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Consenso informato paziente incapace

4 Giugno 2022 | Autore:
Consenso informato paziente incapace

Il consenso informato rappresenta un momento imprescindibile nel rapporto medico/paziente e la sua acquisizione è indispensabile al fine di rendere legittimo l’atto sanitario.

In Italia, il principio del consenso informato trova il suo fondamento nella Costituzione che, da un lato, sancisce il principio dell’inviolabilità della libertà personale [1] mentre dall’altro prevede che nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge [2]. Anche la legge istitutiva del Servizio sanitario nazionale esclude la possibilità di effettuare accertamenti e trattamenti sanitari contro la volontà del paziente [3]. Da ciò consegue che nessun medico può eseguire un trattamento, un esame o una terapia senza la preliminare acquisizione del consenso informato da parte del paziente che, peraltro, deve essere una persona maggiorenne e capace di intendere e di volere.

Cosa succede, invece, nel caso di un paziente incapace? Il consenso informato da chi viene prestato? Per rispondere alla domanda è necessario distinguere due ipotesi: la prima è quella del soggetto interdetto perché si trova in condizione di abituale infermità di mente che lo rende incapace di provvedere ai propri interessi; la seconda, invece, è quella della persona inabilitata, ovvero parzialmente impossibilitata ad esprimere la propria volontà. Esaminiamo insieme l’argomento.

Consenso informato: in cosa consiste?

Il consenso informato è la manifestazione di volontà del paziente circa l’effettuazione di un intervento o di un trattamento sanitario sulla sua persona. Viene espresso dopo che il soggetto è stato informato dal medico sulle modalità di esecuzione dell’intervento/trattamento sanitario, i benefici, gli effetti collaterali, i rischi ragionevolmente prevedibili e l’esistenza di valide alternative terapeutiche.

Nell’informare il paziente, il medico deve adoperare un linguaggio chiaro, comprensibile e completo e deve assicurarsi che lo stesso abbia compreso il significato di quanto gli ha comunicato. Il sanitario acquisisce il consenso informato in forma scritta e sottoscritta o con altre modalità di pari efficacia documentale.

Ai fini della sua validità legale, il consenso deve essere:

  • personale, cioè espresso dal paziente, diretto interessato, tranne nei casi di interdizione, di inabilitazione e di minore età;
  • libero, ossia senza condizionamenti derivanti da possibili pressioni esercitate ad esempio dai familiari;
  • esplicito, quindi, manifestato in maniera chiara e inequivocabile;
  • consapevole, ovvero reso a seguito di una riflessione effettuata dal paziente alla luce delle informazioni ricevute dal medico;
  • specifico, nel senso di riferito all’atto clinico proposto;
  • preventivo ed attuale, ossia prestato prima dell’atto proposto;
  • revocabile in qualsiasi momento.

Il consenso non è obbligatorio nelle situazioni di emergenza o di urgenza nelle quali il medico o i componenti dell’equipe sanitaria assicurano le cure necessarie, nel rispetto della volontà del paziente ove le sue condizioni cliniche e le circostanze consentano di recepirla.

Consenso informato del paziente incapace: chi lo presta?

Il consenso informato deve essere espresso esclusivamente dal paziente, se persona maggiorenne e capace di intendere e di volere. Invece, se il paziente è una persona interdetta in quanto incapace di intendere e di volere ed è stato nominato un tutore, il consenso informato è espresso o rifiutato dal tutore medesimo, sentito l’interdetto ove possibile, avendo come scopo la tutela della salute psicofisica e della vita della persona nel pieno rispetto della sua dignità [4]. Il medico comunque deve fare in modo che l’incapace comprenda la situazione, nei limiti delle sue capacità cognitive, anche se, poi, sarà il tutore ad esprimere il consenso nell’interesse del suo assistito, sostituendosi allo stesso.

Diversa ipotesi è quella della persona inabilitata che, sebbene si trovi abitualmente in uno stato di infermità mentale, non è talmente grave da dover essere interdetto. Pertanto, è in grado di esprimere o di rifiutare il consenso informato. Se, però, gli è stato nominato un amministratore di sostegno e la nomina prevede l’assistenza necessaria o la rappresentanza esclusiva in ambito sanitario, il consenso informato è espresso o rifiutato anche dall’amministratore di sostegno ovvero solo da quest’ultimo, tenendo conto della volontà del beneficiario, in relazione al suo grado di capacità di intendere e di volere [5].

Da ciò consegue che l’amministratore di sostegno non si sostituisce all’inabilitato ma lo supporta, comunica la sua volontà, lo aiuta nelle scelte di cura o le interpreta qualora il suo assistito non abbia in precedenza avuto occasione di farlo espressamente.

Il medico deve sempre verificare quali sono state le disposizioni del giudice tutelare al momento della nomina dell’amministratore di sostegno, per individuare meglio i poteri allo stesso conferiti e se si estendono anche all’ambito sanitario. In mancanza, l’unico soggetto che può e deve prestare il consenso è il paziente e l’amministratore di sostegno può intervenire per gli atti di natura sanitaria, tenendo presente la volontà del beneficiario.

Nel caso in cui il rappresentante legale della persona interdetta o inabilitata oppure l’amministratore di sostegno, rifiuti le cure proposte e il medico ritenga invece che queste siano appropriate e necessarie, la decisione è rimessa al giudice tutelare su ricorso del medico o del rappresentante legale della struttura sanitaria.

Minore di età e consenso informato: cosa succede?

A proposito del consenso informato, altro caso particolare è quello relativo alla persona minore di età che, per la legge, ha diritto alla valorizzazione delle proprie capacità di comprensione e di decisione [6]. Deve ricevere informazioni sulle scelte relative alla propria salute in modo consono alle sue capacità per essere messa nelle condizioni di esprimere la sua volontà.

Il consenso informato del minore viene espresso o rifiutato dagli esercenti la responsabilità genitoriale o dal tutore, tenendo conto della volontà del minore medesimo, in relazione alla sua età e al suo grado di maturità, e avendo come scopo la tutela della salute psicofisica e della vita del minore nel pieno rispetto della sua dignità.

Il medico può rivolgersi al giudice tutelare nell’ipotesi in cui il rappresentante legale della persona minore rifiuti le cure proposte che, invece, il sanitario ritenga opportune e indispensabili.


note

[1] Art. 13 Cost.

[2] Art. 32 Cost.

[3] L. n. 833/1978.

[4] Art. 3, co. 3, L. n. 219/2017.

[5] Art. 3, co. 4, L. n. 219/2017.

[6] Art. 3, co. 1, L. n. 219/2017.


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