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Trasferimento: si può contestare?

14 Gennaio 2022
Trasferimento: si può contestare?

Condizioni per lo spostamento del dipendente presso un’altra unità produttiva: autorizzazioni, preavviso, limiti e impugnazione del provvedimento.

Si può contestare il trasferimento disposto dal datore di lavoro? La questione è meno semplice di quanto possa, a prima vista, apparire. È vero, la legge pone alcune condizioni alla possibilità del datore di modificare unilateralmente la sede lavorativa ed è anche vero che il mancato rispetto di tali condizioni consente al dipendente di presentare ricorso (tramite il suo avvocato) al tribunale del lavoro. Ma, come si vedrà a breve, il giudice non può sostituirsi alle scelte dell’imprenditore, non può cioè entrare nel merito delle stesse e valutarne l’opportunità: il suo sindacato è quindi molto ridotto.

A spiegare se e quando si può contestare il trasferimento del lavoratore dipendente è una recente sentenza della Cassazione [1] di estrema importanza. Per comprenderla è necessario fare un passo indietro e partire proprio da ciò che prevede l’attuale normativa.

Il datore di lavoro può trasferire un dipendente?

Il datore è libero di modificare, nel corso del rapporto di lavoro, il luogo ove il dipendente deve svolgere la propria prestazione. Non conta quindi il fatto che il contratto abbia inizialmente stabilito una diversa sede.

Tale facoltà gli è concessa però solo se sussistono comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive. A imporre tali condizioni è l’articolo 2103 del Codice civile. Dunque, il trasferimento può scattare solo quando vi sia un interesse effettivo per l’azienda. La scelta del datore non può essere un modo per penalizzare il dipendente, per attuare nei suoi riguardi una ritorsione o mobbing.

Il datore di lavoro deve chiedere il permesso al dipendente prima di trasferirlo?

Il datore non è tenuto a chiedere l’autorizzazione al dipendente prima del trasferimento. La modifica del luogo di lavoro può quindi avvenire unilateralmente, sempre che sussistano le condizioni sopra descritte (le comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive).

Si può trasferire un lavoratore con la 104?

Diverso è il caso del lavoratore con “la 104”, ossia titolare dei benefici previsti dalle legge n. 104/1992 a favore di chi ha una disabilità o assiste una persona disabile. In tali casi, il dipendente ha diritto a scegliere, ove possibile, la sede di lavoro più vicina al domicilio della persona da assistere e non può essere trasferito senza il suo consenso ad altra sede [2].

Il datore di lavoro deve dare un preavviso prima di disporre il trasferimento del dipendente?

Salvo che nel contratto collettivo nazionale di categoria (Ccnl) non sia disposto diversamente, il datore non è tenuto a fornire un preavviso al dipendente prima del trasferimento. È comunque necessario – in ottemperanza ai doveri generali di buona fede e correttezza – dargli un congruo preavviso in modo che l’interessato possa trovare eventualmente un alloggio presso la nuova sede o comunque possa organizzare i propri affari.

La lettera di trasferimento va motivata?

La legge non impone che la comunicazione di trasferimento sia motivata. Le motivazioni andranno fornite a richiesta del dipendente. Su questo punto però non c’è uniformità di vedute in giurisprudenza ed alcune sentenze della Cassazione hanno ritenuto sussistente l’obbligo della motivazione e della forma scritta della comunicazione di trasferimento.

Si può contestare il trasferimento?

Il dipendente può sempre contestare il trasferimento perché non rispettoso delle condizioni imposte dalla legge, ossia quando disposto in assenza delle «ragioni tecniche, organizzative e produttive». Tuttavia, secondo la Cassazione [1], il controllo del giudice resta circoscritto all’accertamento della effettiva sussistenza delle cause addotte dal datore e che siano state effettivamente queste a determinare lo spostamento del luogo di lavoro. Il tribunale non può invece sindacare il merito di tale scelta al fine di valutarne l’idoneità o inevitabilità. In altri termini, si può trasferire un lavoratore, se adeguatamente motivato, anche laddove ciò non sia strettamente necessario e nella sede di destinazione non vi sia estremo bisogno di lui.

Per la sentenza, dunque, non è neppure ravvisabile un onere del datore – analogo a quello, invece, che sussiste in caso di licenziamento per soppressione del posto di lavoro – di provare l’inutilizzabilità del dipendente nella sede originaria in altra collocazione.

Trasferimento illegittimo: ci si può rifiutare di lavorare?

