Mobilità obbligata all’interno di 50 chilometri

8 Agosto 2014
Mobilità obbligata all’interno di 50 chilometri

Riordino della pubblica amministrazione: il passaggio di dipendenti da una amministrazione all’altra.

L’istituto della mobilità tra le pubbliche amministrazioni [1] è stato totalmente riscritto dal Decreto legge sul riordino della pubblica amministrazione [2] e ulteriormente modificato dalla legge di conversione.

Viene confermato che, a livello generale, per il passaggio di dipendenti tra un ente l’altro serve sempre l’assenso dell’amministrazione di appartenenza.

Solamente per la mobilità tra le sedi centrali dei ministeri, agenzie ed enti pubblici non economici nazionali, ed in via sperimentale, non è richiesto l’assenso dell’amministrazione di appartenenza, la quale dispone il trasferimento entro due mesi dalla richiesta dell’amministrazione di destinazione.

Al di fuori di questi casi, le amministrazioni devono fissare preventivamente i requisiti e le competenze professionali dei posti che si intendono ricoprire tramite mobilità e debbono pubblicare sul proprio sito istituzionale per almeno trenta giorni un bando per rendere pubblici i posti che si intendono occupare, con i requisiti dei candidati.

Poiché può accadere, soprattutto se sono coinvolte amministrazioni di diversi comparti, che i dipendenti che transitano con mobilità non abbiano la piena professionalità necessaria per lo svolgimento dei nuovi compiti, la legge di conversione del Dl “PA” [2] ha previsto, senza corsi aggiuntivi, la possibilità che vengano attivati percorsi di riqualificazione dei lavoratori la cui domanda di trasferimento è accolta.

Particolarmente delicata la questione della “mobilità obbligatoria“. La legge del 2001 [3] prevede che i dipendenti possono essere trasferiti all’interno della stessa amministrazione o, previo accordo tra le amministrazioni interessate, in un’altra amministrazione, in sedi collocate nel territorio dello stesso comune ovvero a distanza non superiore a 50 chilometri dalla sede cui sono adibiti.

In questo caso non è necessario il benestare del lavoratore. L’assenso del dipendente a trasferirsi in altra sede è, invece, obbligatorio quando il dipendente ha figli di età inferiore a tre anni con diritto al congedo parentale oppure si tratti di persone che hanno familiari con disabilità grave ai sensi della legge 104 [4].

L’applicazione della norma è particolarmente delicata poiché mette, ovviamente, in opposizione le esigenze dell’amministrazione con quelle dei lavoratori. Al fine di gestire nel migliore dei modi i potenziali conflitti, è previsto un decreto da parte del ministro per la Semplificazione e la pubblica amministrazione per fissare i criteri per i processi di trasferimenti “obbligati”.


note

[1] Art. 30 del Dlgs 165/2001, anche

[2] DL 90/2014.

[3] Il comma 2 dell’art. 30 del Dlgs 165/2001.

[4] Art. 33, comma 3 della legge 104/1992.


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1 Commento

  1. La mobilità volontaria in sanità (come del resto in tutta la P.A.!) è di fatto soppressa, dato che le aziende sanitarie non concedono il nulla osta a chi vince bandi per trasferirsi! Non sono nemmeno più tenute a rispettare il preavviso di tre mesi, quel congruo periodo, che una volta esisteva e andava speso per reperire eventuale sostituzione in luogo del personale ceduto! Inutili anni di lotte e di contrattazioni nazionali… inutili i sindacati ed inutili gli ordini professionali… Tutto cancellato! Si rimane prigionieri e condannati in esilio dalle proprie famiglie, anche quando il tuo trasferimento non danneggia l’azienda di appartenenza, che gode ad esercitare solo uno sterile esercizio di potere fine a se stesso…
    Complimenti alla riforma della PA! Danneggiando i dipendenti, si danneggiano anche le aziende e la Nazione, non credete?
    Si continui pure ad opprimere il popolo… avanti!
    Tanto fra un po’ in Italia rimarranno solo i vecchi e gli extracomunitari di passaggio…!

