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Divorzio: la moglie conserva il cognome del marito?

12 Gennaio 2022 | Autore:
Divorzio: la moglie conserva il cognome del marito?

Quando e a quali condizioni la donna può mantenere l’appellativo dell’ex coniuge anche dopo la fine dell’unione? La perdita è automatica o c’è una valutazione del giudice?

Il cognome non è solo un identificativo anagrafico, ma è anche un’etichetta sociale: è l’appellativo con il quale le persone vengono individuate e riconosciute. Quando ci si sposa, la moglie aggiunge al proprio cognome quello del marito, come prevede la legge. Così per molte donne questo secondo cognome entra nell’uso comune e diventa un elemento distintivo, specialmente quando il marito è un personaggio famoso, o comunque è noto nell’ambiente sociale di riferimento. Ma quando l’unione coniugale finisce le cose cambiano: mentre la vedova ha sicuramente diritto a mantenere il cognome del marito accanto al proprio, fino a quando non si risposa, ci si chiede cosa succede in caso di divorzio: la moglie conserva il cognome del marito o lo perde definitivamente?

In realtà, la legge fornisce una disposizione abbastanza elastica e, perciò, lascia ampio spazio ai provvedimenti del giudice, che vengono adottati discrezionalmente e caso per caso. Esistono, comunque, dei criteri di riferimento ai quali bisogna attenersi: c’è una regola base e un’importante eccezione. Il principio di fondo è che deve esistere un interesse meritevole di tutela dell’ex moglie al mantenimento del cognome dell’ex marito anche dopo il divorzio. E questo elemento in concreto può dipendere da molti fattori, che riguardano non solo la sfera familiare, ma anche e soprattutto quella professionale e sociale, proprio perché il cognome è un appellativo di notevole rilevanza esterna. È proprio qui che si manifestano gli interessi contrapposti dei due ex coniugi: il marito, che vuole liberarsi della conseguenza perdurante del mantenimento del proprio cognome accanto a quello dell’ex consorte; la moglie, invece, in molti casi vorrebbe conservarlo anche dopo lo scioglimento dell’unione matrimoniale, perché ormai viene identificata grazie ad esso.

Ciò premesso, vediamo più da vicino quando a seguito del divorzio, la moglie conserva il cognome del marito e quando, invece, deve subirne l’inevitabile perdita.

Con il matrimonio la moglie prende il cognome del marito?

L’art. 143 bis del Codice civile dispone che con il matrimonio «La moglie aggiunge al proprio cognome quello del marito e lo conserva durante lo stato vedovile, fino a che passi a nuove nozze». Quindi, la donna (diversamente da quanto alcuni pensano, basandosi sulla vecchia legge vigente prima della riforma del diritto di famiglia) quando si sposa non perde affatto il proprio cognome, ma ne acquisisce un secondo, che dal momento delle nozze potrà essere utilizzato in tutti i rapporti anagrafici e sociali.

La donna, però, in applicazione del principio della parità tra i sessi, ha anche la facoltà di non utilizzare questo secondo cognome nei propri rapporti professionali, mantenendo così solo il suo originario cognome da nubile. Si tratta soprattutto dei casi in cui la moglie già prima di sposarsi svolgeva una propria attività imprenditoriale o di lavoro autonomo, nella quale veniva identificata con il proprio unico cognome che, insieme al nome di battesimo, costituisce una sorta di avviamento professionale. Questo principio viene applicato anche per i nomi d’arte di donne che già prima delle nozze erano diventate personaggi noti nel mondo dello spettacolo (attori del cinema, conduttrici televisive, cantanti, ecc.).

Dopo il divorzio la moglie può conservare il nome del marito?

La legge sul divorzio [1] stabilisce che: «Il tribunale, con la sentenza con cui pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, può autorizzare la donna che ne faccia richiesta a conservare il cognome del marito aggiunto al proprio quando sussista un interesse suo o dei figli meritevole di tutela».

Di regola, quindi, dopo la pronuncia di divorzio la moglie perde il cognome del marito, salvo che la donna ne richieda la perdurante attribuzione e il giudice, con provvedimento motivato, disponga la sua conservazione anche dopo la fine del matrimonio.

La valutazione dell’interesse meritevole di tutela al mantenimento del cognome del marito dopo il divorzio è discrezionale e viene compiuta dal giudice sulla base degli elementi addotti dalle parti. Ad esempio, la moglie potrà far leva sul fatto che il cognome del marito è diventato una componente della propria identità personale, e quindi non può più essere eliminato. Nella prassi dei tribunali italiani, però, solo «circostanze eccezionali» permettono la conservazione del cognome dell’ex marito: ora ti spieghiamo ciò che accade.

Quando la moglie mantiene il cognome del marito dopo il divorzio?

