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Indegnità a succedere: Cassazione

5 Gennaio 2022
Indegnità a succedere: Cassazione

I casi di indegnità a succedere e le interpretazioni fornite dalla Cassazione sull’articolo 463 del Codice civile.

Prima di analizzare una rassegna di sentenze della Cassazione sull’indegnità a succedere, ecco l’elencazione dei casi di indegnità elencati dall’articolo 463 del Codice civile.

Indegnità a succedere per omicidio volontario

è indegno di succedere chi ha volontariamente ucciso o tentato di uccidere la persona della cui successione si tratta, o il coniuge, o un ascendente della medesima, purché non ricorra alcuna delle cause che escludono la punibilità a norma della legge penale. Deve, pertanto, trattarsi di omicidio volontario ed il soggetto agente deve essere capace di intendere e volere, in quanto l’azione deve essere volontariamente diretta contro i soggetti indicati dalla norma. Sono pertanto escluse sia le ipotesi di omicidio colposo che preterintenzionale, sia le ipotesi in cui venga esclusa l’imputabilità dell’attentatore e sia, infine, le ipotesi di errore di persona o di aberratio ictus. E’, invece, sufficiente il solo tentativo e non è peraltro necessario che il successibile sia l’autore materiale del delitto essendo bastevole alla configurazione dell’ipotesi di indegnità che lo stesso sia il mandante o che abbia prestato la sua cooperazione. In tale particolare ipotesi, non è necessaria la condanna penale, potendo la causa di indegnità essere accertata autonomamente in sede di giudizio civile. E’ stato ritenuto che anche l’interruzione volontaria della gravidanza al di fuori delle ipotesi previste dagli artt. 5 e 8 della L. 194/1978 comporti un’uccisione rilevante ai fini dell’indegnità.

Indegnità a succedere per istigazione al suicidio

Al fine di definire i fatti cui si applicano le disposizioni sull’omicidio si deve richiamare l’ipotesi di istigazione al suicidio (art. 580 c.p.), in danno di persona minore di anni 14 o incapace, dal momento che l’età immatura o le condizioni mentali del suicida fanno ritenere che solo l’istigatore sia la vera causa della morte.

Indegnità a succedere per denuncia calunniosa in giudizio penale

È indegno chi ha denunziato la persona della cui successione si tratta, o il coniuge, o un ascendente della medesima per reato punibile con l’ergastolo o con la reclusione per un tempo non inferiore nel minimo a tre anni, se la denunzia è stata dichiarata calunniosa in giudizio penale; ovvero ha testimoniato contro le persone medesime imputate dei predetti reati, se la testimonianza è stata dichiarata, nei confronti di lui, falsa in giudizio penale. Questa rappresenta l’unica ipotesi in cui è necessaria la sentenza penale irrevocabile di condanna: il giudice civile non può compiere autonomamente l’accertamento del fatto, ma spetta agli interessati produrre la sentenza penale per ottenere che lo stesso tragga ogni conseguenza in ordine all’indegnità; in altri termini, il giudice civile sarà tenuto a rigettare la domanda, qualora l’accertamento non possa avvenire in sede penale, a causa dell’estinzione del reato.

Indegnità a succedere per decadenza dalla potestà genitoriale

Riguarda l’ipotesi introdotta più recentemente in cui un genitore sia decaduto dalla potestà genitoriale e non vi sia stato reintegrato al momento dell’apertura della successione (L. 8.7.2005, n. 137). Tale norma colma una lacuna nella previgente legislazione in quanto, se è vero che il diritto dei genitori all’eredità del figlio minore non è un’espressione della loro potestà, derivando dal rapporto di ascendenza, è altrettanto vero che prima di tale modifica il genitore decaduto dalla potestà perdeva, per ciò solo, l’usufrutto legale sui beni dei figli minori, ma conservava il diritto di acquistare mortis causa i medesimi beni. Anche tale ipotesi di indegnità, come per il punto precedente, la si può configurare solo ne caso in cui il Tribunale per i minorenni abbia pronunziato, su ricorso dei legittimati (art. 336 c.c.), la decadenza del genitore dalla potestà parentale con provvedimento che abbia assunto il carattere della definitività (art. 330 c.c.). Pertanto non è sufficiente la sola commissione di uno dei fatti idonei a comportare la decadenza dalla potestà, ma è necessario un preventivo accertamento in sede giudiziale, cui dovrà seguire il giudizio di indegnità.

