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Animali esotici illegalmente in casa: cosa si rischia?

5 Gennaio 2022 | Autore:
Animali esotici illegalmente in casa: cosa si rischia?

Quali sanzioni per chi non rispetta le regole sulla vendita di esemplari d’importazione. Che cosa dice la legge sull’adozione di specie selvatiche.

Non sempre è possibile soddisfare un desiderio, soprattutto quando ciò che si vuole è vietato dalla legge. Succede, ad esempio, a chi vuole come compagno di vita in appartamento un animale esotico non commerciabile e la cui cattività in casa o in gabbia non è consentita. Ci sono delle specie, infatti, che devono restare nel loro habitat, perché a rischio estinzione o perché pericolose per la salute o per l’integrità del padrone e della sua famiglia. Non c’è bisogno di pensare a una pantera o a un cobra: è vietato perfino tenere in cattività – come ha ricordato recentemente la Cassazione – un semplice cardellino, cioè un inoffensivo uccellino riconosciuto come specie protetta. Quindi, chi detiene animali esotici illegalmente in casa cosa rischia?

In Italia, una legge stabilisce quali sono gli animali (anche esotici) che si possono tenere in un appartamento come animali da compagnia. Ma c’è anche una convenzione internazionale, la Cites, che è stata firmata da oltre un centinaio di Paesi allo stesso scopo, cioè per chiarire se si può fare le coccole quotidianamente a un’iguana, a un pitone o a una tartaruga da terra. Tra le altre specie. In altre parole, spiega cosa si rischia a tenere illegalmente in casa degli animali esotici. Vediamo.

La legge sugli animali esotici in casa

Dal 1975 è in vigore in Italia la Convenzione di Washington sul commercio internazionale delle specie di fauna e flora selvatiche minacciate da estinzione. L’accordo, noto come Cites, è stato firmato da 127 Paesi di tutto il mondo allo scopo di garantire che, laddove sia consentito, lo sfruttamento commerciale internazionale di una specie sia sostenibile per la specie stessa e compatibile con il ruolo ecologico che riveste nel suo habitat. In altre parole: che l‘animale non soffra nella sua nuova condizione e che la continuità della specie non venga minacciata.

Quante sono queste specie protette dalla Cites? Decine di migliaia: negli elenchi della Convenzione ce ne sono oltre 36mila, tra animali e piante, senza alcuna distinzione tra esemplari vivi o morti. Ci sono delle regole ben precise che riguardano anche le loro parti (si pensi al classico esempio dell’avorio degli elefanti o della pelle di leopardi, tigri, visoni, ecc.) ed i prodotti ricavati da animali e piante.

La Convenzione è stata adottata in tutti i Paesi dell’Unione europea e, nello specifico, vieta l’importazione, la riesportazione, il trasporto, la vendita, l’esposizione e la detenzione degli animali protetti contenuti negli elenchi della Cites. Tra questi, pappagalli, scimmie, rettili, felini e animali selvatici come daini, cinghiali o volpi, oltre ad animali impagliati, gusci di tartaruga o pelo di felini.

Come avere un animale esotico in casa?

Chi decide di non accontentarsi del classico cagnolino, del gatto o del canarino e vuole adottare un animale esotico deve rivolgersi al Corpo Forestale dello Stato o al ministero per la Transizione ecologica, creato da Mario Draghi e ora competente in materia. In questo modo, sarà possibile consultare la documentazione relativa alla Cites, sapere quale animale adottare e chiedere la relativa autorizzazione.

Sono passaggi che possono sembrare noiosi ma fondamentali sia per la tutela dell’animale sia per evitare una sanzione piuttosto salata, oltre alla confisca dell’animale e, in caso di recidiva, l’arresto da sei mesi a due anni. Questo è il rischio che si corre per schivare la normativa e procurarsi un amico selvatico di compagnia sul mercato nero.