In concreto, la donna che vuole mantenere il cognome del marito dovrà formulare un’apposita istanza al tribunale civile competente a pronunciare il divorzio, evidenziando quali sono gli interessi, personali o dei figli, alla conservazione del cognome del coniuge. Dovrà trattarsi, come abbiamo visto nel paragrafo precedente, di interessi meritevoli di tutela giuridica, perciò non rileva un semplice desiderio, e tantomeno la volontà di sfruttare, a fini economici e sociali, l’appellativo dell’ex marito. Infatti nel procedimento giudiziario anche il marito può interloquire sulla richiesta della moglie per rappresentare i pregiudizi che potrebbero derivargli dal mantenimento del cognome in capo all’ex moglie.

Su questi aspetti la valutazione giudiziaria è piuttosto restrittiva e tende a limitare al massimo i casi di mantenimento del cognome dopo il divorzio, come dimostra la più recente pronuncia della Corte di Cassazione sul tema [2]. Una moglie aveva agito in giudizio per conservare il cognome dell’ex marito, che era un noto chirurgo, al punto che ella era conosciuta nella città dove viveva solo con il cognome di lui. Ma il suo ricorso è stato respinto: la chiara fama clinica del coniuge non è stata ritenuta una ragione sufficiente.

La Suprema Corte ha sottolineato che la conservazione del cognome dell’ex coniuge costituisce un’ipotesi straordinaria: «l’aggiunta del cognome maritale è un effetto del matrimonio circoscritto temporalmente alla perduranza del rapporto di coniugio». Dunque, una «eccezionale deroga» alla perdita del cognome dopo il divorzio è consentita solo quando ricorre un «interesse meritevole di tutela dell’ex coniuge», e non è sufficiente il «mero desiderio di conservare come tratto identitario il riferimento a una relazione familiare ormai chiusa».

La conseguenza di questa impostazione è che il provvedimento del giudice del merito che, nel sancire il divorzio dei due coniugi, respinge l’istanza della moglie volta al mantenimento del cognome del marito, non è ricorribile in Cassazione quando è debitamente motivato, in quanto la valutazione della ricorrenza delle circostanze eccezionali è rimessa al suo «esercizio di poteri discrezionali». Sul punto, l’orientamento della Suprema Corte è costante. Leggi anche: “Dopo il divorzio la moglie può conservare il cognome del marito?“.


note

[1] Art. 5, co. 3, L. n. 898/1970.

[2] Cass. ord. n. 654 del 11.01.2022.

[3] Cass. ord. n. 21706/2015, n.3869/2019 e n.3435/2020.

Cass. civ., sez. VI – 1, ord., 11 gennaio 2022, n. 654

Presidente Ferro – Relatore Parise

Ragioni della decisione

1. La ricorrente P.R. propone ricorso per cassazione, affidato a un solo articolato motivo, avverso la sentenza della Corte d’appello di Trieste n. 284/2020 pubblicata il 23-6-2020 e notificata in data 24-6-2020, con cui è stato rigettato il suo appello e confermata la sentenza non definitiva n. 13/2020 del Tribunale di Trieste con la quale era stato dichiarato lo scioglimento del matrimonio tra la ricorrente e B.P.F. ed era stata rigettata la domanda di P.R. diretta a conservare, in aggiunta al proprio cognome, quello dell’ex marito. B.P.F. resiste con controricorso.

2. Con unico articolato motivo la ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione della L. n. 898 del 1970, art. 5 e successive modificazioni, censurando, sotto un primo profilo, la sentenza impugnata con riguardo alla sussistenza del suo interesse a conservare il cognome dell’ex marito, in particolare per non avere la Corte di merito considerato che detto cognome era divenuto parte integrante dell’identità personale, sociale e di vita di relazione della ricorrente, che da oltre 25 anni, ossia ben oltre la metà della sua esistenza, era conosciuta nella città ove vive (Trieste) solo con il cognome dell’ex marito. Inoltre, lamenta che la Corte d’appello abbia immotivatamente screditato le prove documentali offerte e non abbia ammesso la prova testimoniale richiesta anche in appello. Sotto altro profilo deduce che la Corte di merito ha errato anche nel non considerare l’assenza assoluta di pregiudizio per il marito dall’utilizzo del cognome di quest’ultimo da parte della ricorrente, persona socialmente stimata e apprezzata.

3. Il motivo di ricorso è inammissibile.

3.1. Premesso che, trattandosi di fattispecie inerente lo status, non può trovare applicazione, contrariamente a quanto eccepito dal controricorrente, il principio della cd. doppia conforme ex art. 348 ter c.p.c., commi 4 e 5, ritiene il Collegio che la ricorrente, sotto l’apparente denuncia del vizio di violazione di legge, solleciti, in realtà, un riesame del merito e una nuova valutazione dei fatti allegati, che in dettaglio sono stati scrutinati dalla Corte di merito facendo applicazione dei principi di diritto affermati da questa Corte sul tema oggetto del contendere.

