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Articolo 40 Costituzione italiana: spiegazione e commento

9 Gennaio 2022 | Autore:
Articolo 40 Costituzione italiana: spiegazione e commento

Cosa dice e cosa significa l’art. 40 sul diritto di sciopero.

Il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano.

Lo sciopero come mezzo di lotta della classe operaia

La Costituzione è il frutto di un grande compromesso tra le forze politiche dell’epoca. Tra i componenti l’Assemblea costituente vi era peraltro Giuseppe Di Vittorio, uno dei più famosi sindacalisti italiani, il quale diede un importante contributo alla scrittura dell’articolo 40 della Costituzione sul diritto di sciopero.

Sin dalla rivoluzione industriale del 1870, lo sciopero è sempre stato il principale strumento di lotta del movimento operaio: uno strumento nato per protestare contro le pessime condizioni di lavoro e di vita a cui, all’epoca, erano costretti i dipendenti. 

Durante il fascismo, però, lo sciopero fu contrastato e represso. Basti pensare che, nel verbale della riunione del Gran Consiglio Nazionale del 25 aprile, a seguito degli scioperi dei metallurgici in Lombardia nel marzo 1925, si legge che: «Poiché lo sciopero danneggia i datori di lavoro, ma incide sui bilanci operai ed arresta il ritmo della produzione, del che approfitta immediatamente la vigile concorrenza straniera per ostacolare la nostra indispensabile espansione economica nel mondo […] stabilisce che […] lo sciopero deve avere l’autorizzazione preventiva degli organi supremi delle Corporazioni del Partito, senza di cui il Partito avrà la facoltà di sconfessare il movimento ed i suoi iniziatori; si dovrà procedere anche ad una revisione dei quadri dei dirigenti del movimento sindacale».

Di qui la necessità per i padri costituenti di rendere lo sciopero un vero e proprio diritto costituzionale: un diritto in forza del quale nessun datore di lavoro può licenziare o adottare provvedimenti disciplinari nei confronti dei lavoratori che protestano (per come poi ribadito dagli articoli 15 e 28 dello Statuto dei lavoratori).

L’affermazione del diritto di sciopero ha avuto una portata rivoluzionaria, conferendo ai sindacati un decisivo strumento di lotta con il fine di bilanciare la storica posizione di supremazia del datore di lavoro.  

Scioperare è dunque lecito. Tuttavia lo sciopero non viene retribuito: il lavoratore è quindi libero di astenersi dalla prestazione ma, durante tale arco di tempo, perde lo stipendio né può essere sostituito con altri lavoratori assunti a termine. 

Secondo la Cassazione, a fronte di uno sciopero del personale, l’azienda non può impiegare altri dipendenti che non hanno incrociato le braccia affidando loro mansioni inferiori in modo da sostituire i lavoratori scioperanti.

Ma allora cosa può fare il datore di lavoro in caso di sciopero? È tenuto a subire le conseguenze dell’astensione dal lavoro e, magari, interrompere la produzione, con conseguenti danni all’azienda? Secondo la Cassazione, per limitare le conseguenze dannose dello sciopero, il datore di lavoro può solo utilizzare il personale già in servizio assegnandolo a mansioni inferiori, solo se queste sono marginali, funzionalmente accessorie e complementari rispetto a quelle a cui esso è di norma adibito. Se tale limite dovesse essere violato, la condotta dell’azienda dovrà considerarsi “antisindacale”. 

Oggi, rispetto al passato, si fa sempre meno ricorso allo sciopero. Da un lato infatti, nelle grandi aziende, esistono forme più evolute di mediazione, praticate dai sindacati con la partecipazione di partiti e Governo. Dall’altro, specie nelle piccole e medie imprese, si è garantita una maggiore partecipazione dei lavoratori alla vita aziendale, anche grazie ai benefits, ai premi risultato e alle stock options. Gli stessi lavoratori hanno in parte compreso l’importanza di non danneggiare la produzione, pena la perdita dell’occupazione.  

Scioperare è legale ma…

Scioperare è un diritto, ma solo se non lede altri diritti garantiti dalla legge o dalla Costituzione. Ecco perché, nel tempo, sono state emanate una serie di norme volte a porre dei limiti allo sciopero selvaggio. Tra queste la più importante è la legge n. 146 del 1990 sui servizi pubblici essenziali relativa all’erogazione di prestazioni volte a garantire il godimento dei diritti della persona quali la vita, la salute, la libertà e la sicurezza, la circolazione, l’assistenza e la previdenza sociale. Lo sciopero dunque non può risolversi in uno strumento di ritorsione nei confronti della collettività, estranea e terza rispetto ai rapporti tra datore e dipendenti, e pertanto anche impossibilitata a difendersi. Si pensi agli scioperi degli autotrasportatori, dei traghetti, dei servizi aerei, dei mezzi pubblici, dei medici. 

Lo sciopero del datore di lavoro

Anche nell’articolo 40 viene in rilievo l’asimmetria della Costituzione tra lavoratori e datori di lavoro. Se da un lato viene infatti sancito il diritto del dipendente di scioperare, si tace per quanto concerne la serrata. La serrata è la chiusura dell’azienda, da parte del datore di lavoro, in modo da rendere impossibile lo svolgimento dell’attività lavorativa e impedire azioni di protesta dei lavoratori (occupazioni di fabbrica, danneggiamenti, boicottaggi, ecc.). La serrata quindi non è un diritto costituzionale perché annullerebbe la tutela del lavoratore che la Costituzione vuol garantire per sopperire allo squilibrio di forze tra quest’ultimo e il suo datore. 

Un tempo era addirittura previsto un reato in capo al datore di lavoro per il caso di serrata rivolta ad imporre ai dipendenti modificazioni ai patti stabiliti o di opporsi a modificazioni di tali patti. A seguito di una sentenza della Corte Costituzionale del 1960, si è proceduto all’abrogazione di tale norma. Resta però il fatto che la serrata non può essere messa sullo stesso piano dello sciopero: è una facoltà ma non ancora un vero e proprio diritto.



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