    E finiamola con la storia che se la mobilità fosse più agevole si avrebbe un ritorno in massa dei lavoratori dal Nord al Sud…
    Prima di tutto, molti di quelli, che hanno trovato lavoro al Nord
    (o anche all’estero) si trovano bene e non intendono tornare.
    In secondo luogo il flusso dei lavoratori si autoregolerebbe, un po’ come succede nel commercio, secondo la legge della domanda e dell’offerta.
    C’è chi prova da anni a tornare a casa al Sud, ma non ci può riuscire, per blocco del turnover o perché non ci sono posti disponibili… e questo proprio perché: meno popolazione = meno posti di lavoro! Chi invece potrebbe farlo a buon diritto, perché ha vinto un bando di mobilità/trasferimento è bloccato dall’azienda che non lo lascia andare!
    Quindi, sarebbe ora di finirla anche con il reiterare l’annuncio demagogico della volontà di far ripartire il Sud… senza crearvi posti di lavoro ed impedendo alla gente di tornare, anche quando questo fosse possibile… è un gatto che si morde la coda!
    Sì è cominciato con l’unità d’Italia a mortificarte il Sud, provocando la chiusura di fiorenti aziende (è tutto documentato, anche se i libri di storia adottati nelle nostre scuole non ne parlano!), per far spostare la forza lavoro verso le zone d’interesse dei governanti dell’epoca (Savoia & Co.)… Il tutto in una visione a dir poco miope e che paghiamo ancora oggi! L’Italia è fondata sul lavoro, ma anche sulla famiglia (o almeno dovrebbe)… chi lavora lontano dai suoi affetti lavora male ed è costretto a tirare la cinghia… la Nazione soffre, perchè soffre la famiglia… soffre la gente! Il libero circolo delle persone, anche e soprattutto nel lavoro, si autoregola e porta benessere, come il libero circolare del denaro… Provate a tenere i soldi fermi… l’austerity docet!

    Bisogna lottare per il reintegro ed il rispetto delle norme contrattuali: i termini di PREAVVISO!!! Perfino il mandato del Presidente della Repubblica è “a termine”, perfino la notifica delle multe ha una scadenza utile. Non è possibile che le aziende non siano più soggette a termini da rispettare! Il preavviso era una cosa giusta, ma ora non vale. Ti tengono finché non trovano il sostituto, che NEMMENO CERCANO! E se non pubblicano bandi di concorso o di mobilità volontaria (che si scontrerebbe contro l’ostruzionismo di qualche altra azienda), per risolvere il problema è perché non hanno un termine da rispettare nemmeno per questo e quindi non sono neppure sanzionabili!

    Dinanzi ai “nuovi modelli” di bando di mobilità volontaria, pubblicati di recente da tante aziende sanitarie, nei quali si pone come requisito fondamentale (pena esclusione delle domande), la presentazione di un’attestazione preventiva di assenso al trasferimento da parte dell’amministrazione di appartenenza, sorge spontaneo un dubbio atroce…
    Sarà magari tale procedura un tantinello incostituzionale?
    In sostanza si introduce una disparità tra cittadini italiani (o europei) in possesso dei requisiti professionali richiesti e necessari, senza pendenze o carichi penali, nel pieno godimento dei diritti civili… da una parte chi ha questa dichiarazione preventiva di assenso e dall’altra chi non la possiede…
    Ricordando che tale assenso non è un valore certo (come un diploma, una condanna, la maggiore età, la cittadinanza, ecc.), ma un qualcosa di aleatorio, legato all’umore o all’umanità o alla ragionevolezza o al capriccio o meno di questa o quella azienda… Domanda: è ammissibile un tale requisito (scusate il gioco di parole) di ammissibilità ad un concorso o bando?

    Anche per gli italiani il diritto al RICONGIUNGIMENTO FAMILIARE! Il diritto è riconosciuto dalla nostra Costituzione, da varie Convenzioni europee ed internazionali, dalla Convenzione dei diritti del fanciullo, da Direttive CE e dal T.U. del D.Lgs 286/98 – come modificato dalla Legge 5/2007 di recepimento della Direttiva CE 2003/86…
    Anche noi vogliamo stare con le nostre famiglie!
    Basta all’ostruzionismo irragionevole delle aziende alla mobilità volontaria!

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