3.2. Secondo l’orientamento di questa Corte, cui il Collegio intende dare continuità, ai sensi dell’art. 143 bis c.c. l’aggiunta del cognome maritale è un effetto del matrimonio circoscritto temporalmente alla perduranza del rapporto di coniugio. L’eccezionale deroga alla perdita del cognome maritale è discrezionale e richiede la ricorrenza del presupposto dell’interesse meritevole di tutela dell’ex coniuge, come è dato inferire dalla disciplina dettata dalla L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 3, in tema di divorzio, ove è detto “Il tribunale, con la sentenza con cui pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli fletti civili del matrimonio, può autorizzare la donna che ne faccia richiesta a conservare il cognome del marito aggiunto al proprio quando sussista un interesse suo o dei figli meritevole di tutela”. Tale disciplina è frutto del principio cui l’ordinamento familiare è ispirato e che privilegia la coincidenza fra denominazione personale e status, sicché la possibilità di consentire con effetti di carattere giuridico-formali la conservazione del cognome del marito, accanto al proprio, dopo il divorzio, è da considerarsi una ipotesi straordinaria affidata alla decisione discrezionale del giudice di merito secondo criteri di valutazione propri di una clausola generale, ma che non possono coincidere con il mero desiderio di conservare come tratto identitario il riferimento a una relazione familiare ormai chiusa quanto alla sua rilevanza giuridica. Nè può escludersi che il perdurante uso del cognome maritale possa costituire un pregiudizio per il coniuge che non vi acconsenta e che intenda ricreare, esercitando un diritto fondamentale a mente dell’art. 8 C.E.D.U., un nuovo nucleo familiare che sia riconoscibile, come legame familiare attuale, anche nei rapporti sociali e in quelli rilevanti giuridicamente. La valutazione della ricorrenza delle circostanze eccezionali che consentono l’autorizzazione all’utilizzo del cognome del marito è rimessa al giudice del merito giacché “di regola non è ammissibile conservare il cognome del marito dopo la pronuncia di divorzio, salvo che il giudice di merito, con provvedimento motivato e nell’esercizio di poteri discrezionali, non disponga diversamente.” (cfr. Cass. 21706/2015; Cass. 3869/2019; Cass. 3435/2020).

3.3. La Corte territoriale, attenendosi a questi criteri, ha ritenuto, motivatamente, che: i) nessun interesse davvero meritevole di tutela fosse stato allegato dalla ricorrente al mantenimento del cognome maritale unitamente al proprio, non potendo detto interesse identificarsi con quello derivante dalla notorietà dell’ex marito; ii) non vi fosse riscontro, nelle allegazioni e nelle istanze di prove, dell’assunto secondo cui il cognome maritale costituiva espressione dell’identità personale dell’ex moglie; iii) la documentazione allegata evidenziasse la spendita del cognome dell’odierna ricorrente accanto a quella dell’ex marito e i capitoli di prova formulati fossero generici e non diretti a dimostrare l’esistenza di un interesse concreto ed eccezionale ad utilizzare il cognome maritale.

A fronte di detto chiaro e lineare percorso argomentativo, la ricorrente si limita a contrapporre la propria ricostruzione fattuale a quella, difforme, effettuata dalla Corte di merito, censura l’interpretazione e la valutazione probatoria della documentazione prodotta e la selezione delle prove, che sono riservate al giudice di merito (tra le tante Cass. 21187/2019) e infine si duole dell’omessa ammissione della prova testimoniale senza neppure riprodurne i capitoli, difettando così la censura, in parte qua, anche di auto sufficienza (Cass.19985/2017).

4. In conclusione, il ricorso va dichiarato inammissibile e le spese di lite del presente giudizio, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, deve darsi atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso per cassazione, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, ove dovuto (Cass. S.U. n. 5314/2020).

Va disposto che in caso di diffusione della presente ordinanza siano omesse le generalità delle parti e dei soggetti in essa menzionati, a norma del D.Lgs. 30 giugno 2003 n. 196, art. 52.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente alla rifusione delle spese del presente giudizio, liquidate in Euro6.100,00, di cui Euro 100,00 per esborsi, oltre rimborso spese generali (15%) ed accessori come per legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso per cassazione, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, ove dovuto.

Dispone che in caso di diffusione della presente ordinanza siano omesse le generalità delle parti e dei soggetti in essa menzionati, a norma del D.Lgs. 30 giugno 2003 n. 196, art. 52.


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