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Recedere dalla SNC con durata lunghissima

15 Luglio 2015
Recedere dalla SNC con durata lunghissima

Recesso dalla società in nome collettivo senza limiti di tempo se la durata della società è fissata oltre le aspettative medie di vita.

Il socio di Snc ha diritto di recesso in ogni tempo se la società ha una durata lunghissima, “superiore alle aspettative di vita media” (nella specie la durata era stata fissata fino al 31 dicembre 2200); per esercitare il diritto di recesso il socio non deve rispettare particolari formalità.

È quanto precisato dal Tribunale di Roma in una recente sentenza [1].

Lo stesso tribunale ha poi chiarito che il debito per la liquidazione del socio recedente è un debito della società, per il cui pagamento al socio recedente non vi è solidarietà dei soci non recedenti.

La stessa regola vale per il caso di costituzione di società a tempo indeterminato, ipotesi per la quale il Codice civile [2] attribuisce ai soci della Snc il diritto di recedere dalla società in qualsiasi momento, salvo il preavviso di tre mesi.

Come esercitare il diritto di recesso

La sentenza chiarisce che il recesso è un atto che deve essere semplicemente portato a conoscenza del destinatario perché possa avere effetti. Per il resto, non è soggetto ad alcun requisito di forma. In altri termini, la dichiarazione di recesso può essere espressa anche in forma orale: in questo caso potrebbe tutt’al più essere un problema dimostrare, in un momento successivo, che si è comunicata tale intenzione (il problema della prova, perciò, viene risolto più semplicemente con la raccomandata a.r.).

Come si liquida la quota al socio uscente

Tale valore deve essere determinato con riferimento alla situazione patrimoniale della società nel giorno in cui si verifica il recesso (e cioè con il decorso del terzo mese da quando il recesso è stato comunicato), attribuendo ai beni sociali il loro valore effettivo (non quello prudenziale con i quali gli stessi sono iscritti a bilancio).

Chi liquida la quota

La somma da liquidare al socio recedente, con i relativi interessi legali, va corrisposta entro sei mesi dallo scioglimento del rapporto societario. A pagare è la società, e non vi è solidarietà passiva dei soci non recedenti. Quindi se la società non corrisponde il dovuto, il socio receduto non può far valere le sue ragioni sui soci rimasti all’interno della compagine.


note

[1] Trib. Roma sent. n. 5009/2015 del 4.03.2015.

[2] Art. 2285 cod. civ.

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

IL TRIBUNALE ORDINARIO DI ROMA

TERZA SEZIONE CIVILE

in composizione monocratica in persona del Giudice designato dott. Guglielmo Garri, ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile iscritta al n. 10872/2011 del Ruolo generale degli affari contenziosi civili vertente

tra

Te.An., (…) elettivamente domiciliato in Roma, circonvallazione (…), presso lo studio dell’avv. Do.Gi. che lo rappresenta e difende in forza di delega a margine dell’atto di citazione, unitamente all’avv. Ma.La. che lo rappresenta e difende in forza di delega a margine della comparsa di costituzione di secondo difensore,

attore

contro

Tr. S.n.c., in persona dell’Amministratore e legale rappresentante pro – tempore Arch. Io.Er. (…), elettivamente domiciliata in Roma, largo (…), presso lo studio degli avv.ti Ro.Sa. e Al.Gh., che la rappresentano e difendono in forza di delega a margine della comparsa di costituzione e risposta, convenuta

e contro

Er.Lo., (…), elettivamente domiciliato in Roma, largo (…), presso lo studio dell’Avv. Ro.Sa., che lo rappresenta e difende unitamente all’Avv. Al.Gh., giusta delega a margine della comparsa di costituzione e risposta.

convenuto

Oggetto: recesso socio s.n.c. e liquidazione quota.

