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Indegnità a succedere: quando

5 Gennaio 2022
Indegnità a succedere: quando

Tutti i casi in cui si perde la qualità di eredi: i casi e le condizioni, la sentenza del giudice e l’effetto retroattivo. 

L’articolo 463 del Codice civile stabilisce quando c’è indegnità a succedere. La norma prevede sei comportamenti particolarmente gravi che determinano la perdita di ogni diritto sull’eredità, anche in capo ai parenti più prossimi (ad esempio figli e coniuge). 

Le cause per cui, pur potendo astrattamente essere considerati eredi, nei fatti non lo si diventa sono due: quando si è diseredati e quando si è dichiarati indegni.

Se la diseredazione è un’attività che compie il soggetto che redige il testamento (esprimendo, in modo chiaro ed esplicito, all’interno del testamento stesso, la volontà di diseredare qualcuno), la dichiarazione di indegnità, invece, è successiva alla morte del soggetto della cui eredità si tratta ed è fatta dal giudice su ricorso di uno degli eredi. Lo scopo di tale azione è fare in modo che il tribunale, dopo aver accertato l’indegnità di uno degli eredi sulla base delle cause indicate dal Codice civile, lo escluda dalla divisione del patrimonio del defunto. 

Ma procediamo con ordine e cerchiamo di capire quando c’è indegnità a succedere.

Chi è l’indegno a succedere?

In generale, la legge considera indegno, e quindi incapace di succedere, chi ha tenuto un comportamento riprovevole nei confronti del defunto, a tal punto da escluderlo dalla successione di quest’ultimo anche se nel relativo testamento non è contenuta alcuna diseredazione. Difatti le cause di indegnità potrebbero essere ignote al defunto o addirittura realizzate in un momento successivo alla morte. 

Peraltro, gli effetti dell’indegnità scattano solo dal momento della pronuncia del giudice che ha accertato il comportamento illecito dell’erede.

I casi di indegnità sono riconducibili ad attentati alla persona fisica del testatore, attentati alla sua integrità morale ed alla libertà di testare, e vengono tassativamente elencati dalla legge. In particolare, l’articolo 463 del Codice civile stabilisce che è indegno a succedere:

  • chi ha volontariamente ucciso o tentato di uccidere la persona della cui successione si tratta, o il coniuge, o un discendente, o un ascendente della medesima, purché non ricorra alcuna delle cause che escludono la punibilità a norma della legge penale;
  • chi ha commesso, in danno di una di tali persone, un fatto al quale la legge penale dichiara applicabili le disposizioni sull’omicidio;
  • chi ha denunziato una di tali persone per reato punibile con l’ergastolo o con la reclusione per un tempo non inferiore nel minimo a tre anni, se la denunzia è stata dichiarata calunniosa in un giudizio penale; ovvero ha testimoniato contro le persone medesime imputate dei predetti reati, se la testimonianza è stata dichiarata nei confronti di lui, falsa in giudizio penale;
  • chi, essendo decaduto dalla responsabilità genitoriale nei confronti della persona della cui successione si tratta a norma dell’art. 330, non è stato reintegrato nella responsabilità genitoriale alla data di apertura della successione medesima;
  • chi ha indotto con violenza o dolo la persona, della cui successione si tratta, a fare, revocare o mutare testamento o l’ha impedita;
  • chi ha soppresso, celato o alterato il testamento dal quale la successione sarebbe stata regolata; 
  • chi ha formato un testamento falso o ne ha fatto scientemente uso.

Si può altresì essere esclusi, per testamento, dalla successione per una nuova forma di indegnità.

Secondo l’art. 448 bis introdotto nel 2012 (rubricato «Cessazione per decadenza dell’avente diritto dalla potestà sui figli»): «Il figlio, anche adottivo, e, in sua mancanza, i discendenti prossimi non sono tenuti all’adempimento dell’obbligo di prestare gli alimenti al genitore nei confronti del quale è stata pronunciata la decadenza dalla responsabilità e, per i fatti che non integrano i casi di indegnità di cui all’articolo 463, possono escluderlo dalla successione».