Il ricorrere della decadenza dalla potestà genitoriale nei confronti di un figlio soltanto, non implica, di regola, l’adozione del provvedimento di decadenza dalla potestà anche nei riguardi degli altri figli e, pertanto, in questo caso l’indegnità potrà essere pronunciata solamente con riferimento alla successione del figlio in questione. Nulla questio nel caso in cui la morte del figlio avvenga in costanza della sua minore età, in quanto in tal caso appare pacifico che il genitore decaduto dalla potestà, ove sia invocata la causa di indegnità, sarà escluso dalla successione. Ugualmente appare pacifico che ove il genitore venga reintegrato nella potestà prima dell’apertura della successione del figlio potrà partecipare alla successione.

Più complessa è l’ipotesi in cui il figlio sia deceduto dopo aver raggiunto la maggiore età in quanto la norma non disciplina siffatta ipotesi. Si può però ritenere che il genitore decaduto dalla potestà al tempo in cui il figlio era minore d’età, vada ugualmente considerato indegno di succedere, ove il figlio, appunto, venga a morte, allorquando abbia compiuto la maggiore età, e non lo abbia riabilitato. Invero si deve considerare che, a differenza di quanto si riteneva anteriormente all’introduzione di questa nuova ipotesi di indegnità, la reintegrazione nella potestà può essere pronunciata anche dopo che il figlio abbia raggiunto la maggiore età, ma ciò pur sempre sul presupposto che la giustificazione alla reintegrazione (art. 332 c.c.) sia maturata prima del compimento della maggiore età del figlio.

Indegnità a succedere per dolo o violenza

La prima ipotesi contempla la condotta del soggetto che, con dolo o violenza, abbia indotto la persona della cui successione si tratta, a redigere, revocare, mutare il testamento, o abbia impedito alla stessa la redazione di testamento. Dolo e violenza, che debbono avere le stesse caratteristiche delle relative cause di annullamento del testamento (art. 624 c.c.), operano come causa di indegnità anche quando siano stati usati a vantaggio di terzi. Ma in ogni caso si deve tener distinta l’azione di annullamento del testamento per dolo da quella di indegnità per la stessa causa; la sentenza che annulla il testamento per dolo non ha efficacia di giudicato nel diverso giudizio diretto a rimuovere l’acquisto ereditario per indegnità. Viene in rilievo anche la violenza morale quando essa consiste nella coartazione psichica del testatore, in modo che questi manifesti una volontà diversa da quella effettiva.

Con riferimento al dolo oc corre osservare che esso si deve configurare come il dolus malus causam dans trasferito dal campo contrattuale a quello testamentario e per affermarne la sussistenza non basta una qualsiasi influenza esercitata sul testatore tramite sollecitazioni, consigli, blandizie e promesse, ma è necessario il concorso di mezzi fraudolenti che, valutati in relazione all’età, alle condizioni psichiche e allo stato di salute del de cuius, siano da ritenersi ido nei ad ingannarlo e ad indurlo a disporre in modo difforme da come avrebbe deciso se il suo libero orientamento non fosse stato artificiosamente e subdolamente deviato (Cass. civ., sez. II, 26.8.1986, n. 5209). E’ stata reputata causa di indegnità la coartazione a rinnovare in forma pubblica un testamento olografo.

A differenza delle ipotesi di cui al punto 1 dell’art. 463 c.c. è necessaria la consumazione della condotta, restando insufficiente il mero tentativo: non rileva ai fini dell’indegnità la condotta inidonea a incidere sul testamento da cui la successione è regolata.

