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Multe, autovelox e trappole burocratiche: come ricorrere

13 Agosto 2014
Multe, autovelox e trappole burocratiche: come ricorrere

La guida pratica: lo sconto del 30%, rilevatori da segnalare e a rischio taratura, il vigile si dà più tempo ma rischia in giudizio, ticket scaduto, i Comuni ignorano lo stop dei ministeri.

Lo sconto del 30% resta nascosto nelle pieghe del verbale

Ma gli italiani pagano in multe troppo o troppo poco? Ognuno ha le sue idee e può citare episodi e statistiche che gli danno ragione sul fatto che i guidatori sono vessati oppure che le strade italiane sono il bengodi degli indisciplinati. La verità è che dipende molto dalle zone, dalle circostanze e dal tipo d’infrazione. In ogni caso, l’Italia è un Paese dove chi conosce bene le regole e i propri diritti ha molte possibilità per evitare alcune multe o per opporsi ad altre che prende. Il problema sta nel sapere davvero tutto: occorre tener d’occhio le continue modifiche al Codice della strada, le sentenze scritte ogni giorno da magistrati di ogni grado, le circolari e i pareri ministeriali e persino i comunicati stampa dettati da singoli ministri.

Per esempio, negli ultimi mesi sono proliferate le polemiche sulla fondatezza delle multe comminate a chi protrae la sosta sulle strisce blu oltre l’orario fino al quale ha pagato il ticket (leggi: “Niente più multa per il ticket scaduto sulle strisce blu”). Ed è stata sollevata un’inutile polemica sul fatto che i “finti autovelox” (box di plastica messi su strade urbane che possono ospitare apparecchi di controllo solo quando è presente un agente) sarebbero irregolari, trascurando il fatto che giuridicamente è come se non esistessero, che restano vuoti per la maggior parte del tempo e che quando sono attivi è come se si stesse effettuando un normale controllo con una pattuglia (leggi “I finti autovelox utilizzati dai Comuni non sono in regola”).

Nel frattempo, è ormai a regime lo sconto del 30% che fu introdotto un anno fa per chi paga una multa (a patto che non sia per un’infrazione tanto grave da non comportare né la sospensione della patente né la confisca del veicolo) entro cinque giorni da quando gli viene notificata: ormai è stato chiarito che l’agevolazione spetta anche a chi ha in mano il solo preavviso di divieto di sosta e tutti i verbali riportano correttamente anche gli importi scontati (leggi “Multe: se paghi entro 5 giorni hai uno sconto del 30%”). Ma non bisogna farsi ingannare dal burocratese: quello che il verbale definisce “pagamento in misura ridotta” non è quello scontato, ma quello che comunemente è considerato ordinario.

L’impressione generale è che, in attesa della riforma del Codice della strada (che se arriverà in porto entrerà in vigore solo tra un paio d’anni), nelle infinite pieghe della materia si possano trovare sia appigli insperati ma solidi sia soluzioni sbandierate ma illusorie. In questa pagina cerchiamo di fare chiarezza sulle questioni di maggiore attualità.

CONTROLLI DI VELOCITÀ

Rilevatori da segnalare e a rischio taratura

L’Italia è l’unico Paese occidentale in cui (da agosto 2007) i controlli di velocità vanno presegnalati e resi visibili. Ma controlli a sorpresa ce ne sono lo stesso. In tema di sorprese, venerdì scorso la Cassazione ha riaperto un capitolo scottante che pareva chiuso: quello della taratura periodica degli autovelox (leggi: “Novità autovelox: la Corte Costituzionale dichiarerà se la taratura periodica è necessaria”).

I controlli a sorpresa sono possibili sia perché si possono fare – e sono legittimi – da auto della polizia in movimento (cosa rara) sia perché non sono poche le postazioni fisse poco visibili (per esempio, troppo vicine a pali, cartelli o alberi) o mal segnalate. Ogni irregolarità può essere motivo di ricorso per far annullare il verbale.

Un primo campanello d’allarme sulla possibilità che ci sia un controllo è la presenza di segnali di preavviso nuovi o in buone condizioni: una selva di segnali c’è fin dagli anni Ottanta e solo quelli più recenti sono un buon indice del fatto che oggi nei chilometri successivi ci sia effettivamente un controllo (di fatto non fa differenza se permanente, con postazione fissa, o temporaneo, con pattuglia appostata).