Questa ipotesi ha trovato poi il suo corrispettivo nel novellato art. 463, al comma n. 3) bis, secondo il quale è escluso dalla successione come indegno: «Chi, essendo decaduto dalla responsabilità genitoriale nei confronti della persona della cui successione si tratta a norma dell’articolo 330, non è stato reintegrato nella responsabilità genitoriale alla data di apertura della successione della medesima».

La Legge n. 4 dell’11 gennaio 2018 in materia di tutela nei confronti degli orfani per crimini domestici ha inoltre inserito l’art. 463 bis che introduce una particolare forma d’indegnità, o meglio una sorta di sospensione cautelare dalla successione nei confronti di particolari soggetti che sono sottoposti a procedimento penale per ipotesi di reato, che se accertati, comporterebbero l’indegnità. Si è detto, infatti, che gli effetti dell’indegnità si producono, seppure retroattivamente, dalla pronuncia della sentenza. Dunque, per tutto il tempo del processo, il probabile indegno poteva comunque accedere alla successione, cosa che si è voluta evitare proprio con il nuovo articolo 463 bis che sospende dalla successione coloro che sono sottoposti a indagini penali per omicidio volontario o tentato omicidio nei confronti del de cuius, se questi era il coniuge o l’altra parte dell’unione civile, uno o entrambi i genitori, del fratello o della sorella.

Decadenza dalla responsabilità genitoriale

Come visto, viene escluso dalla successione il genitore che si sia reso responsabile nei confronti del figlio di comportamenti tanto gravi da comportare la decadenza dalla responsabilità (che si verifica, ai sensi dell’art. 330 Cod. civ. quando il genitore violi o trascuri i doveri ad essa inerenti o abusi dei relativi poteri con grave pregiudizio del figlio) con preclusione della possibilità di beneficiare successivamente dei vantaggi economici propri della successione, salvo il caso in cui lo stesso genitore non sia stato reintegrato nella responsabilità alla data di apertura della successione (ne parleremo a breve).

L’indegnità può essere dichiarata solo se è intervenuta la pronuncia, da parte del Tribunale per i minorenni, della decadenza dalla responsabilità genitoriale: non può ritenersi sufficiente, pertanto, la semplice condotta del genitore che – in astratto – potrebbe configurarsi idonea a condurre ad una pronuncia giudiziale nel senso indicato.

Chi dichiara l’indegnità a succedere?

Solo il giudice può dichiarare l’indegnità a succedere. Pertanto, la dichiarazione di indegnità deve avvenire sempre tramite un giudizio, ossia con una normale causa, anche quando l’indegnità è evidentissima, come nel caso in cui un soggetto sia stato dichiarato, con sentenza definitiva, colpevole di tentato omicidio nei confronti del testatore o di uno dei suoi figli. Insomma, pur di fronte all’incontrovertibile prova dell’indegnità – prova, appunto, costituita dalla sentenza penale passata in giudicato – se non si intraprende un altro giudizio volto a far dichiarare detta indegnità, il colpevole eredita normalmente, al pari di qualsiasi altro erede.

Con riferimento alla prescrizione dell’azione, si ritiene che questa sia di 10 anni con decorrenza dal giorno dell’apertura della successione ovvero dalla data di commissione del fatto a seconda che il fatto venga commesso prima o dopo la morte del de cuius.

La sentenza che pronuncia l’indegnità ha efficacia retroattiva. Ai sensi dell’art. 464 del Codice civile, l’indegno è obbligato a restituire i frutti che gli sono pervenuti dopo l’apertura della successione. L’indegno, infatti, viene considerato a tutti gli effetti possessore di mala fede con la precisazione però che non deve restituire anche i frutti che avrebbe potuto percepire e che invece non ha percepito. 

La riabilitazione dell’indegno

L’indegno può essere riabilitato. L’art. 466, primo comma, del Codice civile ammette infatti la possibilità che la persona della cui successione si tratta abiliti colui che è incorso nell’indegnità per mezzo di atto pubblico o con testamento.

È di tutta evidenza che la riabilitazione possa quindi avvenire solo qualora il fatto sia stato commesso prima della morte del de cuius, essendo richiesta un’espressa manifestazione di volontà di quest’ultimo in tal senso.

 



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