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Avviso di accertamento illegittimo se il reato è prescritto

27 Luglio 2014
Avviso di accertamento illegittimo se il reato è prescritto

Il ricorso al raddoppio dei termini è possibile solo se il procedimento penale (e la relativa denuncia) è ancora possibile.

Capita molto spesso che gli avvisi di accertamento siano illegittimi perché il cosiddetto “raddoppio dei termini” – cui l’amministrazione fa ricorso ogni qual volta dalle verifiche emergano fatti penalmente rilevanti (leggi l’articolo “Accertamento fiscale: quando il raddoppio dei termini è illegittimo”) –  è stato utilizzato illegittimamente.

La giurisprudenza di merito è abbastanza unanime nel ritenere illegittimo il raddoppio quando non sia stata prodotta una copia della denuncia. Tale mancata allegazione impedirebbe, infatti, al giudice di verificare la sussistenza dei presupposti per la denuncia.

Un’altra questione affrontata riguarda l’ipotesi di uso strumentale del raddoppio dei termini nel caso in cui sia ormai intervenuta la prescrizione del reato tributario: in pratica, l’amministrazione, onde non incadere nella prescrizione dell’accertamento, chiede il raddoppio dei termini, paventando la sussistenza di un illecito penale. Invece, secondo numerose commissioni tributarie, in caso di reato ormai prescritto, non sussistono le condizioni per il raddoppio dei termini di accertamento.

Il presupposto per chiedere (e ottenere) il raddoppio dei termini è nei soli casi di violazione che comporta l’obbligo di denuncia, cosa che, ovviamente, non è possibile se il reato è venuto meno per prescrizione.

La Commissione Tributaria Regionale di Perugia [1] ha anche chiarito che, qualora prima dell’accertamento fiscale il procedimento penale da cui discenderebbe il raddoppio del termine sia stato archiviato, il predetto raddoppio non potrà trovare applicazione.

Da segnalare, poi, ulteriori pronunce, che per altre ragioni hanno ritenuto non operante il raddoppio dei termini in discussione.

La Commissione Tributaria Provinciale di Pesaro [2] ha dichiarato l’illegittimità dell’avviso emesso poiché, a seguito di autotutela dell’Ufficio, l’importo dell’Iva evasa era risultato inferiore alla soglia penale per la configurazione del delitto di dichiarazione infedele. In pratica i giudici di merito, avendo ritenuto insussistente il reato – poiché l’evasione ipotizzata, dopo l’autotutela, era scesa sotto la soglia di punibilità – hanno decretato l’impossibilità per l’ufficio di raddoppiare i termini di accertamento.

La Commissione Tributaria Regionale di Bologna con due sentenze [3] ha affermato che l’infondatezza della denuncia trasmessa all’autorità giudiziaria comporta l’inapplicabilità del raddoppio dei termini ordinari per l’accertamento. Gli stessi giudici hanno ritenuto necessario, per la validità dell’accertamento, che la notitia criminis emerga anteriormente allo scadere del termine ordinario.

Ad analoghe conclusioni è giunta la Commissione Tributaria Regionale di Milano [4] secondo la quale, affinché possa utilizzarsi il raddoppio, il termine ordinario di decadenza del potere di accertamento deve essere ancora in corso. Vale a dire, quindi, che se l’anno di imposta è già decaduto, l’ufficio non può beneficiare del maggior termine.

Infine, va segnalato che la Ctp di Reggio Emilia [5] ha affermato che la nullità dell’atto per un uso strumentale del raddoppio dei termini può essere rilevata anche d’ufficio dal giudice tributario in virtù del potere che la legge gli dà. A ciò consegue, secondo il collegio, che in assenza della predetta sussistenza, l’accertamento è nullo ab origine e conseguentemente tale nullità è rilevabile d’ufficio.


note

[1] CTR Perugia, sent. n. 237/11.

[2] CTP Pesaro sent. n. 136/3/11.

[3] CTR Bologna sentt. n. 639/2/2014 e 641/2/2014.

[4] CTR Milano, sent. n. 382/29/14.

[5] CTP Reggio Emilia, sent. n. 119/02/14.

Autore immagine: 123rf com


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