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Il datore di lavoro o il collega può chiedere se si è vaccinati?

6 Gennaio 2022
Il datore di lavoro o il collega può chiedere se si è vaccinati?

In sede di colloquio di lavoro o successivamente, in costanza di un regolare rapporto di lavoro subordinato, il datore di lavoro può chiedere al dipendente se ha effettuato la vaccinazione obbligatoria Covid-19?

Con l’introduzione dell’obbligo di vaccinazione Covid-19 per determinate categorie di lavoratori (sia nel comparto pubblico che privato), è riaffiorato un vecchio quesito: in sede di colloquio di lavoro o successivamente, a rapporto cioè già instaurato, il datore di lavoro può chiedere se si è vaccinati? Lo potrebbe invece fare il collega, magari quello che lavora nella stessa stanza o ufficio, perché ha paura di essere contagiato e teme per la propria salute?

La risposta coinvolge profili di privacy e di tutela del lavoratore dipendente che meritano un attento approfondimento.

Innanzitutto, un dipendente non è mai tenuto a rispondere ai colleghi su argomenti riguardanti la sua salute. Per cui chi vuol sapere da un collega se questi si è sottoposto alla vaccinazione obbligatoria Covid-19 non ha diritto a una risposta, neanche se la questione possa interessare per evitare contagi. Spetta piuttosto al datore di lavoro garantire la salute negli ambienti lavorativi (art. 2087 cod. civ.) e non ai singoli dipendenti. 

Per quanto riguarda il datore di lavoro, in linea generale neppure quest’ultimo ha diritto di porre domande in materia, né al momento del colloquio di lavoro, né in una fase successiva. È piuttosto il medico aziendale il soggetto preposto a valutare l’idoneità del lavoratore alla mansione, per poi comunicarla al datore di lavoro: quindi, il medico stesso potrà chiedere informazioni “sanitarie” al dipendente.

Qualora, però, ci si trovi in ambienti di lavoro per i quali una legge impone la vaccinazione anti-Covid, è onere del datore assicurarsi che tutti i suoi dipendenti siano vaccinati: difatti, l’articolo 2087 del Codice civile (sulla tutela delle condizioni di lavoro) impone al datore di tutelare la salute psicofisica dei dipendenti. Senza contare i profili sanzionatori previsti dall’attuale normativa per chi accoglie in azienda personale non vaccinato che invece dovrebbe esserlo.

Pertanto, laddove si tratti di categorie di dipendenti per i quali sia stato previsto il vaccino obbligatorio, la domanda da parte del datore di lavoro è del tutto legittima. E questo vale anche in sede di colloquio di lavoro, prima dell’assunzione: il datore o l’addetto al personale può ben chiedere un certificato di vaccinazione se l’aspirante rientra nelle liste dei soggetti per i quali è richiesto il vaccino.

In tutti gli altri casi, sia in sede di assunzione che successivamente in costanza di esecuzione del rapporto lavorativo, il datore di lavoro non può acquisire informazioni sullo stato di salute dei dipendenti che non siano strettamente attinenti con le funzioni da questi svolte. Fra l’altro il datore non può neanche accedere, in un momento successivo, alle cartelle sanitarie e di rischio presenti sul database aziendale, facoltà che spetta unicamente al medico competente.

Anche il Garante per la Privacy ha chiarito, nel 2021, che il datore di lavoro non può in nessun caso chiedere ai dipendenti, nemmeno con il consenso, o ricevere dal medico competente, l’informazione sullo stato vaccinale di un proprio dipendente. Ma la precisazione si riferisce ad un periodo in cui l’obbligo vaccinale Covid non era stato ancora approvato. Dunque, la soluzione sembra oggi opposta alla luce dei nuovi interventi legislativi. 

In sintesi: 

  • un collega di lavoro non ha diritto a sapere se un altro dipendente è vaccinato o meno, neanche se si tratta di un soggetto per il quale vige la vaccinazione obbligatoria;
  • il datore di lavoro, invece, ha diritto di avere tale informazione, sia in sede di colloquio che successivamente, solo quando si tratta di un soggetto per il quale la legge prevede la vaccinazione obbligatoria. 


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1 Commento

  1. In pratica se un dipendente non viene da te con la prova della vaccinazione la prossima volta che combina un pasticcio non lo si lascia passare ma si manda l’ammonizione e inizia il percorso di licenziamento.
    I no vax/no green pass non capiscono che la legge è tutta dalla loro parte e li difende ma quando le cose ripartiranno è farò i colloqui per assumere una commessa io non chiederò mai se hanno fatto il vaccino ma non assumerò mai una persona che non mi porta l’attestazione di sua sponte ed il problema della privacy è del tutto aggirato. C’è poi il problema della sicurezza sul posto di lavoro che il datore deve garantire, basta dire al medico che c’è una persona fragile ed in automatico tutti i no vax diventano non idonei e la privacy è nuovamente aggirata. Se il datore di lavoro ha una patologia grave o una di quelle che sono considerate aggravanti già in automatico i no-vax sono esclusi in automatico e non vuoi che ci sia un iper-teso, diabetico o obeso già tra gli assunti? Tutto questo sistema della privacy è ridicolo come è ridicolo che non ci sia l’obbligo vaccinale. Detto ciò a me, da tri-vaccinato, mi sta benissimo che il governo non faccia niente di concreto, i contagi aumenteranno e a suon di 250.000 al giorno per fine Marzo ci saranno solo vaccinati, guariti o morti e si chiude qualunque discussione compresa le assunzioni o i licenziamenti

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