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Costi per consumo d’acqua: ripartizione e regole

15 Agosto 2014
Costi per consumo d’acqua: ripartizione e regole

Se l’amministratore di condominio ripartisce in maniera irregolare la spesa per l’acqua fornita dall’acquedotto, può un condomino, che non intende pagare all’amministratore l’errato importo, versare solo quanto ritiene corretto, precisando il proprio consumo e gli estremi della fattura, direttamente all’acquedotto comunale, per evitare di essere dichiarato moroso?

Innanzitutto, è bene ricordare che l’acqua che circola o staziona nelle condutture, nei serbatoi o nei punti di raccolta condominiali resta di competenza condominiale fino al punto in cui viene effettivamente utilizzata e, dato che è già in compossesso dei condomini, gli stessi hanno il diritto/dovere di partecipare alle relative spese. Resta inteso che, se in un condominio i singoli proprietari avessero contratti individuali con l’ente di distribuzione o impianti di raccolta e distribuzione personali, le relative spese sarebbero ripartite in base ai conteggi risultanti da ciascun contatore individuale.

I costi relativi al consumo dell’acqua si possono sostanzialmente raggruppare in tre categorie:

1. costi relativi agli impianti (dispersioni, perdite, serbatoi di raccolta e tubazioni) la cui ripartizione andrà fatta sui millesimi dei partecipanti alla comunione degli impianti;

2. costi relativi a usi condominiali (irrigazione, pulizie, riscaldamento), la cui ripartizione si baserà sulle tabelle millesimali relative ai servizi condominiali;

3. costi relativi a usi privati, la cui ripartizione andrà fatta sul consumo dei singoli condòmini. L’unità di misura relativa al consumo dell’acqua fornita dall’acquedotto è il metro cubo.

Bisogna, pertanto, definire il costo di ogni singolo metro cubo.

Al riguardo, è bene ricordare che un metro cubo di acqua subisce una variazione del costo già nel momento stesso in cui entra nella condotta condominiale, e ciò avviene per diversi motivi, uno dei quali è la “tolleranza” degli apparecchi di misurazione.

Infatti, il metro cubo in ingresso al condominio viene misurato dall’acquedotto mediante il suo contatore di consumo.

Tale apparecchio ha una tolleranza media che si aggira intorno al 3 per cento, con punte fino al 5 per cento. L’esistenza della “tolleranza” degli apparecchi di misurazione manifesta una differenza tra il consumo in ingresso e la somma dei consumi in uscita.

Ne consegue che il totale dei metri cubi erogati al condominio e la somma dei metri cubi utilizzati dai singoli condòmini rispettano spesso classi di attribuzione differenti.

Pertanto, esiste una differenza, una discrasia tra il costo al metro cubo in ingresso e il costo al metro cubo in uscita.

Questa condizione è fisiologica e dev’essere prevista nella stesura di un corretto riparto condominiale.

Inoltre, se l’acquedotto ha stipulato un contratto per l’erogazione dell’acqua per “l’uso comune” direttamente con il condominio, non è possibile che il singolo condomino possa pagare la propria quota personalmente all’ente erogatore.

Le spese condominiali per la gestione dei beni comuni devono essere corrisposte all’amministratore, pena le conseguenze che la legge prevede per i condòmini morosi.

Tuttavia, se sono stati riscontrati errori di calcolo – tenendo a mente che, comunque, il costo al metro cubo varia sulla base delle precedenti considerazioni – nella ripartizione effettuata dall’amministratore in merito alla suddivisione dei metri cubi di acqua, l’unico strumento che la legge offre (qualora l’amministratore non provveda a una rettifica degli stessi calcoli mediante la convocazione di un’assemblea condominiale) – è l’impugnazione della relativa delibera, che, in questo caso, è da considerare annullabile e, quindi, sottostante al termine di 30 giorni per la relativa impugnazione.


note

Autore immagine: 123rf com


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