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Minaccia al datore di lavoro per il pagamento degli stipendi

5 Gennaio 2022
Minaccia al datore di lavoro per il pagamento degli stipendi

Cosa rischia chi, per ottenere un pagamento, minaccia verbalmente il debitore al fine di costringerlo a consegnargli i soldi?

Cosa rischia il dipendente che minaccia il datore di lavoro per ottenere da questi il pagamento degli stipendi arretrati o del Tfr? Ipotizziamo il caso di un lavoratore che, a seguito di numerosi solleciti, non abbia ricevuto dall’azienda le somme dovute per le ultime buste paga. Le rassicurazioni a più riprese fornite dal suo capo non sono servite a placare in lui l’ira per la situazione. Così si reca nell’ufficio di quest’ultimo per recriminare quanto gli spetta per legge. «Non me ne vado di qui se non mi avrai dato fino all’ultimo centesimo», gli dice, rincarando la dose con vaghe allusioni all’uso della violenza. 

Il datore di lavoro, costretto dalla situazione, apre un cassetto e stacca un assegno, ma il giorno dopo lo denuncia per estorsione. Il dipendente si difende sostenendo di aver esercitato un proprio diritto, seppur in modo turbolento, ma giustificato dal clima incandescente venutosi a creare proprio a causa dell’inadempienza del datore e dalle difficoltà economiche che la sua famiglia ha dovuto subire a seguito di tale comportamento. 

Ebbene, quali sono le conseguenze di una eventuale minaccia al datore di lavoro per il pagamento degli stipendi? La questione è stata affrontata di recente dal tribunale di Taranto [1]. Secondo i giudici pugliesi è indubbio che il comportamento del dipendente che esercita una “pressione” – sia essa psicologica o fisica – nei confronti del proprio datore di lavoro per ottenere le buste paga costituisca un reato. Si tratta però di definire di quale reato si debba parlare: se di minaccia, di estorsione o di esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza sulle persone. La soluzione finisce per influire soprattutto sulla pena. E non c’è dubbio che la più grave sia quella dell’estorsione, per la quale è prevista  la reclusione da cinque a dieci anni e la multa da 1.000 a 4.000 euro.

Ebbene, nel caso di specie, secondo la sentenza in commento, si può parlare del reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza sulle persone, per il quale l’articolo 393 del Codice penale prevede la reclusione fino a un anno. La pena è aumentata se la violenza o la minaccia alle persone è commessa con armi.

L’estorsione scatta quando il reo agisce per ottenere una prestazione che, altrimenti, non potrebbe rivendicare dinanzi a un giudice [2]. Qualora invece il soggetto agisca con l’intento di esercitare un preteso diritto, tutelabile davanti all’autorità giudiziaria, è ravvisabile il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni (art. 393 Cod. pen.), senza che l’intensità e/o la gravità della violenza o della minaccia utilizzata possano indurre a qualificare il fatto a titolo di estorsione (art. 629 Cod. pen.) [3].

La dimostrazione del comportamento può essere costituita dalla stessa dichiarazione della vittima, che nel processo penale assume valore di prova (a differenza di quanto avviene nel processo civile).

L’interpretazione comunque non è nuova. Già nel 2015 il tribunale di Perugia [4] aveva chiarito che il fatto di agire a tutela di un proprio diritto, riconosciuto dall’ordinamento, non giustifica una richiesta economica rivolta alla persona offesa mediante violenza. Tale condotta è quindi qualificabile come esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alle persone e non come estorsione.

In sintesi, i giudici pugliesi chiosano con il seguente principio di diritto: «integra il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni, non già tentata estorsione, la condotta dell’imputato che mediante minacce verbali e fisiche spinga la persona offesa a corrispondergli una somma di denaro che risulti comunque allo stesso dovuta in forza del precedente rapporto di lavoro vigente tra le parti e a seguito delle trattenute sul t.f.r. poste in essere dalla p.o. nei confronti dell’imputato nonché per la presenza di altre voci di credito».

Il lavoratore quindi dovrebbe agire solo attraverso l’autorità giudiziaria, ossia facendo ricorso al tribunale ordinario o segnalando l’episodio all’Ispettorato territoriale del lavoro. Invece, se esercita una minaccia, verbale o fisica, sul datore di lavoro passa dalla parte della ragione a quella del torto e, pur non perdendo il proprio credito – che può sempre rivendicare con un’azione giudiziale ed eventualmente con un pignoramento – può comunque essere querelato dalla vittima. 

La querela deve essere sporta dal datore di lavoro che ha subìto la violenza entro 3 mesi dal compimento del fatto e va presentata presso la Procura della Repubblica oppure presso Carabinieri o Polizia di Stato.


note

[1] Trib. Taranto, sent. n. 1827/2021.

[2] Cass. sent. n. 42940/2014.

[3] Cass. sent. n. 24293/2014.

[4] Trib. Perugia, sent. n. 7/15 del 2.02.2015.

 


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