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Consenso parenti: quando è necessario?

13 Giugno 2022 | Autore:
Consenso parenti: quando è necessario?

Spetta solo al paziente maggiorenne e capace acconsentire o rifiutare un trattamento sanitario. I suoi familiari possono sostituirsi allo stesso in un’unica ipotesi.

Per secoli, il medico non è stato tenuto a rivelare nulla al paziente riguardo alle sue condizioni di salute. Il consenso del paziente al trattamento sanitario non aveva alcuna importanza e al medico veniva riconosciuta un’ampia discrezionalità nella scelta delle terapie da seguire e dei sistemi di cura. Oggi, la situazione è completamente cambiata tanto che è vietato al medico di intraprendere qualsivoglia attività diagnostica e/o terapeutica senza prima avere acquisito il consenso informato del paziente. Altresì, il professionista ha l’obbligo di desistere, in caso di documentato rifiuto della persona, dai conseguenti atti diagnostici e/o terapeutici, non essendo consentito alcun trattamento medico contro la sua volontà.

Esistono delle ipotesi in cui acquista rilievo l’assenso/rifiuto al trattamento sanitario prestato dai familiari del paziente? In altre parole, il consenso dei parenti quando è necessario?

In generale, i familiari non hanno alcun ruolo nella manifestazione del consenso informato poiché in presenza di un paziente maggiorenne e capace spetta solo a questi esprimere l’assenso o il rifiuto al trattamento sanitario proposto. Solo nell’ipotesi di morte del paziente e in assenza di un suo preventivo consenso all’espianto degli organi, questo può essere prestato dai suoi parenti più prossimi.

Cos’è il consenso informato e come si acquisisce?

È ormai principio consolidato che nessuna persona cosciente e capace può essere sottoposta a un trattamento sanitario contro o senza la sua volontà. Pertanto, ogni accertamento, intervento, terapia può essere effettuato solo se previamente è stato acquisito il consenso del paziente, che sia stato compiutamente informato sul trattamento al quale sarà sottoposto e sui possibili rischi che ne possono derivare.

Affinché il consenso sia valido, il medico deve fornire un’esaustiva informativa al paziente, al fine di consentirgli una scelta libera e consapevole. Più precisamente, il professionista deve comunicargli la situazione clinica obiettiva riscontrata, la descrizione dell’intervento medico ritenuto necessario e dei rischi connessi, le eventuali alternative diagnostiche e/o terapeutiche, le tecniche impiegate, i benefici attesi, i rischi possibili e le eventuali complicanze.

Nel fornire dette informazioni il medico deve adoperare un linguaggio chiaro e completo, tenendo conto della capacità di comprensione del paziente e del suo stato emotivo e psicologico.

L’informativa e il conseguente consenso devono essere prossimi, dal punto di vista temporale, all’atto medico poiché uno dei requisiti del consenso è l’attualità. Infatti, se l’informativa e il consenso risalgono a troppo tempo prima dell’intervento è possibile che il quadro clinico si sia modificato, le alternative terapeutiche siano diverse o che il paziente abbia cambiato idea.

Qual è la forma del consenso informato?

L’informativa e il consenso non devono essere resi necessariamente in forma scritta anzi, nella maggior parte dei casi, è sufficiente che vengano prestati in forma orale. Tuttavia, la forma scritta è obbligatoria nelle ipotesi di:

  • trapianti di organi;
  • Aids;
  • terapia con plasma derivati ed emoderivati;
  • sperimentazione scientifica;
  • prelievo ed innesto di cornea;
  • uso di medicinali al di fuori delle indicazioni autorizzate;
  • procreazione assistita.

Inoltre, il Codice di deontologia medica obbliga alla raccolta del consenso informato in forma scritta in caso di:

  • prescrizione di farmaci per indicazioni non previste dalla scheda tecnica o non ancora autorizzati al commercio sempre che la loro efficacia e tollerabilità siano scientificamente documentate;
  • prescrizione di terapie mediche non convenzionali, che possono essere attuate senza sottrarre il paziente a trattamenti scientificamente consolidati e previa acquisizione del consenso informato scritto quando si tratti di pratiche invasive o con più elevato margine di rischio, oppure quando il paziente ponga pregiudizialmente scelte ideologiche;
  • prestazioni diagnostiche e/o terapeutiche che, a causa delle possibili conseguenze sull’integrità fisica della persona o per il grave rischio che possono comportare per l’incolumità della persona, rendano opportuna una manifestazione documentata della volontà del paziente. Si tratta, in pratica, degli interventi chirurgici;
  • procedure ad alta invasività;
  • utilizzo di mezzi di contrasto;
  • trattamenti con radiazioni ionizzanti;
  • terapie con elevata incidenza di reazioni avverse;
  • trattamenti che incidono sulla capacità di procreare;
  • trattamenti psichiatrici di maggior impegno.

Fuori dalle predette ipotesi, il consenso può essere raccolto in forma orale. Il medico può comunque formalizzare l’assenso/rifiuto in forma scritta qualora lo ritenga opportuno.

Consenso informato e parenti del paziente: qual è il rapporto?

Come già detto in precedenza, il paziente maggiorenne e capace di intendere e di volere è l’unico soggetto legittimato a prestare il consenso informato all’atto sanitario. Quindi, sotto questo punto di vista, i suoi parenti non possono intervenire in alcun modo a meno che tale soggetto non abbia delegato un congiunto a ricevere informazioni sul suo stato di salute, non volendo conoscere nulla della sua malattia. In tal caso, il medico è tenuto a rispettare le decisioni del paziente e ad informare il parente, ferma restando la raccolta del consenso dal diretto interessato.

Se il paziente è minorenne il consenso informato viene espresso o rifiutato dagli esercenti la responsabilità genitoriale o dal tutore, tenendo conto della volontà del minore medesimo, in relazione alla sua età e al suo grado di maturità.

Nel caso, invece, di un paziente temporaneamente incapace, ovvero di un paziente maggiorenne che si trova in una momentanea situazione di incapacità perché privo in tutto o in parte di autonomia decisionale o incapace di esprimere la propria volontà (ad esempio, a causa dell’abuso di alcol o di sostanze stupefacenti), il medico è autorizzato a prestare le cure indispensabili e indifferibili, anche senza aver raccolto il consenso. Qualora, però, la capacità decisionale del paziente non dovesse migliorare e tale soggetto non fosse in grado di affrontare consapevolmente gli atti più complessi sotto il profilo terapeutico, il medico, previo colloquio con i familiari, potrà adire l’autorità giudiziaria chiedendo la nomina di un amministratore di sostegno.

Anche nell’ipotesi di un paziente anziano con seri problemi cognitivi, che lo rendono incapace dal punto di vista decisionale, in maniera persistente o permanente, il medico, previo colloquio con i familiari, potrà richiedere la nomina di un amministratore di sostegno.

In entrambi i casi, il rapporto del medico con i parenti serve per condividere il percorso assistenziale e terapeutico senza che le decisioni dei familiari siano in alcun modo tassative e vincolanti.

Consenso dei parenti: quando è necessario?

Solo in un’ipotesi la legge attribuisce un ruolo vincolante ai parenti del paziente ovvero quando si tratta di prestare il consenso al trapianto di organi da cadavere.

Pertanto, in caso di morte di un paziente, che non aveva prestato alcun consenso all’espianto, lo stesso può essere prestato:

  • dal coniuge non separato;
  • dal convivente di fatto o, in mancanza, dai figli maggiorenni; o, in mancanza, dai genitori o dall’amministratore di sostegno, se è stato nominato.


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