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Articolo 43 Costituzione italiana: spiegazione e commento

12 Gennaio 2022 | Autore:
Articolo 43 Costituzione italiana: spiegazione e commento

Cosa dice e cosa significa l’art. 43 sui monopoli di Stato.

A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale.

La sostanziale abrogazione dell’articolo 43 della Costituzione 

L’articolo 43 è forse la norma più anacronistica e superata dell’intera Costituzione. Essa prevede che la legge possa vietare ai privati di esercitare determinate attività economiche in settori per i quali sussiste un particolare interesse da parte della collettività. Viene così riservato il monopolio allo Stato o a enti pubblici.

Lo stesso articolo stabilisce poi la facoltà per lo Stato di espropriare – similmente a quanto avviene nei confronti della proprietà privata – intere imprese che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio, sempre purché sussista un preminente interesse generale. 

Tale previsione è frutto di un compromesso tra il vecchio statalismo imprenditoriale che aveva caratterizzato il fascismo e la libertà d’impresa che la Costituzione vuol garantire. 

In forza di tale norma, tra gli anni ’50 e ’60 furono create una serie di aziende statali volte a gestire in regime di monopolio alcuni servizi. È stato il caso della Sip, la compagnia del telefono, e dell’Enel, l’Ente nazionale per l’energia elettrica, che gestiva in monopolio la produzione, il trasporto, la distribuzione e la vendita dell’energia elettrica. E poi è stato il caso dell’Eni, l’Ente nazionale idrocarburi che – benché nato per operare solo nel settore degli idrocarburi – ha finito per allargare i propri tentacoli acquisendo una serie di aziende per salvarle dal fallimento ma, nello stesso tempo, prolungandone l’agonia a spese dei cittadini. 

Tutte queste ed altre società pubbliche sono state poi trasformate in Spa e vendute a privati nell’ambito di una massiccia opera di privatizzazione imposta dall’Unione europea. La politica di quest’ultima, infatti, è sempre stata contraria ai monopoli, in particolar modo quelli statali. I trattati comunitari vietano poi qualsiasi forma di sussidio alle imprese, cosa che invece, con il finanziamento pubblico, sarebbe venuta meno. 

Alcuni tradizionali monopoli di Stato sono pertanto gestiti oggi in regime di concorrenza con i privati, come il servizio postale (non più affidato solo a Poste Italiane, per quanto solo i dipendenti di quest’ultima vengano considerati «pubblici ufficiali»), gli ospedali (che convivono con le cliniche private), la televisione, la radio, le centrali del latte, la lavorazione e vendita dei tabacchi, i trasporti.

Insomma, con l’ingresso in Europa è quindi definitivamente cambiata la nostra politica economica industriale, anche se l’articolo 43 rimane tutt’ora in vigore consentendo eventuali nazionalizzazioni di servizi di interesse generale. 

È meglio che un servizio sia gestito dallo Stato o da un privato?

Non è facile stabilire se sia meglio che un servizio di alto valore sociale sia gestito dal pubblico o dal privato. 

A favore del pubblico vi è, almeno sul piano teorico, una maggiore trasparenza della gestione e un costo meno gravoso per gli utenti finali, non essendo la gestione vincolata alla remunerazione e quindi non sussistendo la necessità di un lucro. Tuttavia, l’esperienza dimostra il contrario. Come dimenticare i tempi in cui i padri di famiglia mettevano il lucchetto ai vecchi telefoni di casa per evitare che moglie e figli potessero abusarne, facendo così lievitare il costo delle chiamate. E come dimenticare anche la tipica fretta che caratterizzava le telefonate interurbane (quelle cioè fuori Comune), considerate un vero e proprio lusso per le famiglie, tant’è che a volte ci si riduceva a un semplice squillo come messaggio sostitutivo al “sto bene”. Tutto ciò è scomparso da quando il mercato è stato liberalizzato: la ricerca del cliente ha fatto sì che le compagnie abbassassero i prezzi, aumentando gli investimenti relativi all’innovazione tecnologica al fine di ridurre anche i costi di produzione, esigenza questa che, in regime di monopolio, non viene chiaramente avvertita. 

Ed è stata poi la stessa Commissione Europea, insieme alla Corte di Giustizia EU, a lanciare l’allarme del pericolo di opacità nella gestione pubblica di servizi o di possibili condizionamenti politici. Si è temuto cioè il rischio concreto che possano essere erogati aiuti economici statali a imprese pubbliche in modo poco trasparente e in violazione delle norme comunitarie sulla concorrenza.

Inoltre, il costo dell’inefficienza del servizio pubblico ha sempre una ricaduta sulla collettività. Si pensi a quanto successo con Alitalia, a lungo tenuta in piedi tramite prestiti statali mai restituiti e, infine, collassata sotto il peso della propria incapacità di auto gestirsi in forma concorrenziale. Il tutto con evidente spreco del denaro pubblico. 

Peraltro, anche a voler rivendicare un ormai anacronistico dirigismo statale nell’economia, non si può fare a meno di considerare che il mercato è profondamente cambiato rispetto ai tempi della Costituzione. La globalizzazione e il superamento delle frontiere nazionali non consentono più agli Stati di decidere e tracciare una propria politica economica senza tenere conto dei mercati internazionali. Internet ha dato un’ulteriore spinta a questa situazione, consentendo di acquistare beni e servizi in ogni parte del mondo indipendentemente dalla lontananza geografica. La funzione dello Stato quindi deve sapersi evolvere, da quella di attore principale a terzo e imparziale garante delle regole. 

 



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