Seguendo quanto disposto dalla Convenzione di Washington e dalla legge applicata in Italia, dunque, per poter avere un animale esotico in casa bisogna ricordare che:

  • non si può importare, riesportare, trasportare, vendere, esporre e detenere gli esemplari tutelati dalla Cites senza specifici permessi. Sono previste delle apposite sanzioni, anche di carattere penale, in caso di violazioni della Convenzione e dei Regolamenti Comunitari;
  • si può importare e/o riesportare animali, loro parti e prodotti derivati inclusi nelle Appendici della Cites e negli allegati dei regolamenti comunitari solo se autorizzati. Servono infatti dei permessi che riportino dati precisi sulla specie che si vuole portare a casa, come data di rilascio e di validità, denominazione scientifica e comune della specie, descrizione esatta della merce e gli estremi dell’origine/provenienza della stessa, ecc. In Italia, i certificati sono rilasciati dal Corpo Forestale dello Stato e dal ministero della Transizione ecologica tramite la Direzione Generale per il Patrimonio Naturalistico. Il controllo avviene presso i nuclei operativi Cites del Corpo Forestale presenti nelle 23 sedi doganali italiane.

Quali animali esotici è legale tenere in casa?

Rispettando le procedure e munendosi delle dovute autorizzazioni per l’acquisto e l’adozione di un animale esotico, è possibile tenere in casa alcune specie, Ne citiamo alcune a titolo esemplificativo:

  • gechi;
  • tartarughe di terra;
  • pappagalli;
  • iguane;
  • chinchilla;
  • camaleonti;
  • merli indiani;
  • porcellini d’india;
  • alcuni tipi di serpenti;
  • furetti;
  • draghi barbuti;
  • ricci africani;
  • rane bombine;
  • pesci tropicali;
  • granchi eremiti.

Per evitare di incorrere in qualche sanzione, e poiché la garanzia sulla provenienza degli animali è fondamentale per ottenere un valido permesso, è importante acquistare l’esemplare presso un negozio specializzato e autorizzato alla vendita di queste specie.

Cosa si rischia a tenere un animale esotico illegalmente?

Come si diceva prima, chi non rispetta le regole sull’acquisto di un animale esotico rischia una multa piuttosto salata: si può arrivare fino a 150mila euro, oltre all’arresto da sei mesi a due anni.

La necessità di verificare la provenienza dell’animale si rende evidente anche dalla recente sentenza che trovi in fondo a questo articolo con cui la Cassazione [1] ha condannato un uomo al pagamento di un’ammenda perché trovato un possesso di tre cardellini (uccellini esotici protetti) acquistati in una fiera e tenuti in gabbia, senza anello identificativo e senza che al padrone fosse stata consegnata la dovuta documentazione.

Secondo l’uomo, il venditore gli aveva garantito che i cardellini erano nati in cattività e che, per questo, la vendita degli uccellini era assolutamente lecita. Ovviamente, una verifica più scrupolosa sulla provenienza di questi esemplari gli avrebbe evitato l’ammenda di 700 euro più la confisca e la distruzione della gabbia in cui i volatili erano custoditi.

Approfondimenti

Per maggiori approfondimenti leggi: Tenere in casa animali esotici è illegale?


note

[1] Cass. sent. n. 3/2022 del 03.01.2022.

Cass. pen., sez. III, ud. 3 novembre 2021 (dep. 3 gennaio 2022), n. 3

Presidente Liberati – Relatore Gentili

Ritenuto in fatto

Il Giudice della udienza preliminare del Tribunale di Agrigento, con sentenza del 1 dicembre 2020, emessa in esito a decreto penale opposto con richiesta di celebrazione del giudizio nelle forme del rito abbreviato, ha dichiarato la penale responsabilità di F.A. in ordine al reato di cui alla L. n. 157 del 1992, art. 30, comma 1, lett. b), così riqualificata la originaria imputazione di violazione dell’art. 648 c.p., in quanto lo stesso, secondo la rubrica a lui contestata, al fine di procurarsi un ingiusto profitto, acquistava o comunque riceveva tre esemplari vivi di uccello della specie particolarmente protetta carduelis carduelis, abitualmente denominata cardellino, da lui custoditi all’interno di una gabbia privi di anello identificativo e della relativa documentazione, e lo ha pertanto condannato alla pena di Euro 700,00 di ammenda, ordinando altresì la confisca e la distruzione della gabbia ove i due predetti esemplari erano custoditi.

Ha proposto ricorso per cassazione il prevenuto, affidando le sue lagnanze a 4 motivi di ricorso.

Il primo motivo attiene alla nullità della sentenza in quanto in essa non è stata considerata la carenza dell’elemento soggettivo del reato contestato, posto che gli esemplari di volatili erano stati acquistati dal F. in una fiera per la vendita degli animali consentita e sottoposta a controlli.

Il secondo motivo di ricorso riguarda la nullità della sentenza impugnata per non essere stata dichiarata la non punibilità del fatto stante la sua particolare tenuità, questione sulla quale il Tribunale non ha speso una parola.

Il terzo motivo attiene alla entità della pena ed in particolare alla mancata applicazione delle circostanze attenuanti generiche nella loro massima estensione, delle quali il prevenuto sarebbe stato meritevole, avendo egli un solo precedente penale, essendo di giovane età e nutrendo passione per gli animali.

Il quarto motivo attiene alla mancata concessione della sospensione condizionale della pena, che è stata negata dal Tribunale in quanto a carico del F. vi è un precedente penale; ha rilevato il ricorrente che tale precedente, non superando il coecervo delle pene a lui inflitte il limite dei due anni di reclusione, non era ostativo alla concessione del beneficio; pertanto, la sentenza che lo ha negato è errata.

Considerato in diritto

Il ricorso proposto dal F. è in parte fondato e, pertanto, deve essere accolto, con il conseguente annullamento della sentenza impugnata sia pure solo per quanto di ragione.

Chiaramente inammissibile, infatti, è il primo motivo di censura, formulato da parte del ricorrente avverso la sentenza emessa a suo carico; infatti, il motivo di ricorso ha ad oggetto la pretesa nullità della sentenza impugnata in quanto il Tribunale girgentano non avrebbe adeguatamente valutato il fatto che, per avere il F. acquistato gli esemplari di cardellino, nel cui possesso lo stesso è stato sorpreso, nel corso di una fiera per la vendita di animali, lo stesso aveva fatto ragionevolmente affidamento sulla legittimità del commercio in questione.

Egli, infatti, ha, in maniera invero piuttosto vaga, sostenuto in sede di ricorso di essere stato rassicurato, anche attraverso la dichiarata “sussistenza di tutti i certificati”, dal venditore dal quale avrebbe acquistato le bestiole che si trattava di animali commerciabili in quanto nati in cattività.

L’argomento, al di là della sua concludenza, è tuttavia privo della necessaria specificità, avendo il ricorrente – il quale non ha contestato il fatto che le bestie in questione appartenessero a specie ornitologiche oggetto di protezione – del tutto omesso di chiarire sulla base di quale elemento di giudizio egli aveva fondato la affermazione della originaria cattività degli animali in questione.

Al riguardo ribadisce questa Corte il principio giurisprudenziale in forza del quale, sebbene sia possibile, per il detentore di un esemplare di fauna selvatica, dimostrarne la provenienza non illegittima, con conseguente esclusione di sua responsabilità penale, tuttavia il relativo l’onus probandi incombe, però, su di lui e non sull’accusa, posto che la regola generale stabilita dalla L. n. 157 del 1992, art. 21, comma 1, lett. e), è quella del divieto di detenzione di esemplari di fauna selvatica.

Nel caso di specie la difesa del F. si è limitata a postulare la circostanza che questi avesse ricevuto dal venditore degli animali della rassicurazioni in ordine alla legittimità del commercio di essi, e, pertanto, dell’acquisto da lui compiuto e della successiva sua detenzione degli esemplari ornitologici in discorso, senza però fornire alcun dato in ordine all’effettivo contenuto di tali rassicurazioni ed in ordine al loro grado di affidabilità; elemento quest’ultimo di fondamentale importanza, in quanto esso sarebbe stato rilevante solo ove fosse stato idoneo a far escludere a carico dell’imputato un giudizio anche solo di avventatezza o comunque imprudenza nell’avvenuto acquisto, posto che, trattandosi di reato contravvenzionale, lo stesso sarebbe stato ravvisabile anche sulla sola base di un atteggiamento soggettivo dell’agente improntato alla colposità della condotta posta in essere.

La totale genericità dell’argomentazione spesa al riguardo dal ricorrente rende inammissibile la censura.

Infondato è anche il motivo di ricorso avente ad oggetto la, astratta, quantificazione della pena cui il F. è stato condannato, senza che siano state riconosciute in suo favore le circostanze attenuanti generiche nella loro massima estensione.