Attenzione poi a un altro avvertimento fornito dalla giurisprudenza: il dipendente che ritenga illegittimo il trasferimento non può, solo per questo, rifiutarsi di prendere posto presso la nuova sede, ma deve prima contestarlo dinanzi al giudice. Nel frattempo, non può rifiutarsi di andare a lavorare. La sua, altrimenti, sarà considerata come un’assenza ingiustificata che potrebbe dar luogo al licenziamento disciplinare. Solo nel caso in cui il trasferimento vada a comprimere diritti particolarmente delicati come la salute (si pensi a un trasferimento di un dipendente con la 104), è possibile sottrarsi ad esso e rifiutarsi di lavorare.

Gli altri casi in cui si può trasferire un dipendente

Il trasferimento del dipendente può avvenire per tre ragioni:

  • per ragioni inerenti alle necessità dell’azienda (di cui abbiamo appena parlato);
  • per sanzione disciplinare nel caso di comportamenti illeciti del dipendente: in tale ipotesi, deve essere preceduto dall’iter imposto dallo Statuto dei lavoratori, con la contestazione scritta e il termine di 5 giorni per le difese prima dell’assunzione della sanzione;
  • per incompatibilità ambientale: avviene indipendentemente dalla responsabilità del dipendente, come semplice conseguenza di una difficoltà di comunicazione tra questi e i suoi colleghi che rallenta la produzione, e quindi senza l’applicazione della procedura di garanzia prevista dalla legge come nel caso di trasferimento a titolo di sanzione disciplinare.

note

[1] Cass. sent. n. 32506/2021 del 8.11.2021.

[2] Così dispone l’art. 33 della L. 104/92 e l’art. 24 della L. n. 183/2010.

Corte di Cassazione Sezione L Civile Ordinanza 8 novembre 2021 n. 32506

Data udienza 9 giugno 2021

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI SEZIONE LAVORO

ORDINANZA

sul ricorso 14878/2018 proposto da:

(OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentato e difeso dall’avvocato (OMISSIS);

– ricorrente –

contro

(OMISSIS) S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio degli avvocati (OMISSIS), (OMISSIS), e (OMISSIS);

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 6928/2017 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI, depositata il 09/11/2017 R.G.N. 2964/2016;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del 09/06/2021 dal Consigliere Dott. MATILDE LORITO.

RILEVATO

Che:

La Corte d’appello di Napoli confermava la pronuncia del giudice di prima istanza che aveva respinto le domande proposte da (OMISSIS) nei confronti della (OMISSIS) s.p.a. volte a conseguire la declaratoria di illegittimita’ del trasferimento disposto dalla sede di (OMISSIS) a quella di (OMISSIS), la reintegra presso la originaria sede di lavoro ed il risarcimento dei danni risentiti;

nel pervenire a tale convincimento, premetteva che il (OMISSIS), dipendente della (OMISSIS) s.p.s. dal 1991 con mansioni di programmatore centrali telefoniche con sede di lavoro (OMISSIS), era stato posto in CIGS e successivamente trasferito ad altra azienda mediante cessione, dichiarata illegittima con sentenza del Tribunale di Napoli che ne aveva disposto la reintegra presso la sede di via Imparato n. 198 con mansioni di customer supporter engineer addetto alla installazione e manutenzione di apparecchiature mediche; osservava che il (OMISSIS), cio’ nondimeno, era stato privato dal dicembre 2011 al gennaio 2013 di alcun incarico prima di essere trasferito alla sede di (OMISSIS) con mansioni di tecnico collaudatore; rimarcava che detto provvedimento gli aveva arrecato uno stato ansioso depressivo documentato;

il giudice di seconda istanza, in estrema sintesi, accertava poi che le motivazioni addotte a sostegno del provvedimento datoriale erano coerenti con la lettera di comunicazione; che la posizione assegnata presso la sede di (OMISSIS), comunque non specializzata, era sostanzialmente equivalente a quella in precedenza rivestita; che il trasferimento era giustificato dalla diminuzione di fatturato della societa’, da cui era scaturita la necessita’ di riduzione dell’organico presso la sede di (OMISSIS);

in tale prospettiva era da ritenere non significativa la allegazione da parte del lavoratore del conto economico a riprova dell’incremento degli utili aziendali, posto che il dato era riferibile all’azienda nel suo complesso;

la cassazione di tale decisione e’ domandata da (OMISSIS) sulla base di tre motivi; resiste con controricorso la societa’ intimata.

CONSIDERATO

che:

  1. con il primo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione dell’articolo 2103 c.c., dell’articolo 2697 c.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3;

si prospetta che l’errore di diritto in cui sarebbe incorso il giudice del gravame sarebbe stato quello di aver valutato come elementi di prova, le mere allegazioni fornite dalla parte datoriale, con esonero di quest’ultima dal suo imprescindibile onere allegatorio;

dalla lettura del provvedimento di trasferimento e dalle allegazioni contenute in memoria di costituzione in appello, era emerso che il (OMISSIS) era stato trasferito a (OMISSIS) a causa del venir meno del carico lavorativo e di sostenibilita’ economica per l’azienda, conseguente ad una significativa riduzione delle attivita’ del settore “Healtcare” del Centro-Sud Italia; ma tale ragione non era stata sufficientemente indagata nella sua sussistenza e risultava smentita da una serie di circostanze oggettive, quali la assunzione di un nuovo dipendente proprio nel settore cui era addetto il ricorrente, dalle testimonianze acquisite al processo, dal conto economico che evidenziava un aumento nel 2012 rispetto all’anno precedente;

  1. il motivo e’ privo di fondamento;

e’ principio costante nella giurisprudenza di questa Corte, quello in base al quale il controllo giudiziale del trasferimento di un lavoratore va compiuto con riferimento alla sussistenza del nesso di causalita’ tra il provvedimento e le ragioni tecniche, organizzative e produttive poste a fondamento dello stesso, come richiesto dall’articolo 2103 c.c., ma non si estende fino alla valutazione del merito della scelta del datore di lavoro per verificare se essa sia idonea, o meno, a soddisfare tali esigenze o se sia inevitabile(vedi Cass. 28/4/2009 n. 9921);

il controllo giurisdizionale delle comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive che legittimano il trasferimento del lavoratore subordinato deve essere, infatti, diretto ad accertare che vi sia corrispondenza tra il provvedimento adottato dal datore di lavoro e le finalita’ tipiche dell’impresa, e, trovando un preciso limite nel principio di liberta’ dell’iniziativa economica privata (garantita dall’articolo 41 Cost.), non puo’ essere dilatato fino a comprendere il merito della scelta operata dall’imprenditore (vedi ex plurimis, Cass. 30/5/2016 n. 11126); quest’ultima, inoltre, non deve presentare necessariamente i caratteri dell’inevitabilita’, essendo sufficiente che il trasferimento concreti una delle possibili scelte, tutte ragionevoli, che il datore di lavoro puo’ adottare sul piano tecnico, organizzativo e produttivo (vedi Cass. cit. n. 9921/2009, Cass. 26/10/2018 n. 27226);

in conseguenza neppure e’ ravvisabile un onere del datore di lavoro analogo a quello, invece, sussistente in caso di licenziamento per soppressione del posto di lavoro di provare l’inutilizzabilita’ del dipendente nella sede originaria in altra collocazione;

in particolare deve ritenersi che l’articolo 2103 c.c., richieda come unico presupposto di legittimita’ la sussistenza di “comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive”, restando pertanto circoscritto il controllo giudiziale all’accertamento del nesso di causalita’ tra il provvedimento di trasferimento e le predette ragioni poste a fondamento della scelta imprenditoriale, senza che sia sindacabile il merito di tale scelta al fine di valutarne l’idoneita’ o inevitabilita’;

tanto precisato in linea di principio, nella sentenza impugnata la Corte distrettuale ha – nella specie – correttamente applicato la normativa in materia di trasferimento del lavoratore alla stregua di quanto ritenuto dalla summenzionata giurisprudenza di questa Corte, rilevando che il trasferimento era stato reso necessario dalla diminuzione di fatturato presso la sede di (OMISSIS), ampiamente dimostrato dalla documentazione versata in atti, e giustificato anche in ragione delle politiche regionali di austerity introdotte nell’anno di riferimento, con conseguente necessita’ di riduzione dell’organico; e tale iter motivazionale, per quanto sinora detto, si sottrae alla censura all’esame;

  1. il secondo motivo prospetta motivazione apparente e perplessa ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5;

si deduce che la pronuncia non abbia esplicato gli elementi dai quali sarebbe desumibile il proprio convincimento con motivazione apodittica e priva di un reale contenuto argomentativo; essa era altresi’ intimamente contraddittoria laddove aveva da un canto, suffragato la tesi della societa’ circa la necessita’ di riduzione dell’organico per effetto della diminuzione di fatturato e dall’altro, osservalo che l’assunzione di un nuovo dipendente presso la sede di (OMISSIS) era giustificata dalla sua qualita’ di tecnico altamente specializzato;

  1. con il terzo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione degli articoli 115-116 c.p.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3;

si prospetta una erronea interpretazione dei dati probatori acquisiti con riferimento all’incremento dei valori dei ricavi e delle vendite del settore cui era assegnato il ricorrente.

  1. i motivi, che possono congiuntamente trattarsi siccome connessi, non sono fondati;

e’ bene rammentare che la nuova formulazione dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, applicabile, ai sensi del Decreto Legge n. 83 del 2012, articolo 54, comma 3, alla pronuncia in questa sede impugnata, rende denunciabile per cassazione solo il vizio di “omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che e’ stato oggetto di discussione tra le parti”, cosi’ facendo richiamo all’originaria formulazione dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5 del codice di rito del 1940;

con orientamento espresso dalla sentenza 7.4.14 n. 8053 e dalle successive pronunce conformi, le Sezioni Unite di questa Corte, nell’interpretare la portata della novella, hanno in primo luogo affermato che con essa si e’ assicurato al ricorso per cassazione solo un “minimo costituzionale”, ossia lo si e’ ammesso ove strettamente necessitato dai precetti costituzionali, supportando il giudice di legittimita’ quale giudice dello ius constitutionis e non, se non nei limiti della violazione di legge, dello ius litigatoris;

proprio per tale ragione le Sezioni Unite hanno affermato che non e’ piu’ consentito denunciare un vizio di motivazione se non quando esso dia luogo, in realta’, ad una vera e propria violazione dell’articolo 132 c.p.c., comma 2, n. 4; e cio’ si verifica soltanto in caso di mancanza grafica della motivazione, o di motivazione del tutto apparente, oppure di motivazione perplessa od oggettivamente incomprensibile, oppure di manifesta e irriducibile sua contraddittorieta’ e sempre che i relativi vizi emergano dal provvedimento in se’, esclusa la riconducibilita’ in detta previsione di una verifica sulla sufficienza e razionalita’ della motivazione medesima mediante confronto con le risultanze probatorie;

per l’effetto, il controllo sulla motivazione da parte del giudice di legittimita’ diviene un controllo ab intrinseco, nel senso che la violazione dell’articolo 132 c.p.c., comma 2, n. 4, deve emergere obiettivamente dalla mera lettura della sentenza in se’, senza possibilita’ alcuna di ricavarlo dal confronto con atti o documenti acquisiti nel corso dei gradi di merito;

l’omesso esame deve, dunque, riguardare un fatto (inteso nella sua accezione storico-fenomenica e, quindi, non un punto o un profilo giuridico o la maggiore o minore significativa del fatto medesimo) principale o primario (ossia costitutivo, impeditivo, estintivo o modificativo del diritto azionato) o secondario (cioe’ dedotto in funzione probatoria); ma il riferimento al fatto secondario non implica che possa denunciarsi ex articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, anche l’omesso esame di determinati elementi probatori: basta che il fatto sia stato esaminato, ancorche’ – in astratta ipotesi – in modo errato o poco convincente;

nello specifico, non e’ riscontrabile alcuna delle ipotesi oggetto del limitato ambito di sindacato in sede di legittimita’, delineato dalle Sezioni Unite di questa Corte;

anche laddove in apparenza si denuncia vizio di violazione e falsa applicazione di legge, le censure degradano in realta’ verso l’inammissibile richiesta a questa Corte di una rivalutazione dei fatti storici da cui e’ originata l’azione (cfr. Cass., Sez. Un., 17/12/2019, n. 33373, Cass. S.U. 27/12/2019 n. 34476);

in breve, la complessiva censura traligna dal modello legale di denuncia di un vizio riconducibile all’articolo 360 c.p.c., perche’ pone a suo presupposto una diversa ricostruzione del merito degli accadimenti ed una difforme valutazione delle acquisizioni probatorie non consentita nella presente sede;

il giudice di seconda istanza ha esaminato i fatti acquisiti in giudizio con motivazione conforme a diritto e scevra da ogni contraddizione; ha infatti considerato la non pretestuosita’ del trasferimento in ragione della sussistenza di comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive ad esso sottese, considerando,al riguardo, l’irrilevanza della circostanza addotta dal lavoratore inerente alla assunzione presso la sede di (OMISSIS) di un altro dipendente, trattandosi di una figura altamente specializzata in possesso di una professionalita’ diversa da quella di cui il ricorrente era titolare;

in definitiva, alla stregua delle sinora esposte considerazioni, il ricorso e’ respinto;

la regolazione delle spese inerenti al presente giudizio, segue il regime della soccombenza, nella misura in dispositivo liquidata;

trattandosi di giudizio instaurato successivamente al 30 gennaio 2013 ricorrono le condizioni per dare atto – ai sensi al Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 quater – della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso articolo 13, comma 1 bis, ove dovuto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio che liquida in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 3.500,00 per compensi professionali, oltre spese generali al 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 quater, da’ atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso articolo 13, comma 1 bis, ove dovuto.


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