SVOLGIMENTO DEL GIUDIZIO

Con atto di citazione ritualmente notificato An.Te. ha convenuto in giudizio la società Tr. S.n.c. e Io.Er. per sentire accertare l’intervenuto recesso del socio dalla società convenuta ai sensi dell’art. 2285 c.c. e condannare i convenuti al pagamento della somma spettante a titolo di liquidazione della quota ai sensi dell’art. 2289 c.c.

L’attore ha affermato di essere socio della Tr. s.n.c. per una quota pari al 33%, essendo il restante 67% di titolarità del convenuto Er.Lo., e di aver comunicato all’altro socio e amministratore la propria volontà di recedere già dal mese di settembre 2006. Secondo l’attore, a seguito di tale manifestazione di volontà, entrambi i soci avrebbero incaricato un professionista di propria fiducia per la stima del valore della quota da liquidare al sig. Te., sul presupposto del suo intervenuto recesso. Tuttavia, la determinazione del valore sarebbe stata oggetto di lunghe ed infruttuose trattative, tanto che il sig. Te., dopo aver ribadito l’intervenuto recesso con comunicazione scritta in data 17.11.2009, si è trovato costretto a promuovere il presente giudizio.

La società convenuta si è costituita chiedendo il rigetto di tutte le domande, contestando il diritto dell’attore ad esercitare il recesso e, comunque, il fatto che il recesso sia intervenuto nel 2006, atteso che non vi sarebbe stata alcuna comunicazione in tal senso, mentre l’attore avrebbe continuato a percepire gli utili della società fino al 2009 in qualità di socio. Soltanto con la comunicazione del 17.11.2009 – ricevuta dall’altro socio in data 19.11.2009 – egli avrebbe manifestato per la prima volta la volontà di recedere. In ogni caso, il recesso non avrebbe avuto efficacia prima del decorso dei tre mesi di preavviso di cui all’art. 2285 comma 3 c.c. La convenuta ha contestato, altresì, che il valore della quota sociale dell’attore, pari al 33%, corrisponda ad un terzo del valore dell’azienda, poiché questa è soltanto un cespite conferito nella società e il suo valore non coincide con quello che rappresenta la situazione patrimoniale della società.

Ha contestato, altresì, la fondatezza della domanda di percezione degli utili, in quanto sarebbero già stati corrisposti.

Si è costituito in giudizio anche il convenuto Io.Er., il quale ha rilevato l’insussistenza della ritenuta solidarietà passiva tra la società e il socio non receduto per il debito per cui è causa ed ha quindi eccepito la propria carenza di legittimazione passiva.

Alla luce delle difese della società convenuta, con la memoria ex art. 183 comma 6 n. 1 c.p.c. l’attore ha modificato la propria domanda, chiedendo in via subordinata l’accertamento del recesso con efficacia dal terzo mese successivo alla ricezione della comunicazione del 17.11.2009. La società convenuta ha contestato la novità della domanda ai sensi dell’art. 183 comma 6 c.p.c.

La causa è stata assegnata dapprima alla dott.ssa Tr. ed è pervenuta solo successivamente a questo Giudice.

È stata esperita istruttoria, mediante audizione di testimoni ed espletamento di CTU sul seguente quesito: “dica il CTU, esaminati gli atti di causa ed esperite le opportune indagini, il valore della quota sociale della società Tr. S.n.c. ai sensi dell’art. 2289 c.c. tenuto conto della situazione patrimoniale alla data di verificazione dello scioglimento del rapporto sociale (19.2.2010), ciò con riferimento alla quota sociale del dott. An.Te.”.

All’udienza dello 01/07/2014 le parti hanno precisato le proprie conclusioni come in epigrafe e la causa è stata trattenuta in decisione con assegnazione dei termini di cui all’art. 190 c.p.c. per il deposito di comparse conclusionali e repliche.

MOTIVI DELLA DECISIONE

L’attore ha proposto tre distinte domande, una di accertamento del proprio recesso dalla S.n.c. Tr., l’altra di condanna dei convenuti alla liquidazione del valore della propria quota e l’ultima di accertamento del suo diritto alla percezione degli utili fino alla data di scioglimento dal rapporto societario.

La prima domanda deve essere accolta, per quanto di ragione, nei limiti di seguito specificati.

È pacifico, in quanto non oggetto di contestazione, che l’attore è stato titolare di una quota pari al 33% del capitale sociale della società Tr. S.n.c. – e che le restanti quote, pari al 67%, sono di proprietà dell’altro socio, nonché amministratore Io.Er.

Benchè genericamente contestato dalla società convenuta, è altresì certo che l’attore avesse il diritto di recedere dal rapporto societario, ai sensi dell’art. 2285 comma 1 e 3 c.c., atteso che l’art. 5 dei patti sociali (doc. 1 di parte attrice) stabilisce la durata della società fino al 31 dicembre 2200, e dunque per un tempo indubbiamente superiore alle aspettative di vita media, sicché l’ipotesi è assimilabile a quella della costituzione di società a tempo indeterminato, con conseguente diritto dei soci di recedere ad nutum, salvo il preavviso di tre mesi stabilito dalla norma richiamata.

L’attore ha affermato di aver comunicato all’altro socio e amministratore Io.Er., odierno convenuto, la propria volontà di recedere dalla società già nel settembre del 2006. Ciò sarebbe avvenuto verbalmente e sarebbe confermato dal fatto che entrambi i soci, al fine di poter procedere alla liquidazione della quota del recedente, avrebbero incaricato ciascuno un professionista di propria fiducia per la stima dell’importo da corrispondere. Afferma inoltre che, stante l’inerzia della società nel provvedere alla liquidazione della quota, egli ribadiva il proprio recesso co comunicazione scritta in data 17.11.2009.

La società convenuta ha negato che il recesso sia stato mai comunicato prima del 19.11.2009, data di ricezione della raccomandata sopra citata da parte del socio Io.Er. (doc. 3 di parte attrice), tanto che l’attore avrebbe continuato a percepire gli utili della società fino a tutto il 2009. Ha eccepito altresì che l’attore avrebbe proceduto ad una tardiva ed inammissibile modificazione della domanda in sede di memoria ex art. 183 comma 6 n. 1 c.p.c., laddove ha chiesto, in via subordinata, accertarsi l’intervenuto recesso decorsi tre mesi dalla comunicazione scritta del novembre 2009. L’indicazione di una diversa data di efficacia del recesso, rispetto a quella individuata nelle conclusioni prese nell’atto di citazione integrerebbe, secondo la società convenuta, una domanda nuova e pertanto inammissibile. Sulla base delle risultanze istruttorie, ritiene questo giudicante che il recesso del sig. An.Te. dalla società Tr. S.n.c. sia stato esercitato con la comunicazione a sua firma datata 17.11.2009 ricevuta dal socio Er.Lo. in data 19.11.2009, con effetto dal 19.2.2010, decorso cioè il termine di preavviso di tre mesi dalla ricezione della stessa, come disposto dall’art. 2285, comma 3 c.c.

Il recesso è infatti atto unilaterale recettizio che non soggiace, secondo uniforme giurisprudenza, ad alcun requisito di forma, tuttavia, non può accogliersi la tesi dell’attore sull’intervenuta comunicazione verbale risalente al 2006, in mancanza di prova della sua reale effettuazione e del suo recepimento da parte dell’altro socio, destinatario della comunicazione stessa – circostanza quest’ultima, la cui sussistenza è necessaria trattandosi, come detto, di atto recettizio, che spiega i propri effetti soltanto una volta pervenuto nella sfera di conoscibilità del destinatario.