Tra segnale e apparecchio dev’esserci una:

1. distanza minima secondo il tipo di strada:

– autostrade e strade extraurbane principali: 250 metri

– strade extraurbane ordinarie e urbane di scorrimento: 150 metri

– altre strade: 80 metri.

2. distanza massima di quattro chilometri.

Se i controlli si fanno anche oltre, occorre ripetere il segnale, così come dopo ogni incrocio o svincolo: e in questo caso va ripetuto anche il segnale di limite, salvo viga quello generale, come il 90 delle strade extraurbane ordinarie (leggi “Nulla la multa se dopo l’incrocio non è ripetuto il segnale con il limite di velocità”).

Per i controlli con pattuglia il segnale può essere sostituito da un display su un veicolo in sosta a distanza adeguata.

Per i controlli automatici fuori città, da agosto 2010 c’è un ulteriore vincolo: tra segnale di limite (se è diverso dal generale e non ripete un limite già valido nel tratto prima) e apparecchio ci deve essere almeno un chilometro. Che col tutor si conta non dal portale iniziale del tratto cronometrato, ma dal finale.

Quanto alla visibilità delle postazioni, su quelle fisse va messo un segnale col simbolo del corpo di polizia che le gestisce. In alternativa, basta un colore che le evidenzi.

Per i controlli temporanei, basta usare un veicolo “in divisa”; se non è disponibile, occorre mettere sull’auto-civetta o il lampeggiante blu o un cartello come nelle postazioni fisse.

Queste regole dovrebbero essere confermate dal futuro decreto ministeriale sulla materia, anche recependo alcuni pareri ministeriali degli ultimi anni. Per esempio, la possibilità di usare il tutor per controllare la velocità media anche nei tratti che, per cantieri o maltempo, non hanno un limite omogeneo; ma la soglia oltre cui possono scattare le sanzioni è il più alto.

La bozza del Dm conferma che gli apparecchi vanno tarati solo per l’uso in automatico o se richiesto dalle istruzioni del fabbricante. Ma, come detto sopra, la Cassazione ha chiesto alla Consulta di pronunciarsi sul fatto che l’obbligo di taratura non è generalizzato: ci sarebbe una discriminazione ingiustificata, quindi contraria alla Costituzione. I dubbi hanno anche qualche giustificazione tecnica.

PER LA NOTIFICA

Il vigile si dà più tempo ma rischia in giudizio

Credete di essere al sicuro da una multa se passano 90 giorni dall’infrazione e il verbale non vi arriva ancora? Errore: i 90 giorni dopo i quali scatta la “prescrizione” si contano in maniera particolare. Eccoli.

1. Il Codice della strada  prevede in generale che i verbali vanno consegnati direttamente al trasgressore, quando viene fermato subito; se ciò non avviene, la notifica va fatta all’intestatario del veicolo entro 90 giorni. Unica eccezione, se il destinatario è residente all’estero: i giorni diventano 360

2. Il conteggio dei 90 (o 360) giorni non sempre parte dalla data dell’infrazione o del suo “accertamento”: se l’effettivo destinatario viene identificato solo successivamente (è il caso dell’auto aziendale o presa a noleggio, quando l’azienda o il noleggiatore ricevono il verbale e comunicano all’ufficio di polizia il nome dell’affidatario del veicolo), si parte dall’identificazione.

Se c’è in corso un passaggio di proprietà o un cambio di residenza, si inizia a contare dal giorno in cui l’interessato li ha resi noti rispettivamente all’Anagrafe e a Pra e Motorizzazione.

3. Nella maggior parte dei casi, il verbale è inviato per posta. Quando è così, per capire se la notifica è valida, il conteggio dei 90 giorni non va fermato il giorno in cui il destinatario riceve il verbale, ma prima: conta il momento in cui l’ufficio di polizia lo affida al servizio postale. Ciò non vuol dire che poi per il cittadino i termini per pagare o far ricorso partano da questo momento: a questi fini, vale la data effettiva di recapito. Lo ha affermato la Corte Costituzionale [1]. