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Aggressione: è infortunio in itinere?

14 Gennaio 2022
Aggressione: è infortunio in itinere?

Aggressione riconducibile a rapporto personale nel tragitto casa-lavoro e infortunio sul lavoro: al dipendente spetta un risarcimento?

Se un dipendente dovesse subire un’aggressione nel tornare a casa dal lavoro, questa potrebbe considerarsi un infortunio in itinere? La questione è stata analizzata proprio di recente dalla Cassazione [1]. Secondo la Corte, bisogna distinguere due ipotesi: da un lato quelle in cui l’aggressione avviene per via dei rapporti personali tra la vittima e l’aggressione, per ciò del tutto estranei al lavoro; dall’altro, ci sono le ipotesi in cui l’aggressione è motivata da ragioni differenti e la vittima è solo scelta a caso dal malvivente. Ma procediamo con ordine.

Cos’è l’infortunio in itinere?

È a tutti noto che, se durante il tragitto casa-lavoro o lavoro-casa, il dipendente dovesse subire un infortunio questo verrebbe trattato come «infortunio sul lavoro» e rientrerebbe nella copertura Inail. Il che significa che è possibile reclamare il risarcimento. È il cosiddetto infortunio in itinere che richiede però l’impiego, da parte della vittima, del mezzo pubblico o della bicicletta come mezzo di trasporto. Se invece l’infortunio avviene sull’auto personale è necessario dimostrare che l’uso della stessa sia stato necessario (ad esempio, per l’assenza di fermate vicino i luoghi di partenza o di destinazione) e che non si sia prescelta una strada diversa rispetto al normale percorso che unisce la dimora con il luogo di lavoro.

Quando l’aggressione non è infortunio in itinere

Ipotizziamo ora che, proprio vicino alla fermata dell’autobus, una lavoratrice incontri un suo ex fidanzato che l’aspettava lì per un confronto verbale e che, nel corso della discussione, questa subisca un’aggressione fisica. Oppure immaginiamo il caso di un lavoratore che venga raggiunto, vicino alla metro, da un rivale che intende regolare i conti. Ebbene, in caso di aggressione c’è infortunio in itinere?

Il parere fornito dalla Cassazione è stato negativo. Secondo i giudici, infatti, non si può prevedere il risarcimento a carico dell’Inail nel caso in cui la causa violenta dell’evento occorso al lavoratore, sul luogo o sulle vie del lavoro, sia stata integrata dal comportamento doloso del terzo riconducibile ai rapporti personali tra l’aggressore e la vittima e, pertanto, del tutto estranei all’attività lavorativa.

In tali ipotesi, viene del tutto a mancare un collegamento tra l’infortunio e l’attività lavorativa. Il fatto che l’incidente sia avvenuto proprio nel percorso “da” e “per” il lavoro risulta una semplice coincidenza cronologica e topografica, tale però da escludere la possibilità di ritenere configurato l’infortunio in itinere.

Quando l’aggressione è infortunio in itinere

Ipotizziamo ora il caso di un dipendente che, al rientro dal lavoro, subisca una rapina e, per una colluttazione con il malvivente, cada a terra e si faccia male. Secondo le Sezioni Unite della Cassazione [2], c’è tutela assicurativa – e quindi è possibile parlare di infortunio in itinere – quando il lavoratore, durante il percorso obbligato tra casa e sede lavorativa, è una vittima “scelta a caso” dal malvivente, come nell’ipotesi di chi viene scippato o rapinato.

Il comportamento doloso dell’aggressore non rientra nell’infortunio indennizzabile soltanto se la finalità dell’azione delittuosa sia estranea al lavoro, per essersi ingenerate situazioni di pericolo individuale alle quali la sola vittima è esposta ovunque si rechi o si trovi, indipendentemente dal percorso seguito per recarsi al lavoro; mentre non lo esclude se persiste tra comportamento del terzo ed evento un collegamento funzionale con l’attività di lavoro, anche a prescindere da qualsiasi coincidenza cronologica e topografica.

L’aggressione viene risarcita a titolo di infortunio in itinere quando vi è il nesso di occasionalità con l’attività tutelata e il tragitto protetto, anche se attività e tragitto non ne siano stati la causa ma abbiano quanto meno reso possibile o agevolato il perpetrarsi dell’azione violenta e criminosa.


note

[1] Cass. Sez. Lav. sent. n. 31485/21 del 3.11.2021.

[2] Cass. S.U. sent. n. 17685/2015.

Corte di Cassazione Sezione L Civile Sentenza 3 novembre 2021 n. 31485

Data udienza 6 luglio 2021

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 1091/2016 proposto da:

(OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentata e difesa dagli avvocati (OMISSIS), (OMISSIS);

– ricorrente –

contro

I.N.A.I.L. – ISTITUTO NAZIONALE PER L’ASSICURAZIONE CONTRO GLI INFORTUNI SUL LAVORO, in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio degli avvocati (OMISSIS), (OMISSIS) che lo rappresentano e difendono;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1817/2015 della CORTE D’APPELLO di BARI, depositata il 08/09/2015 R.G.N. 231/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 06/07/2021 dal Consigliere Dott. ROSSANA MANCINO;

il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. MUCCI Roberto, visto il Decreto Legge 28 ottobre 2020, n. 137, articolo 23, comma 8 bis, convertito con modificazioni nella L. 18 dicembre 2020, n. 176, ha depositato conclusioni scritte.

FATTI DI CAUSA

1 La Corte d’appello di Bari, con sentenza n. 1817 del 2015, in riforma della sentenza di primo grado, ha rigettato la domanda svolta da (OMISSIS) volta ad ottenere la rendita ai superstiti per l’infortunio in itinere occorso alla figlia, (OMISSIS), l'(OMISSIS), aggredita e uccisa mentre si recava al lavoro.

  1. Con la premessa che l’aggressione mortale dovesse ascriversi a un raptus passionale dell’aggressore, conosciuto dalla lavoratrice in chat, condannato a pena detentiva per omicidio premeditato, la Corte territoriale ha escluso, nella specie, la configurabilita’ di un infortunio in itinere suscettibile di tutela assicurativa.
  2. Avverso tale sentenza ricorre (OMISSIS), con due motivi, cui resiste l’INAIL, con controricorso.
  3. Il Procuratore Generale ha rassegnato conclusioni scritte chiedendo il rigetto del ricorso.

RAGIONI DELLA DECISIONE

  1. Con il primo motivo di ricorso si deduce violazione del giudicato implicito, omessa pronuncia su fatti accertati in primo grado e omessa decisione su fatti coperti da giudicato e oggetto del contendere, per avere la Corte di merito valutato la rispondenza ai requisiti richiesti dal Decreto del Presidente della Repubblica n. 1124 del 1965, articoli 2 e 210, in relazione ad un apodittico raptus passionale del soggetto e non ai fatti accertati in primo grado, rispetto ai quali si era gia’ formato il giudicato interno per mancanza di contestazione da parte dell’INAIL.
  2. Con il secondo motivo si deduce erronea interpretazione e applicazione del Decreto del Presidente della Repubblica n. 1124 del 1965, articoli 2 e 210, e si assume che i fatti, come ricostruiti e non contestati, avrebbero dovuto far ritenere provata la vera e propria occasione di lavoro tra evento e percorso per recarsi al lavoro e non una mera coincidenza topografica e cronologica, per esservi tutti gli elementi dimostrativi della circostanza che la povera lavoratrice sarebbe stata ancora viva se quella mattina non si fosse recata al lavoro o non avesse percorso quella strada; si assume, inoltre, come acquisita la piena prova dell’attivita’ lavorativa come specifica condizione che aveva reso possibile l’omicidio, in considerazione della particolarita’ dei luoghi poco frequentati al momento dello spostamento, dell’orario, di primissima mattina, e della conoscenza degli stessi da parte dell’omicida che, per tali ragioni, aveva potuto agire indisturbato e pianificare la sua azione delittuosa.
  3. Il ricorso e’ da rigettare.
  4. Va premesso, innanzitutto, quanto al primo motivo, che in disparte l’eterogeneita’ dei plurimi profili di censura svolti nello stesso mezzo d’impugnazione, come tali inammissibili, il giudicato implicito invocato dalla parte ricorrente investe, invero, non gia’ fatti accertati, e ampiamente pacifici, come emerge dalla sentenza impugnata, sibbene la valutazione e apprezzamento di essi sicche’ non si pone alcuna questione di giudicato interno a fronte della statuizione della Corte territoriale che ha escluso potersi annoverare l’evento funesto nella categoria normativa dell’occasione di lavoro.
  5. Anche il raptus passionale, quale causa dell’aggressione mortale, evocato nel secondo mezzo per incrinare la decisione impugnata, non e’ affatto apodittico ma basato sulla premeditazione, ritenuta dalla sentenza penale di condanna, e in ogni caso il motivo e’ inammissibile nei profili che investono, e criticano, l’apprezzamento compiuto dal giudice del merito, come tale insindacabile in sede di legittimita’.
  6. Tanto premesso, possono essere esaminate congiuntamente, per la loro connessione, le censure che devolvono alla Corte, per incrinare la sentenza impugnata, la cornice normativa dell’occasione di lavoro e i risvolti interpretativi laddove la causa violenta sia integrata, come nella specie, dall’aggressione mortale in danno della lavoratrice intenta a recarsi al lavoro.
  7. Che non si tratti di tema connotato da assoluta novita’, sul quale questa Corte di legittimita’ non si gia’ interrogata, e’ testimoniato dall’intervento delle Sezioni Unite della Corte, con la sentenza n. 17685 del 2015, nel quale sono gia’ delineate, per l’interprete, le linee guida entro cui muoversi nel definire il rapporto tra fatto doloso del terzo e occasione di lavoro.
  8. Risulta cosi’ affermata, e chiarita, la regola dell’esclusione della tutela assicurativa, previdenziale e solidaristica, nel caso in cui la causa violenta dell’evento occorso al lavoratore, sul luogo o sulle vie del lavoro, sia stata integrata dal comportamento doloso del terzo riconducibile ai rapporti personali tra l’aggressore e la vittima e, pertanto, del tutto estranei all’attivita’ lavorativa, nel qual caso il collegamento tra evento lesivo e attivita’ lavorativa, comprensiva del percorso da e per il lavoro, risulta basato su una mera coincidenza cronologica e topografica, tale da escludere la possibilita’ di ritenere configurata l’occasione di lavoro.
  9. Vale anche ricordare che, con la menzionata decisione, le Sezioni Unite, misurandosi con l’espressa introduzione dell’ipotesi legislativa dell’infortunio in itinere – il Decreto Legislativo n. 38 del 2000, articolo 12, che ha disciplinato l’infortunio in itinere nell’ambito della nozione di occasione di lavoro di cui al Decreto del Presidente della Repubblica n. 1124 del 1965, articolo 2, – ne hanno chiarito la portata non derogatoria della norma fondamentale che prevede la necessita’ non solo della causa violenta ma anche della occasione di lavoro, con la conseguenza che, in caso di fatto doloso del terzo, la tutela e’ esclusa al venir meno dell’occasione di lavoro in quanto il collegamento tra evento e normale tragitto casa-lavoro diventa marginale e basato esclusivamente su una mera coincidenza cronologica e topografica, come nel caso in cui il fatto criminoso sia riconducibile a rapporti personali, tra aggressore e vittima, estranei all’attivita’ lavorativa.
  10. Si evince, dunque, dalla decisione del 2015 delle Sezioni Unite della Corte, che il fatto doloso del terzo esclude l’infortunio indennizzabile soltanto se la finalita’ dell’azione delittuosa sia estranea al lavoro, per essersi ingenerate situazioni di pericolo individuale alle quali la sola vittima e’, di fatto, esposta ovunque si rechi o si trovi, indipendentemente dal percorso seguito per recarsi al lavoro, mentre non lo esclude se persiste tra comportamento del terzo ed evento un collegamento funzionale con l’attivita’ di lavoro, anche a prescindere da qualsiasi coincidenza cronologica e topografica.
  11. Vale la pena di puntualizzare che per le aggressioni subite dal lavoratore, e dalla lavoratrice, durante il tragitto casa-lavoro, il comportamento del terzo costituisce una delle componenti causali dell’infortunio e l’aggressione non fa venire meno l’occasione di lavoro in quanto essa costituisce il fattore causale dell’infortunio reso possibile o comunque agevolato dal fatto che la vittima si trovi a percorrere il tragitto naturale, vale a dire obbligato per raggiungere la sede lavorativa e, come tale, appunto, protetto dalla tutela assicurativa apprestata dall’ordinamento.
  12. L’aggressione va, dunque, ricompresa nell’occasione di lavoro ogni qualvolta vi sia il nesso di occasionalita’ con l’attivita’ tutelata e il tragitto protetto, anche se attivita’ e tragitto non ne siano stati la causa ma abbiano quanto meno reso possibile o agevolato il perpetrarsi dell’azione violenta e criminosa.
  13. La direzione intenzionale dell’atto doloso del terzo verso la vittima predeterminata, come per l’intento omicida del convivente della lavoratrice dettato da ragioni passionali estranee a qualsiasi causa lavorativa e preso in esame nella piu’ volte richiamata decisione delle Sezioni Unite del 2015, spezza il nesso di occasionalita’ indispensabile ai fini della tutela, perche’ lo spostamento per motivi di lavoro rappresenta una mera coincidenza per essere la vittima esposta, di fatto, all’intento criminoso, ovunque si rechi o si trovi.
  14. Il discrimine per la protezione assicurativa del lavoratore aggredito nel percorso obbligato tra casa e sede lavorativa e’ dunque che il tragitto per o dalla sede lavorativa abbia semplicemente costituito il nesso di occasionalita’ necessaria con comportamenti del terzo sfociati in episodi delittuosi diretti a colpire vittime di un intento criminoso scelte a caso, agevolandoli o rendendoli possibili, mentre non costituisce evento protetto, meritevole della protezione assicurativa e solidaristica, la situazione di pericolo individuale che abbia esposto all’azione delittuosa dell’aggressore la sola vittima, per effetto dei rapporti interpersonali e, dunque, extralavorativi.
  15. Il percorso che separa l’abitazione della lavoratrice dal luogo di lavoro, il normale percorso obbligato per svolgere la prestazione, rientra nella protezione riconosciuta dalla legge che estende la tutela a tutti gli eventi in qualche modo collegati con la necessita’ del lavoratore, e della lavoratrice, di trovarsi nella situazione di rischio per obblighi nascenti dal contratto di lavoro coesistendo, dunque, la causa violenta e l’occasione di lavoro come fattore causale dell’infortunio, reso possibile o agevolato dalla presenza della vittima malcapitata, in un determinato posto, per ragioni lavorative.
  16. Il tragitto, da e per il lavoro, e i mezzi di locomozione adoperati presentano sempre un nesso di occasionalita’ necessaria con eventuali azioni delittuose dirette a colpire vittime casuali e la lavoratrice vittima occasionale, e casualmente prescelta, e’ dunque protetta dalla legislazione previdenziale allorche’ fatti criminosi in suo danno avvengano in assenza di un movente personale che colleghi la vittima all’autore e in ragione del nesso di occasionalita’ necessario tra itinerario protetto e fatto delittuoso.
  17. Diversamente dalla prospettazione difensiva della ricorrente, che ravvisa l’occasione di lavoro nel tragico evento occorso alla giovane lavoratrice, la non estraneita’ dell’autore dell’efferato delitto e il movente personalizzato e non indiscriminato, diretto a colpire esclusivamente la vittima designata e non chiunque si fosse recato al lavoro quella mattina, hanno reciso qualsivoglia nesso con l’attivita’ lavorativa e fatto assurgere a marginale il collegamento tra il tragico evento occorso e il tragitto obbligato.
  18. I rapporti personali tra aggressore e lavoratrice, rimanendo privo di significativita’ che siano stati intessuti via chat con la confidenziale rivelazione, da parte della lavoratrice, esclusivamente dei dati identificativi degli orari e percorsi del tragitto casa-lavoro, non qualificano l’occasione di lavoro nel senso preteso nel pregnante snodo argomentativo critico coltivato con il mezzo d’impugnazione attraverso la valorizzazione dell’acquisita conoscibilita’, da parte dell’aggressore omicida, dei dati identificativi per perpetrare l’efferato delitto in occasione lavorativa, ma piuttosto la escludono per il nesso di mera casualita’ tra il percorso lavorativo e l’aggressione mortale riconducibile esclusivamente ai rapporti tra vittima e aggressore.
  19. In conclusione, agli effetti della protezione assicurativa l’aggressione e’ sempre ricompresa nell’occasione di lavoro anche quando non possa essere ricollegata, neppure indirettamente all’attivita’ lavorativa svolta dall’assicurata, con l’unico limite dell’ipotesi in cui l’aggressione sia da ricollegarsi a ragioni extraprofessionali o a particolari rapporti tra vittima e aggressore, nel qual caso le circostanze lavorative costituiscono solo una delle possibili opportunita’ per porre in atto il movente delittuoso e perpetrare l’azione criminosa e tanto esclude che l’aggressione possa costituire evento protetto.
  20. La Corte territoriale ha fatto buon governo dei principi regolatori della materia non ravvisando, nella vicenda all’esame, l’occasione di lavoro per avere il tragico evento occorso alla lavoratrice per mano dell’uomo conosciuto in chat spezzato ogni nesso con la prestazione lavorativa.
  21. Obiettiva delicatezza e peculiarita’ della questione all’esame della Corte consigliano la compensazione delle spese del giudizio.
  22. Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 quater, sussistono i presupposti processuali per il versamento, a carico della parte ricorrente, dell’ulteriore importo, a titolo di contributo unificato, pari a quello per il ricorso ex articolo 13, comma 1, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso, spese compensate. Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 quater, sussistono i presupposti processuali per il versamento, a carico della parte ricorrente, dell’ulteriore importo, a titolo di contributo unificato, pari a quello per il ricorso ex articolo 13, comma 1, se dovuto.


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