Indegnità a succedere per soppressione, celamento o alterazione di testamento

Sono causa di indegnità la soppressione, il celamento o l’alterazione del testamento dal quale la successione sarebbe regolata. E’ necessario che la soppressione riguardi un testamento potenzialmente idoneo a regolare la successione e pertanto la fattispecie non si può configurare in caso di un testamento nullo; così come non si configura nella violazione dell’obbligo del possessore di testamento olografo di presentarlo ad un notaio per la pubblicazione appena avuta notizia della morte del testatore (art. 620 c.c.), salvo ricorrano gli estremi del reato di soppressione o celamento di testamento, rilevante ex art. 490 c.p. Tale ipotesi di indegnità non si può proprio configurare quando l’esistenza del testamento non può essere occultata, perché redatto in forma pubblica, e quando colui contro il quale si rivolge l’accusa d’indegnità sia il successore legittimo e l’erede ivi designato.

Indegnità a succedere per formazione o uso cosciente di testamento falso

È l’ultima ipotesi di indegnità prevista. Si tratta di una violazione della volontà “sostanziale” del de cuius, anche per il caso in cui egli non abbia proceduto al testamento: in questo caso si incide sulla scelta di rimettersi alle disposizioni della successione ab intestato. Per testamento deve intendersi qualunque documento formalmente autonomo contenente disposizioni di ultima volontà, intese a regolare anche in parte la sorte dei diritti del testatore per il tempo successivo alla morte, non essendo necessario che il falso, dal quale deriva l’indegnità a succedere, consista nella formazione di un atto di ultima volontà che regoli l’intera successione. Non è indegno a succedere, invece, il terzo che abbia sorretto e guidato la mano del testatore durante la redazione del testamento, senza peraltro coartare la volontà del de cuius.

Non è necessario un giudizio penale in quanto anche il giudice civile può decidere sulla sussistenza del falso denunciato ai fini della pronuncia dell’indegnità a succedere dell’autore.

La formazione o l’uso sciente di un testamento falso è causa di indegnità a succedere, a meno che colui che viene a trovarsi nella posizione di indegno dimostri di non avere inteso recare offesa alla volontà del de cuius: a tal fine colui che risulta indegno è tenuto a provare non solo che il contenuto delle disposizioni corrispondeva alla volontà del de cuius, ma anche che questi aveva acconsentito alla compilazione della scheda da parte di lui, nell’eventualità che egli non fosse riuscito a farlo, ovvero aveva la ferma intenzione di provvedervi per evitare la successione ab intestato (Cass. civ. Sez. II, 1.12.2000, n. 15375).

La formazione o l’uso sciente di un testamento falso è causa d’indegnità a succedere, se chi viene a trovarsi nella posizione d’indegno non provi di non aver inteso offendere la volontà del “de cuius”, perché il contenuto della disposizione corrisponde a tale volontà e il “de cuius” aveva acconsentito alla compilazione della scheda da parte di lui nell’eventualità che non fosse riuscito a farla di persona ovvero che il “de cuius” aveva la ferma intenzione di provvedervi per evitare la successione “ab intestato”. (Cass. civ. Sez. II, 04.12.2015, n. 24752)

Indegnità a succedere: le ultime sentenze della Cassazione

Testamento falso

La formazione o l’uso sciente di un testamento falso è causa d’indegnità a succedere, se chi viene a trovarsi nella posizione d’indegno non provi di non aver inteso offendere la volontà del “de cuius”, perché il contenuto della disposizione corrisponde a tale volontà e il “de cuius” aveva acconsentito alla compilazione della scheda da parte di lui nell’eventualità che non fosse riuscito a farla di persona ovvero che il “de cuius” aveva la ferma intenzione di provvedervi per evitare la successione “ab intestato”.

Cassazione civ., Sez. II, 4 dicembre 2015, n. 24752

La formazione o l’uso sciente di un testamento falso è causa di indegnità a succedere, a meno che colui che viene a trovarsi nella posizione di indegno dimostri di non avere inteso recare offesa alla volontà del “de cuius”: a tal fine colui che risulta indegno è tenuto a provare non solo che il contenuto delle disposizioni corrispondeva alla volontà del “de cuius”, ma anche che questi aveva acconsentito alla compilazione della scheda da parte di lui, nell’eventualità che egli non fosse riuscito a farlo, ovvero aveva la ferma intenzione di provvedervi per evitare la successione “ab intestato”.

Cassazione civ., Sez. II, 1° dicembre 2000, n. 15375

Affinché determini indegnità a succedere, il fatto della soppressione o dell’alterazione del testamento, ovvero del suo celamento (peraltro non ravvisabile nella violazione dell’obbligo ex art. 620 c.c. del possessore di testamento olografo di presentarlo ad un notaio per la pubblicazione appena avuta notizia della morte del testatore) deve incidere, non su un testamento invalido, ma su un atto destinato a regolare la successione, e cioè su uno scritto che per i suoi requisiti intrinseci ed estrinseci sia un testamento efficiente, diretto a stabilire o modificare o completare le ultime volontà del testatore sia in ordine alla chiamata a succedere, sia circa la disposizione dei beni.

Cassazione civ., Sez. II, 22 dicembre 1984, n. 6669

La necessità della sentenza

L’indegnità a succedere di cui all’art. 463 cod. civ. pur essendo operativa “ipso iure”, deve essere dichiarata con sentenza costitutiva su domanda del soggetto interessato, atteso che essa non costituisce un’ipotesi di incapacità all’acquisto dell’eredità, ma solo una causa di esclusione dalla successione.

Cassazione Civ., Sez. II, 5 marzo 2009, n. 5402

Captazione della volontà

La dichiarazione d’indegnità a succedere, ai sensi dell’art. 463, n. 4), cod. civ., per captazione della volontà testamentaria, richiede la dimostrazione dell’uso, da parte sua, di mezzi fraudolenti tali da trarre in inganno il testatore, suscitando in lui false rappresentazioni ed orientando la sua volontà in un senso in cui non si sarebbe spontaneamente indirizzata.

Cassazione Civ., Sez. II, 30 ottobre 2008, n. 26258

Ai fini della configurabilità della c.d. indegnità a succedere, di cui all’art 463 n. 4 c.c., per la sussistenza della captazione della volontà testamentaria, intesa come il dolus malus causam dans trasferito dal campo contrattuale a quello testamentario, non basta un’influenza esercitata sul testatore tramite sollecitazioni, consigli, blandizie e promesse, essendo necessario il concorso di mezzi fraudolenti idonei a ingannarlo ed indurlo a disporre in modo differente da come avrebbe deciso se il suo libero orientamento non fosse stato deviato.

Corte d’Appello Lecce, Sezione I civile, 19 marzo 2015, n. 207

Al fine della sussistenza dell’indegnità a succedere di cui all’art. 463, n. 4 c.c., mentre la violenza morale consiste nella coartazione psichica diretta del testatore, sì che questi manifesti una volontà diversa da quella effettiva, riferibile così al coartatore più che al de cuius , per la sussistenza della captazione, che deve essere configurata come il dolus malus causa dans trasferito dal campo contrattuale a quello testamentario, non basta una qualsiasi influenza esercitata sul testatore tramite sollecitazioni, consigli, blandizie e promesse, ma è necessario il concorso di mezzi fraudolenti, i quali, valutati in relazione all›età, alle condizioni psichiche e allo stato di salute del de cuius , siano idonei ad ingannarlo e ad indurlo a disporre in modo difforme da come avrebbe deciso se il suo libero orientamento non fosse stato artificiosamente e subdolamente deviato.

Cassazione civ., Sez. II, 26 agosto 1986, n. 5209

Omicidio

Al fine della sussistenza dell’indegnità a succedere di cui all’art. 463 n. 1 c.c., l’attentato alla vita del “de cuius” deve essere commesso volontariamente con la conseguenza che tale ipotesi di indegnità non è ravvisabile quando venga esclusa l’imputabilità dell’attentatore, in quanto questa costituisce il presupposto della volontarietà del fatto lesivo la cui realizzazione determi- na l’indegnità a succedere.

Cassazione civ., Sez. II, 30 maggio 1984, n. 3309

Approfondimenti

Per ulteriori approfondimenti leggi Indegnità a succedere: ultime sentenze



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