Poiché l’attore ha affermato di aver dato una comunicazione verbale, era suo onere provare la circostanza in modo rigoroso. Al contrario, le dichiarazioni rese dai due testimoni indotti dall’attore, ascoltati in giudizio sul punto, sono generiche e non consentono di ritenere dimostrato quanto affermato dallo stesso. La sig.ra Gu. è un teste de relato, che ha riferito quanto a sua volta è venuta a sapere dal padre, che avrebbe assistito alle trattative tra i due soci e che le “riferiva dopo gli incontri con i clienti il contenuto dei medesimi”; in particolare, le avrebbe riportato che “l’attore aveva comunicato allo zio durante un incontro nello studio la sua volontà di recedere dalla società in quanto non percepiva utili ed aveva interesse alla liquidazione della quota”. La teste ha  dichiarato anche che “l’attore e il convenuto sono più volte venuti a studio al fine di poter trovare un accordo sulla liquidazione della quota, ma a quanto ne so l’accordo non è mai stato trovato. Tutto ciò dal settembre 2006”.

Ne emerge che vi sono state delle trattative tra le parti per la stima del valore della quota del socio Er.An., tuttavia non è chiaro se esse abbiano seguito la riferita comunicazione della volontà di recedere, ovvero siano state a ciò prodromiche, atteso che la teste non ha precisato quando l’attore avrebbe comunicato detta volontà. In ogni caso, non risulta neppure che tale volontà sia stata univocamente manifestata così da poter essere qualificata come una effettivo esercizio del diritto di recesso, ben potendo le parole della teste essere riconducibili anche alla mera esternazione di un intento da attuare in futuro, magari proprio all’esito di un accordo sul valore della quota.

Nessun ulteriore elemento probatorio emerge dalle dichiarazioni del teste El., il quale si è limitato a riferire quanto appreso dall’attore in ordine all’avvenuto recesso. D’altra parte, il fatto che entrambi i soci, in epoca successiva all’avvio delle riferite trattative di cui sopra, abbiano incaricato professionisti di propria fiducia per la redazione di perizie di stima del patrimonio sociale, non è una circostanza univoca che consente di ritenere provato l’intervenuto recesso, dovendosi al più dedurre che erano in corso, appunto, trattative tra i soci, nell’ambito delle quali essi avevano ritenuto opportuno far stimare il patrimonio sociale, anche in vista del futuro eventuale recesso di uno dei due. In proposito, è appena opportuno rilevare che nell’incipit della perizia dell’ing. Tr., incaricato dall’attore (doc. 6), si legge che “il dott. Er.An. (..) ha affidato allo scrivente (..) l’incarico di individuare il più attendibile valore di mercato alla attualità del complesso medesimo per finalità di natura amministrativa”, ovvero per scopi che niente hanno a che vede re con la liquidazione della quota all’esito del recesso, di cui non si fa menzione.

Pertanto, deve ritenersi che, per effetto della dichiarazione sottoscritta dall’attore datata 17.11.2009 e ricevuta in data 19.11.2009 dal socio Er.Lo. (circostanze queste pacifiche in quanto ammesse dalle parti), il recesso del socio Er.An., esercitato in data 19.11.2009, ha avuto effetto il 19.02.2010, ai sensi dell’art. 2285 comma 3 c.c. E’ da rigettare l’eccezione proposta dalla convenuta in ordine alla inammissibile modificazione della domanda attorea relativamente alla data di efficacia del recesso. L’attore ha infatti, fin dall’atto di citazione, allegato e provato documentalmente di aver comunicato il recesso in data 19.11.2009. Il fatto che il recesso sia divenuto produttivo di effetti soltanto dopo tre mesi dalla sua comunicazione è una conseguenza automatica che si produce ex lege in forza del disposto dell’art. 2285 comma 3 c.c., pertanto è del tutto irrilevante che l’attore, in citazione, non abbia chiesto accertarsi l’efficacia del recesso a tale data ma a quella anteriore di invio della comunicazione, poiché il recesso esercitato non poteva che produrre effetti decorso il termine di preavviso e fermo restando, comunque, che l’attore ha correttamente e tempestivamente allegato il fatto costitutivo del diritto di cui ha chiesto l’accertamento.

