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Articolo 39 Costituzione italiana: spiegazione e commento

6 Gennaio 2022 | Autore:
Articolo 39 Costituzione italiana: spiegazione e commento

Cosa dice e cosa significa l’art. 39 sulla libertà sindacale.

L’organizzazione sindacale è libera.

Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme di legge.

È condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica.

I sindacati registrati hanno personalità giuridica. Possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce. 

Le due libertà sindacali

L’articolo 39 della Costituzione riconosce due libertà: da un lato, la libertà del lavoratore di aderire a qualsiasi sindacato (o di non aderirvi affatto) senza che vi possa essere alcuna imposizione da parte dello Stato o discriminazione da parte del datore di lavoro; dall’altro lato, la libertà di costituire sindacati, senza dover chiedere un’autorizzazione alle autorità amministrative. L’unico obbligo imposto dalla Costituzione ai sindacati è la registrazione, necessaria ai fini dell’acquisto della personalità giuridica e del potere di concludere, con i datori di lavoro, accordi collettivi con efficacia per tutti i lavoratori appartenenti alla categoria.

In verità la norma è rimasta inattuata, non essendo mai stati istituiti gli «uffici locali o centrali» presso cui predisporre i registri per l’iscrizione dei sindacati. Ragion per cui, la giurisprudenza ha comunque riconosciuto ai sindacati, anche se non registrati (e quindi operanti come enti di fatto), la personalità giuridica e la capacità di concludere i contratti collettivi nazionali di lavoro (Ccnl) applicabili a tutti i lavoratori, anche a quelli non iscritti al sindacato in questione. 

Sappiamo bene l’importanza che hanno oggi i contratti collettivi nella regolamentazione delle condizioni di lavoro e, soprattutto, nella determinazione della retribuzione minima spettante al lavoratore (il cosiddetto “minimo sindacale”), in attesa di una legge nazionale che stabilisca l’importo sotto il quale una busta paga non può mai scendere.  

Così se un sindacato, nell’ambito delle trattative con il datore di lavoro, riesce a strappare una concessione in favore dei lavoratori e questa viene formalizzata all’interno del contratto collettivo, la stessa deve essere riconosciuta a tutti i dipendenti, anche a coloro che non aderiscono al sindacato stesso.

I sindacati dei datori di lavoro

Quando l’articolo 39 parla di libertà sindacale si riferisce solo a quella dei lavoratori dipendenti e non anche ai datori di lavoro (difatti, tale norma si inserisce nella parte della Costituzione – che va dagli articoli 35 a 40 – dedicati alla tutela del lavoro). 

Ciò però non toglie che gli imprenditori non possano avere delle proprie rappresentanze sindacali (così come del resto avviene di norma). Tuttavia, la loro libertà sindacale trova fondamento nel più ampio articolo 18 della Costituzione che, come noto, stabilisce la libertà di associazione in favore di tutti i cittadini.

I limiti dei sindacati

L’articolo 39 della Costituzione è la reazione al regime fascista che aveva cancellato completamente la libertà sindacale. All’epoca, esisteva infatti un unico organismo sindacale di natura pubblica, ad appartenenza obbligatoria per ciascuna parte contraente, sottoposto a penetranti controlli statali. Si trattava quindi di strumenti verticistici imposti dalla volontà dello Stato.

Col tempo, però, l’attività dei sindacati ha assunto una natura prettamente politica, divenendo tali enti dei referenti privilegiati del Governo ogni qual volta c’è da adottare una normativa in materia lavoristica o pensionistica. Essi hanno così perso quella vocazione di tutela del lavoro in senso ampio che avevano un tempo, limitandosi a curare interessi interni e degli iscritti alla propria sigla. 

Una delle critiche mosse più di frequente ai sindacati è di avere a cuore solo la salvaguardia dei benefici di chi il lavoro già lo ha e non di chi lo cerca. Anzi, proprio questa strenua difesa degli interessi degli occupati sarebbe una delle principali cause della rigidità del mercato occupazionale e della disoccupazione. Una normativa più duttile potrebbe garantire il lavoro a una platea più ampia della popolazione, venendo incontro alle esigenze dei datori di lavoro, spesso schiacciati tra il rischio di vertenze sindacali e una insostenibile pressione fiscale (il cosiddetto “cuneo fiscale sul lavoro”).

Oggi, assumere un dipendente è un rischio elevato che spesso è anche alla base dei fallimenti. Un giudice ha infatti il potere di determinare, a propria discrezione, l’ammontare del risarcimento dovuto in caso di licenziamento illegittimo. Un potere che il Jobs Act aveva limitato, fissando un tetto massimo all’indennizzo, ma che la Corte Costituzionale ha poi bocciato, restituendo alla magistratura l’autorità che le era stata tolta.



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