Diritto e Fisco | Editoriale

Accesso in magistratura più facile con l’ufficio del processo. Una scelta discutibile

13 Agosto 2014
Accesso in magistratura più facile con l’ufficio del processo. Una scelta discutibile

La discutibile scorciatoia al concorso per chi è in “posizione ancillare di un giudice”.

L’accesso in magistratura avviene per concorso. Da qualche anno, si tratta di un concorso di secondo livello: non basta la laurea in giurisprudenza, ma è necessario acquisire un ulteriore titolo (superamento dell’esame di avvocato, dottorato di ricerca, diploma presso le scuole universitarie di specializzazione nelle professioni legali, ecc).

La preparazione richiesta per superare il concorso è eminentemente teorica: il candidato deve, non solo conoscere dottrina e giurisprudenza, ma deve possedere una più completa (e complessa) cultura giuridica. Non gli si chiede, infatti, di risolvere casi concreti, ma di svolgere compiutamente tre temi (diritto civile, penale, amministrativo) e di affrontare una impegnativa prova orale in 16 materie.

Di recente, però, è stata introdotta una novità, che potrebbe risultare per niente positiva.

Il decreto legge sulla pubblica amministrazione appena convertito in legge, attraverso un complicato gioco di rinvii normativi, istituendo l’Ufficio del processo, prevede che in esso operino, come collaboratori del magistrato, il personale di cancelleria e gli stagisti, vale dire ragazzi neolaureati che gratuitamente prestano la loro opera, in “posizione ancillare” (come testualmente recita la relazione al testo normativo).

Il premio per questi volenterosi consiste nella possibilità di accedere (senza munirsi dei titoli “intermedi” cui prima si faceva cenno) al concorso in magistratura. Il percorso è più breve, ma il parere favorevole del magistrato di affidamento è indispensabile.

Ebbene, le perplessità non sono poche, innanzitutto, perché la logica è tutta sbilanciata verso la soddisfazione delle esigenze dell’ufficio, piuttosto che verso quelle della preparazione del futuro candidato. Non vi è, infatti, alcuna garanzia di completezza della preparazione dello stagista, destinato a collaborare, secondo insindacabile decisione del capo dell’ufficio giudiziario, lì dove necessita manodopera; d’altra parte, l’esperienza pratica non garantisce l’approfondimento teorico dei problemi.

Anche se il magistrato di affidamento sarà coscienzioso (e non adibirà il neolaureato alle fotocopie o al controllo delle notifiche ecc.), questi maturerà un’esperienza settoriale (e già solo per questo deformante) del lavoro giudiziario.

Ingolfarsi nella risoluzione di casi concreti (spesso banali o routinari) non accrescerà il suo bagaglio tecnico-culturale.

Il magistrato di affidamento sarà, poi, il dominus incontrastato della sorte di chi “in posizione ancillare” (e in pratica senza diritti o tutele) sarà chiamato a collaborare con lui. Potranno crearsi legami clientelari e interpersonali impropri, potranno essere coltivati rapporti di fidelizzazione, che accresceranno il peso del fenomeno correntizio nella magistratura.

Il parere negativo del magistrato di affidamento sembra insuperabile e incontestabile, con evidenti profili di incostituzionalità della posizione di subordinazione assoluta che si verrà a creare.

Ma non basta: poiché la legge prevede che siano ammessi agli stage solo i neolaureati che abbiano conseguito voto di laurea non inferiore al 105, ovvero che abbiano riportato agli esami universitari la votazione di 27/30 nelle più importanti materie giuridiche, è evidente che i migliori, se sceglieranno questa (più breve) via di accesso al concorso, saranno i meno preparati, mentre coloro che, non avendo i requisiti di eccellenza sopra indicati, non potranno aspirare agli stage, saranno “costretti” a seguire i percorsi ordinari, maturando una migliore preparazione.

Insomma: lo scopo (riconoscibile) di potenziare, a costo zero, gli uffici giudiziari comporterà come effetto collaterale lo sfruttamento dei neolaureati, ai cui occhi si fa balenare la possibilità di una preparazione “sul campo”, in realtà inidonea e insufficiente. Non è “giocando al giudice“, infatti, che si supera il concorso e ci si prepara ad operare in un settore così delicato. Parlare di truffa forse è eccessivo; troviamo allora una espressione più soft per descrivere questa manovra ai danni dei giovani, consegnati nelle mani dei “vecchi”. Con buona pace della insopportabile retorica della rottamazione.


note

Autore immagine: 123rf com

Fonte: Sole24Ore


3 Commenti

  1. Ho svolto un tirocinio presso un ufficio giudiziario per 7 mesi, in sostituzione del primo anno della SSPL. Non posso che essere TOTALMENTE in disaccordo con quanto l’autore dell’articolo sostiene. Infatti innanzitutto il tirocinio di cui parlasi dura diciotto mesi, ossia quanto una qualsiasi SSPL, ed in secondo luogo poiché questo è altamente formativo, molto più di quanto non sia la pratica forense presso un qualsiasi studio. Questo mio parere è condiviso da tutti coloro che hanno condiviso il mio percorso e che solo a Bologna sono una cinquantina. Dal punto di vista teorico la pratica giudiziaria comporta la necessità di approfondire in maniera assolutamente rilevante i più vari temi giuridici e, francamente, posso in prima persona testimoniare che nel mio piccolo ho appreso durante il mio stage più di quanto non abbia fatto durante le lezioni, senza considerare poi la capacità argomentativa nonché logico-giuridica che ho sviluppato.

  2. Comunque giriamo la frittata c’è sempre qualcosa con non va. Il paradosso del concorso è di voler in tre giorni stabilire chi è un buon giudice chi no. Noi stiamo elaborando un progetto di arruolamente di massa. Il giudice richiede tante di quelle doti e di preparazione non solo giuridica(psicologica, epistemologica, letteraria etc.) che nessun concorso o sistema potrà mai garantire di portare in sella i cavalieri migliori. La prima chiave per una giustizia realmente democratica è molare la casta e far ruotare in massa i magistrati con cariche assolutamente temporanee. https://www.facebook.com/groups/206253302808258/

  3. Mi associo a quanto detto da Filippo e contesto quanto sostenuto in questo articolo. La novità, già introdotta nel famoso decreto del fare e poi soppressa in sede di conversione a causa delle pressioni lobbistiche delle SSPL, va salutata in senso più che positivo. Se ben fatto, il tirocinio con il magistrato consente di toccare con mano questioni che né in uno studio legale né in una SSPL vengono affrontate con la stessa concretezza e precisione, per tante ragioni.
    Poi per il resto, qualunque percorso si scelga, l’approccio al concorso per la magistratura richiede semplicemente tantissimo sacrificio e tantissimo studio, che nessuna SSPL, nessuna abilitazione in avvocatura, e neppure il tirocinio da solo, potranno dare.
    Inoltre con la conversione dell’ultimo d.l. sulla riforma della p.a., è stato anche aggiunto uno specifico comma che prevede la possibilità di destinare una borsa di studio per un valore massimo di 400 euro ai tirocinanti. Sperando ovviamente vi siano le coperture. In ogni caso, anche se rimanesse “a gratis”, non vedo grandi differenze economiche con il periodo in cui si LAVORA a gratis per uno studio legale.

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