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Elezione presidente Repubblica: il voto è segreto?

21 Gennaio 2022 | Autore:
Elezione presidente Repubblica: il voto è segreto?

Davvero l’anonimato delle scelte dei grandi elettori è garantito? Ecco qual è il trucco dei partiti per riconoscere le schede elettorali e sapere come hanno votato i parlamentari.

La Costituzione, all’art. 83, dice che il presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento in seduta comune dei suoi membri, integrato dai rappresentanti delle Regioni. La norma precisa che «l’elezione ha luogo per scrutinio segreto», cioè non a voto palese.

Ma siamo sicuri che nella pratica le cose funzionino davvero così? Nell’elezione del presidente della Repubblica il voto è segreto oppure esistono dei modi per individuare e riconoscere le preferenze espresse dai votanti, ad esempio riuscendo a contrassegnare le schede con qualche elemento distintivo? In realtà, i trucchi per aggirare il voto segreto esistono e ci sono sempre stati, ma ci sono anche i modi per evitarli.

Chi elegge il presidente della Repubblica?

La platea dei cosiddetti «grandi elettori», chiamati ad esprimere il proprio voto per eleggere il presidente della Repubblica, è molto ampia: sono ben 1.009 persone, ossia i 630 membri della Camera dei deputati, 315 senatori più 6 senatori a vita (tra cui l’ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano) e 58 delegati regionali: 3 per ogni Regione, tranne la Valle d’Aosta, che ne ha uno solo.

Come si elegge il presidente della Repubblica?

In base alla Costituzione, per eleggere il presidente della Repubblica è richiesta, nei primi tre scrutini, la maggioranza qualificata di due terzi dell’assemblea, e, a partire dal quarto, la maggioranza semplice della metà più uno dei votanti. In numeri: fino al terzo scrutinio servono 673 voti; dal quarto in poi ne bastano 505.

Elezione Quirinale: i numeri delle forze politiche

Nell’elezione del successore di Sergio Mattarella al Quirinale nessun partito singolo, e neanche una coalizione politica esistente, dispone della maggioranza necessaria per portare da sola al Colle un proprio candidato: secondo le più recenti proiezioni, basate sui partiti di appartenenza dei parlamentari elettori, il centrodestra dispone di 451 voti, il centrosinistra di 407. Servono, quindi, intese tra le varie forze politiche per esprimere un candidato in grado di vincere.

La segretezza del voto nelle elezioni precedenti

Non è detto che un grande elettore voti fedelmente in base alle indicazioni del gruppo di appartenenza: anzi, è ben possibile discostarsene, proprio grazie al fatto che il voto è segreto. E in effetti la storia della Repubblica è piena di episodi di “franchi tiratori” che hanno fatto naufragare candidature in apparenza sicurissime, come quelle di Giulio Andreotti ed Arnaldo Forlani nel 1992 o di Amintore Fanfani nel 1971 (una scheda di voto di un parlamentare riportava la dicitura “Nano maledetto, non sarai mai eletto”) e, in tempi più recenti, quella di Romano Prodi nel 2013.

Elezione del presidente della Repubblica: il metodo del “catafalco”

Nel 1992, l’allora presidente della Camera, Oscar Luigi Scalfaro (che poi fu eletto al Quirinale) ideò lo stratagemma del “catafalco”: una cabina di legno, fatta montare nell’Aula di Montecitorio, per garantire la segretezza del voto. Dopo aver compilato la scheda, il parlamentare esce dalla cabina e la inserisce in un’urna (chiamata “insalatiera” per la sua somiglianza ad un cesto di verdure) dalla quale sarà estratta, insieme alle altre, al momento della conta dei voti. Questa struttura è stata utilizzata anche nelle successive votazioni per il Quirinale. Ma stavolta il “catafalco” dovrà essere abolito: lo impongono le norme sanitarie per il contenimento della pandemia di Covid-19. Per l’elezione del successore di Sergio Mattarella al Quirinale sarà impossibile votare in una cabina così piccola e chiusa nella quale dovrebbero passare centinaia di persone.

Come aggirare il voto segreto: il nuovo trucco

La storia è maestra, e il timore di essere bruciati e impallinati dalle forze amiche, che fanno mancare il voto decisivo al proprio candidato ufficiale e di bandiera, è sempre attuale. Così i partiti corrono ai ripari e hanno architettato un nuovo modo per aggirare il voto segreto: il trucco consiste nel variare leggermente i nomi e i cognomi riportati sulla scheda, in modo da “contarsi” in base allo schieramento di appartenenza.

Va ricordato che il voto espresso è comunque legittimo, in tutti i casi in cui consente l’individuazione effettiva del candidato votato, a prescindere dal modo in cui è stato scritto. Se non ci sono omonimi, basta il cognome, ma va bene anche cognome e nome, oppure prima il nome e poi il cognome. Ed entrambi questi appellativi possono essere preceduti dall’appellativo parlamentare, come onorevole o senatore.

Facciamo un esempio ipotetico: per verificare chi, al di là delle dichiarazioni e delle intenzioni, ha effettivamente votato il candidato Silvio Berlusconi, sarebbe sufficiente che i partiti dessero un “ordine di scuderia”, imponendo a tutti i propri parlamentari di votare in un determinato modo: Berlusconi Silvio, on. Silvio Berlusconi, sen. Silvio Berlusconi, Silvio sen. Berlusconi, Berlusconi on. Silvio, e via di questo passo con le possibili combinazioni di cognome, nome e carica. Ovviamente, il metodo è replicabile con qualsiasi altro candidato.

In questo modo, il voto rimane formalmente segreto, ma in realtà diventa palese, almeno agli occhi esperti, perché permette di controllare se il numero dei voti espressi per ciascuna formula corrisponde a quella dettata dal partito di riferimento. Se invece manca qualcuno all’appello, allora si possono contare le defezioni e conoscere almeno il numero dei “cecchini” presenti in ciascun gruppo parlamentare. A quel punto, diventa molto facile verificare chi non ha rispettato gli accordi pre-elettorali (e chi dovrà pagarne le conseguenze).

Come si potrebbe smontare il trucco

In realtà, smontare il trucco che abbiamo descritto può essere molto facile: basterebbe che il presidente della Camera (che governa la seduta comune per le elezioni del presidente della Repubblica) disponesse di leggere, al momento dell’estrazione delle schede dall’urna, solo il cognome del candidato: come fece, nel 1999, il presidente della Camera Luciano Violante nell’elezione che aprì le porte del Colle a Carlo Azeglio Ciampi. Così tutte le variazioni non sarebbero riconoscibili.



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