolissimo affitto ricavato da un appartamento in (…); la disponibilità per i figli e le loro vacanze dell’immobile in (omissis) ; la proprietà dell’immobile in (…) in capo alla propria madre);
b) la scelta condivisa, e non propria, con il coniuge di non lavorare per crescere i due figli e la possibilità data al marito di diventare dirigente d’industria nonché la durata del matrimonio;
c) la rinuncia della richiedente a svolgere la professione di avvocato per dedicarsi alla famiglia e l’erroneità del giudizio reso, secondo il quale la richiedente avrebbe potuto all’età di 54 anni “riciclarsi” nel mondo del lavoro.
Era quindi mancata la valutazione perequativa-compensativa dell’assegno divorzile secondo l’intervenuto arresto delle SSUU 11/07/2018 n. 18287.
I redditi dell’ex coniuge erano pari ad Euro 50 mila netti.
2. Con il terzo e quarto motivo, la ricorrente fa valere la violazione degli artt. 91 e 92 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e motivazione inesistente (con richiamo all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5).
La Corte d’appello non aveva motivato sul motivo con cui la ricorrente, appellante in via incidentale, aveva dedotto l’erroneità della statuizione adottata dal primo giudice in materia di spese di lite per una erronea stimata reciproca soccombenza delle parti, e, ancora, in grado di appello, in difetto dell’indicato estremo nonché della novità o del mutamento registrato nella giurisprudenza o sui “gravi ed eccezionali motivi” di cui a Corte costituzionale n. 77 del 2017.
4. Il ricorso è inammissibile per le ragioni di seguito indicate.
I criteri attributivi e determinativi dell’assegno divorzile non dipendono dal tenore di vita godibile durante il matrimonio, operando lo squilibrio economico patrimoniale tra i coniugi unicamente come precondizione fattuale, il cui accertamento è necessario per l’applicazione dei parametri di cui alla L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, prima parte, in ragione della finalità composita – assistenziale perequativa e compensativa – del detto assegno (Cass. 11/12/2019, n. 32398; Cass. 05/05/2021, n. 11796; Cass. 11/07/2018, n. 18287).
Non si è realizzata, rispetto alla richiedente, la precondizione al godimento dell’indicata posta data dal peggioramento della situazione economico-patrimoniale dell’avente diritto a causa del divorzio.
2. Piuttosto, la condizione della ex moglie, come confermato anche in appello dalla Corte torinese, è complessivamente più solida del marito e tanto è stato fin dall’inizio della vita matrimoniale in ragione di una più forte consistenza reddituale della famiglia di origine che ha formato il livello reddituale della prima, come poi mantenuto in costanza di matrimonio.
3. La Corte di merito, affidando l’assunta statuizione a due rationes decidendi, ha escluso, da un canto, lo squilibrio economico- patrimoniale tra le parti che, insussistente al momento del matrimonio, non ha determinato, per ciò stesso, un impoverimento, al venir meno del vincolo coniugale, della ex moglie che godeva e continua a godere di immobili ed entrate in ragione dell’agiata posizione economica della famiglia di origine, pur non lavorando.
4. Per ulteriore ratio, complementare alla prima, i giudici di appello hanno poi ritenuto che la signora F. , avvocato, abbia un titolo che le consenta di immettersi sul mercato del lavoro restando comunque titolare di redditi che le garantiscono un’ampia autosufficienza economica.
5. Le due rationes decidendi non concludentemente censurate in ricorso a fronte delle ritenute evidenze fattuali, cui si connette la stima sulla invarianza dei redditi della richiedente prima e dopo il matrimonio, rendono inammissibili le proposte censure.
6. Le spese di lite seguono la soccombenza e sono liquidate come in dispositivo indicato.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello per il ricorso, ove dovuto, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.
Si dispone che ai sensi del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52 siano omessi le generalità e gli altri dati identificativi in caso di diffusione del presente provvedimento.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna F.F. a rifondere a R.P. le spese di lite che liquida in Euro 2.500,00 per compensi ed Euro 200,00 per esborsi oltre spese generali al 15% forfettario sul compenso ed accessori di legge.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello per il ricorso, ove dovuto, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.
Si dispone che ai sensi del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52 siano omessi le generalità e gli altri dati identificativi in caso di diffusione del presente provvedimento.


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1 Commento

  1. questo mi sembra anche giusto perche’ fare questo significa ancora estorcere denaro cos’ come anche per chi e’ titolare di stipendio come insegnate non e’ giusto chiedere ulteriori finanziamenti dal marito visto che lo stipendio da insegnante, contrariamente da come dite, puo’ garantire un’ottima vita e condurrre al meglio una vita dignitosa

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