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Articolo 41 Costituzione italiana: spiegazione e commento

10 Gennaio 2022 | Autore:
Articolo 41 Costituzione italiana: spiegazione e commento

Cosa dice e cosa significa l’art. 41 sulla libertà d’impresa e sull’iniziativa economica privata.

L’iniziativa economica privata è libera.

Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.

La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.

I limiti alla libertà d’impresa 

L’articolo 41 della Costituzione è dedicato all’«iniziativa economica privata» ossia al diritto di fare impresa, di esercitare un’attività imprenditoriale. E stabilisce il diritto di ciascun cittadino di scegliere non solo l’attività che intende svolgere ma anche le concrete modalità di organizzazione e gestione della stessa. 

Sicché, ad esempio, un giudice non potrebbe mai intervenire nel merito delle strategie imprenditoriali e stabilire se una determinata scelta strategica sia corretta o meno. Questo significa che se il datore di lavoro ritiene di dover licenziare un dipendente perché intende chiudere un settore o spostare gli investimenti verso altri fattori della produzione, nessuna autorità potrà impedirglielo. Sicché, il licenziamento dovrà ritenersi valido, a meno che le motivazioni addotte siano false e rivolte a nascondere un diverso intento discriminatorio, magari per sbarazzarsi di un dipendente “scomodo”. 

Da nessun’altra parte come nell’articolo 41 è evidente il compromesso storico che è alla base della nostra Costituzione. La norma può apparire per certi versi contraddittoria. Da un lato, infatti, afferma che l’iniziativa economica privata è libera, ma dall’altro stabilisce che tale iniziativa non può mai svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da arrecare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana. E se tali limiti possono già sembrare stringenti, il terzo comma rincara la dose: la legge può stabilire programmi e controlli sia sull’iniziativa economica pubblica che su quella privata, affinché le stesse siano indirizzate a fini sociali. 

In questo modo, si è voluto accontentare sia gli esponenti dell’area liberale, sia quelli dell’area socialista e cattolica. In ogni caso, l’articolo 41 della Costituzione è l’ulteriore dimostrazione di come, nel nostro sistema, l’interesse pubblico prevalga su quello privato: in caso di contrasto tra interesse privato e interesse pubblico, la legge ritiene prioritari la sicurezza, la libertà e la dignità umana.

A ben vedere, però, i limiti a cui fa riferimento la Costituzione non sono quelli tipici dei Paesi comunisti o dittatoriali dove lo Stato può impedire o restringere, con molta discrezionalità, il gioco della concorrenza tra le aziende, intervenendo in prima persona in interi settori commerciali. Si tratta, al contrario, di vincoli comunemente accettati da tutti e, anzi, ritenuti necessari al bene della collettività. Si pensi alle norme che stabiliscono il divieto di monopoli e “cartelli” (ossia gli accordi tra le aziende volti a limitare la competizione e a stabilire prezzi comuni); che pongono limiti alle immissioni di rumori ed all’uso di sostanze inquinanti; che accordano una tutela privilegiata ai consumatori. A quest’ultimo riguardo si può fare l’esempio delle disposizioni che stabiliscono il diritto di recesso entro 14 giorni per gli acquisti eseguiti fuori dai locali commerciali, la garanzia legale di due anni dalla consegna del prodotto, la competenza del giudice ove risiede l’acquirente per decidere eventuali controversie con il venditore.

La storia però ci ha dimostrato come il nostro Stato abbia a lungo occupato numerosi settori economici ai danni della concorrenza. Lo ha fatto ad esempio nel settore dell’energia elettrica, del telefono, del gas, dell’acqua. 

Il fenomeno dello Stato imprenditore ha assunto dimensioni rilevanti nel secondo dopoguerra per poi registrare, dai primi anni ’90, una netta inversione di tendenza con l’avvio di un vasto programma di privatizzazioni. 

È particolare però come l’opinione pubblica sia ancora fortemente impregnata di statalismo: l’intervento del privato, almeno nei servizi essenziali, viene visto con diffidenza e sospetto, nel timore di una teorizzata inconciliabilità tra il profitto e l’interesse collettivo. La nostra esperienza ha però dimostrato che non più vantaggioso per il cittadino è l’intervento pubblico nell’economia, macchiato spesso di inefficienza e sprechi, con stipendi da capogiro in favore dei dirigenti e servizi quasi sempre di scadente qualità, poco inclini al rinnovamento e alla competitività sul mercato. 

La tutela delle micro e piccole imprese

Solo in epoca recente lo Stato ha preso coscienza del fatto che il nostro tessuto economico è formato prevalentemente da piccoli imprenditori che operano in quasi tutti i comparti (agricolo, tessile, dolciario, meccanico, artistico, informatico) mentre le grandi società occupano solo quei settori per i quali sono necessari grossi investimenti (settore metallurgico, automobilistico, alimentari, trasporti, chimico). Ciò ha giustificato l’adozione di normative di supporto come quella in tema di agevolazioni per le start-up, piccole imprese caratterizzate da una forte componente innovativa nel campo della tecnica o della scienza: idee nuove per generare nuovo lavoro. E non solo. L’edilizia ha sempre costituito un forte traino per la nostra economia, atteso l’interesse dei privati verso forme di investimento immobiliare. Di qui una serie di agevolazioni fiscali nei confronti di quanti effettuano interventi di ristrutturazione o efficientamento energetico. Si tratta di benefici di cui si avvantaggia l’intera collettività per via della maggiore circolazione del denaro e dell’ammodernamento del patrimonio immobiliare italiano. 

 

 



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