Ed invero – premesso che la pena concretamente inflitta all’imputato è stata determinata esclusivamente in termini pecuniari (il che, in relazione ad un reato che, invece, prevede, alternativamente, anche la pena detentiva, è fattore che di per sé giustifica una particolare sintesi motivazionale; si veda, infatti, sul punto: Corte di cassazione, Sezione III penale, 18 settembre 2015, n. 37867) sulla base di una pena di Euro 2.000,00 di ammenda.- rileva la Corte che la riduzione per la applicazione della attenuanti generiche è stata contenuta in misura appena inferiore al terzo in considerazione della discrezionalità che in tale materia è riconosciuta all’organo giudicante di merito, tale da poter essere sindacata di fronte al giudice della legittimità solo se esercitata in termini illegali ovvero manifestamente irrazionali, cosa che nel presente caso la modestia dello scostamento dal massimo della riduzione effettuabile porta indubbiamente ad escludere.

Come emerge dalla lettura della sentenza impugnata è poi stata correttamente applicata la ulteriore diminuente, per la scelta del rito, nella misura della metà della pena, trattandosi, appunto, di reato contravvenzionale.

Per le esposte ragioni, salvi ed impregiudicati i riflessi che su di esso potranno avere le statuizioni che ora seguiranno, la censura riguardante direttamente il trattamento sanzionatorio è, pertanto, inammissibile.

Va, infatti, segnalato che sono, invece, fondate le doglianze aventi ad oggetto la omessa motivazione in relazione alla possibilità di ritenere non punibile il fatto addebitato al F. ai sensi dell’art. 131 bis c.p., ed in relazione alla mancata concessione in favore dell’imputato della sospensione condizionale della pena.

Quanto al primo aspetto si rileva che effettivamente in sede di discussione finale la difesa del ricorrente, alla udienza del 1 dicembre 2020, ebbe a concludere la propria arringa difensiva chiedendo la “assoluzione per la peculiare tenuità del fatto”; dovendo tale richiesta essere interpretata, al di là della imprecisione terminologica, la cui causale è, verosimilmente, attribuibile anche alla frettolosa verbalizzazione, siccome volta a sollecitare la affermazione della non punibilità del fatto ai sensi dell’art. 131 bis c.p., osserva la Corte che al riguardo la sentenza impugnata è del tutto muta, sicché la stessa, stante la evidenziata omissività, deve essere annullata con rinvio al medesimo Tribunale di Agrigento, affinché esso si pronunzia sul tema sino ad ora pretermesso.

Parimenti annullata, con rinvio, la sentenza deve essere in punto di riconoscimento del beneficio della sospensione condizionale della pena.

Infatti, il Tribunale di Agrigento ha ritenuto non estensibile al F. la sospensione condizionale della pena sulla dichiarata base di un “precedente penale a carico”; tale motivazione è, quanto meno, incompleta posto che l’esistenza di un solo precedente, per come riferito nella sentenza impugnata, non è fattore che si pone come oggettivamente ed autonomamente ostativo al riconoscimento del beneficio, operando il vincolo negativo solamente nel caso il cui l’entità della pena a suo tempo sospesa, sommata a quella successivamente irrogata, superi i limiti massimi per la concedibilità della sospensione condizionale del trattamento sanzionatorio.

La sentenza impugnata deve, pertanto, essere annullata con rinvio in ordine ai due argomenti sopra descritti, il secondo dei quali il giudice del merito dovrà evidentemente, esaminare solo nel caso in cui, in sede di rinvio dovesse ritenere non riconducibile il fatto commesso dal F. al paradigma normativo di cui all’art. 131 bis c.p..

Visto l’art. 624 c.p.p., l’affermazione della responsabilità dell’imputato in ordine al medesimo fatto è, oramai, definitiva, essendo rimastie sub iudice solo questioni attinenti al trattamento sanzionatorio.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata limitatamente al riconoscimento della causa di non punibilità di cui all’art. 131 bis c.p. e del beneficio della sospensione condizionale della pena, con rinvio per nuovo giudizio al Tribunale di Agrigento.

Dichiara inammissibile il ricorso nel resto e definitiva l’affermazione di responsabilità.


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