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«Non si accettano resi»: è legale?

12 Gennaio 2022
«Non si accettano resi»: è legale?

Un venditore online può rifiutare i resi e non consentire l’esercizio del diritto di recesso?

Un nostro lettore ha fatto un ordine su un sito di e-commerce pubblicizzato su un noto social network. Dopo aver ricevuto la merce, di qualità molto più scadente rispetto alle foto pubblicate sul profilo del venditore, vorrebbe restituire il tutto esercitando il «diritto di recesso». Dinanzi alla richiesta dell’indirizzo ove rispedire i prodotti, ha ricevuto un secco rifiuto da parte dell’azienda. Questa fonda la propria posizione su un “disclaimer” pubblicato sulla propria pagina web ove si specifica: «non si accettano resi». Il lettore ci chiede se una formula del genere è legale o se invece non si tratti di una truffa. In questo secondo caso, vorrebbe sapere come comportarsi, a quale autorità rivolgersi.

Facciamo un breve cappello.

Il diritto di recesso

Il cosiddetto diritto di recesso consente all’acquirente di “revocare” il contratto, ottenendo la restituzione dei soldi spesi, senza dover fornire una motivazione specifica.

A tal fine però egli deve comunicare al venditore il proprio ripensamento, tramite raccomandata a.r. o pec, entro 14 giorni dal ricevimento del prodotto, provvedendo poi a rispedire immediatamente la merce ricevuta all’indirizzo indicato dal venditore medesimo.

Il diritto di recesso spetta solo nel caso di acquisti online o comunque fuori dai negozi “fisici”, effettuati dai “consumatori”. Il consumatore è colui che compra per scopi personali, non collegati cioè a un’attività lavorativa o imprenditoriale.

Quando non spetta il diritto di recesso?

Il diritto di recesso non spetta a chi acquista con partita Iva (poiché non è considerato “consumatore”). Non spetta inoltre in tutta una serie di ipotesi elencate dal codice del consumo (trovi l’elenco completo nell’articolo Si può escludere il diritto di recesso?). Un caso emblematico è quello dell’acquisto di oggetti confezionati su misura o chiaramente personalizzati. Si pensi all’acquisto di una t-shirt con una stampa specifica fornita dall’acquirente o a una catenina con l’incisione delle iniziali del nome. In queste ipotesi, il diritto di recesso non può essere esercitato indipendente dall’eventuale menzione del venditore sul proprio sito.

Il diritto di recesso non spetta inoltre nelle vendite tra privati: quindi, nel caso di acquisto da un altro consumatore (come succede nel caso di prodotti usati) non è possibile ottenere la restituzione della merce e la dicitura «non si accettano resi» ha valore.

Il venditore può limitare il diritto di recesso?

Il venditore non può limitare il diritto di recesso, neanche inserendo un’apposita clausola nel contratto e facendola approvare espressamente all’acquirente. A maggior ragione, l’eventuale dicitura – presente sul sito Internet o sulla pagina social del venditore – con su scritto «non si accettano resi» non ha alcun valore legale. Dunque, l’acquirente ha comunque diritto a ottenere la restituzione del prezzo speso, fermo restando il suo obbligo di comunicare al venditore l’intenzione di esercitare il diritto di recesso entro 14 giorni e di rispedire la merce all’indirizzo da quest’ultimo fornito.

Si può denunciare il venditore che non consente il diritto di reso?

La mancata ottemperanza all’obbligo di fornire all’acquirente il diritto di recesso non costituisce una truffa, né integra un altro reato. Questo significa che l’acquirente non potrà denunciare il venditore dinanzi alla polizia postale o ai carabinieri. Egli dovrà difendersi unicamente tramite un’azione civile rivolgendosi – tramite un avvocato – al tribunale ordinario. A tal fine, però, dovrà anticipare le spese processuali.

Si potrà anche segnalare l’episodio all’Autorità garante per la concorrenza e il mercato, anche online.

Se il prodotto non è quello pubblicizzato

Alla possibilità di esercitare il diritto di recesso si aggiunge, nel caso di specie, anche l’azione per la vendita di un prodotto avente qualità e caratteristiche diverse da quelle promesse. In tale ipotesi, l’acquirente è tutelato ben oltre i 14 giorni dalla consegna della merce, avendo 10 anni di tempo per agire contro il venditore e chiedere la risoluzione del contratto. A questo punto, sarà bene procurarsi le prove del comportamento del venditore volto a trarre in inganno la fiducia dell’acquirente. Potrebbe essere opportuno fare degli screenshot con le foto della merce pubblicizzata sul profilo social.



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