Spetta pertanto al sig. An.Er. la liquidazione del valore della propria quota, avuto riferimento alla data di efficacia del recesso, pertanto la relativa domanda deve essere accolta, per quanto di ragione.

Il valore della quota deve essere determinato, ai sensi dell’art. 2289 comma 2 c.c., avuto riferimento alla situazione patrimoniale della società nel giorno in cui si verifica lo scioglimento, attribuendo ai beni il loro valore effettivo. Questo Giudicante ritiene corretto quantificare la somma spettante nella misura indicata dal CTU, pari ad Euro 3.097.922,15, corrispondente al 33% del valore patrimoniale complessivo, stimato sulla base dei dati emergenti dal bilancio al 19 febbraio 2010, e pari ad Euro 9.387.855,00.

Come rappresentato alla pag. 17 della CTU, tale valore complessivo del patrimonio della società è dato dalla sommatoria del capitale sociale – voci immobilizzazioni materiali, terreni e fabbricati risultanti dal bilancio -, delle riserve e del plusvalore su terreni e fabbricati emerso in perizia, cioè del valore effettivo dei beni e non di quello prudenziale con il quale gli stessi sono iscritti a bilancio.

Il Ctu ha preliminarmente precisato di aver applicato il criterio “patrimoniale semplice” per la determinazione del “capitale economico” dell’azienda, essendo questa “fortemente capitalizzata” (pag. 5 della CTU). Tale metodo, secondo il Ctu, ha consentito di raggiungere risultati privi di rilevanti margini di discrezionalità ed è risultato proficuamente applicabile (in luogo di altri, ad esempio quello patrimoniale – reddituale) poiché la società in questione è caratterizzata essenzialmente da un ingente patrimonio immobiliare (terreni agricoli e immobili ad essi pertinenziali). Tale metodologia non è stata oggetto di contestazione delle parti, che hanno invece contestato:

– quanto all’attore, la mancata valutazione di taluni beni (macchine, attrezzature, scorte vive, diritti, quote, premi, prodotti di scorta) nonché l’omessa rivalutazione del valore complessivo dei beni aziendali, in misura del 3%, in ragione dell’organizzazione aziendale, atteso che detti beni non dovrebbero essere valutati come singoli cespiti, ma come complesso produttivo organizzato;

– quanto alla società convenuta, l’erronea stima del valore dei terreni, avuto riferimento alla loro riconducibilità all’ambito della “collina interna” piuttosto che della “pianura” e ai relativi valori di mercato (che il Ctu non avrebbe recepito, attribuendo valori ingiustificatamente superiori a quelli risultanti dai contratti allegati alla Ctu e difformi, per eccesso, da quelli risultanti dalla banca dati INEA che il Ctu afferma aver consultato), nonché l’eccessivo valore attribuito agli edifici facenti parte dell’azienda, che non terrebbe conto della loro vetustà.

Il Ctu ha chiarito di aver attribuito un valore soltanto ai beni risultanti dalla situazione contabile della società e non anche ai beni immateriali, quali ad esempio il know how e le “risorse umane”, in quanto trattasi di componenti di difficile valutazione obiettiva, precisando, in risposta alle osservazioni critiche del Ctp di parte attrice, di aver attribuito valore a tutte le voci di bilancio, senza esclusione alcuna, comprese macchine, attrezzature, bestiame e foraggi (indicati questi ultimi come “magazzino”, per un valore di Euro 176.279,00), oltre a beni quali impianti elettrici e telefonici che il Ctp di parte attrice invece non menziona e con esclusione dei premi comunitari, che il Ctp riterrebbe assimilabile ai ricavi, in quanto tale voce non è valutabile sulla base del metodo patrimoniale semplice utilizzato dal Ctu.

Parimenti, ha precisato che tale metodo di stima non prevede l’applicazione di alcun coefficiente di valorizzazione, tantomeno nella misura del 3% indicata dall’attore, avuto riferimento al dato dell’organizzazione aziendale. Poiché l’utilizzo di tale criterio di stima, come già rilevato, non è stato contestato, in sé, dalle parti, non possono essere accolte le censure formulate dal Ctp di parte attrice in ordine alla mancata applicazione del coefficiente di valorizzazione.

Quanto ai rilievi mossi dalla società convenuta, l’ausiliare del Ctu, Ing. Cu., ha chiarito che la convenuta ha erroneamente fatto riferimento ai valori dei terreni collocati nell’ambito della “collina interna”, mentre l’azienda si colloca sulla fascia costiera (dista infatti dal mare circa 10 km in linea d’aria) ed è posta ad un’altitudine di 149 m. s.l.m. e pertanto si colloca nell’ambito della “pianura”, con conseguente riconoscimento di valori di mercato superiori. D’altra parte, il Ctu ha attribuito ai terreni valori prudenziali, anche inferiori a quelli che, dai dati riportati, sono propri della “collina interna”.

L’ing. Cu. ha altresì rilevato come le contestazioni relative alla valutazione dei fabbricati si basano sull’applicazione di coefficienti di riduzione eccessivi se commisurati allo stato d’uso degli stessi e peraltro non coerenti tra loro e dunque ingiustificati, avendo il Ct di parte convenuta attribuito diversi coefficienti riduttivi ad immobili che si trovano nel medesimo stato di fatto. Pertanto, anche sotto tali profili, le conclusioni del Ctu in ordine al valore degli edifici aziendali risultano condivisibili.

D’altra parte, il valore degli immobili, come correttamente stimato dal Ctu, è sostanzialmente corrispondente a quello risultante nelle due perizie stragiudiziali depositate dall’attore (doc. 5 e 6, rispettivamente alle pagine 4 e 30), redatte su incarico l’una del medesimo attore e l’altra dell’odierno convenuto Io.Er.

Complessivamente, le valutazioni del Ctu non appaiono censurabili, avendo questi dato conto in modo esplicito del criterio di stima utilizzato, quello patrimoniale semplice, applicabile nel caso di specie atteso che l’azienda si caratterizza per la sua spiccata patrimonializzazione, essendo costituita essenzialmente da terreni agricoli, immobili strumentali alla conduzione dell’azienda oltre che da bestiame e macchinari, mentre scarso rilievo hanno evidentemente beni immateriali quali il know how, il fattore umano ecc., trattandosi di azienda agricola condotta, a quanto consta, con sistemi tradizionali. D’altra parte, il Ctu ha condivisibilmente ritenuto di valutare soltanto i beni materiali esposti nella situazione contabile della società, così da pervenire ad una stima il più possibile obiettiva del patrimonio societario.

Sulla somma di Euro 3.097.922,15 decorrono gli interessi legali ai sensi dell’art. 1224 c.c. e dell’art. 1219 n. 3 c.c., trattandosi di obbligazione avente ad oggetto una somma di denaro, da eseguirsi pertanto al domicilio del creditore ai sensi dell’art. 1182 comma 3 c.c. nel termine, ormai decorso, di sei mesi dallo scioglimento del rapporto societario (ovvero il 19.08.2010). Gli interessi, al saggio legale, decorrono pertanto dalla predetta data del 19.08.2010.

Non spetta invece la rivalutazione monetaria, trattandosi di obbligazione di valuta, come tale  soggetta al principio nominalistico.

Non spetta neppure la liquidazione del maggior danno, ai sensi dell’art. 1224 c.c., mancandone ogni allegazione e prova.

L’attore ha chiesto la condanna al pagamento del valore della quota da parte della società e del  socio Er.Lo., il quale, costituendosi in giudizio, ha eccepito la propria carenza di legittimazione passiva, affermando che la solidarietà passiva per le obbligazioni della società stabilita dall’art. 2291 c.c. opera soltanto nei confronti dei terzi e non anche per i debiti della società nei confronti dei soci, quale è quello derivante dal recesso.

Il principio richiamato è condivisibile e affermato costantemente dalla giurisprudenza in tema di liquidazione della quota di una società di persone:unico legittimato passivo rispetto alla relativa domanda è infatti la società stessa, e non anche gli altri soci non receduti, poiché la regola della solidarietà tra i soci è stabilita a favore dei terzi che vantino crediti nei confronti della società, e non è applicabile alle obbligazioni della società nei confronti dei soci medesimi, conformemente alla regola generale secondo cui nei rapporti interni l’obbligazione in solido si divide tra i diversi debitori (Cass. 1036/2009 sez. I).

Pertanto, la domanda di condanna nei confronti di Io.Er. deve essere rigettata, con conseguente condanna dell’attore al pagamento delle spese di lite in favore del convenuto Er., da liquidare, nella misura indicata in dispositivo, avuto riferimento alle sole fasi di studio e introduttiva del giudizio e con l’ulteriore riduzione di cui all’art. 4 comma 4 del D.M. 55/2014, atteso che il convenuto non ha svolto attività istruttoria, né depositato comparsa conclusionale e memoria di replica e considerato che le questioni di fatto e di diritto dallo stesso affrontate nella propria difesa non sono di particolare complessità, essendo, tra l’altro, pacifico l’orientamento giurisprudenziale richiamato a sostegno dell’eccezione di carenza di legittimazione passiva.

Infine, deve essere accolta la domanda di accertamento del diritto alla percezione degli utili fino al 19.02.2010, avendo l’attore conservato la qualità di socio fino a tale data, mentre parte convenuta non ha allegato né provato l’esistenza di fatti impeditivi del venire ad esistenza del diritto del socio, atteso che i pagamenti che asserisce aver effettuato a titolo di ripartizione degli utili (e peraltro contestati dall’attore) incidono, eventualmente, sulla quantificazione delle somme spettanti, che tuttavia non è oggetto del presente giudizio, atteso che l’attore ha formulato una domanda di mero accertamento.

La regolamentazione delle spese tra l’attore e la società convenuta segue il principio della soccombenza e le stesse, liquidate come in dispositivo, devono essere poste a carico della società, così come le spese di Ctu, precedentemente liquidate con separato provvedimento in data 16 gennaio 2014 e poste provvisoriamente a carico delle parti in solido.

P.Q.M.

definitivamente pronunciando,

– accerta il recesso di Andrea Te. Er. dalla società Tr. S.n.c. con efficacia dal 19.2.2010;

– accerta la sussistenza del rapporto societario fino alla data del 19.2.2010 con conseguente diritto di An.Te. a percepire gli utili della società Tr. S.n.c. fino alla predetta data;

– condanna Tr. S.n.c. al pagamento in favore di An.Te. della somma di Euro 3.097.922,15, a titolo di liquidazione del valore della quota societaria del socio receduto, oltre interessi legali dal 19.08.2010 all’effettivo pagamento;

– rigetta ogni altra domanda;

– condanna Tr. s.n.c. al pagamento, in favore dell’attore, delle spese di lite, che liquida in complessivi Euro 29.073,00, di cui Euro 27.852,00 per compensi professionali ed Euro 1.221,00 per spese oltre spese generali Iva e CAP, nonché al pagamento delle spese di CTU che pone definitivamente a carico della società convenuta, liquidate con separato decreto in Euro 7.686,34 a titolo di onorari oltre IVA e Cassa di previdenza ed Euro 3.960,96 per il compenso del collaboratore del CTU;

– condanna An.Te. al pagamento in favore di Io.Er. delle spese di lite del presente giudizio che liquida in complessivi Euro 4.308,50 per compensi professionali oltre spese generali iva e cpa.

Così deciso in Roma il 27 febbraio 2015.

Depositata in Cancelleria il 4 marzo 2015.


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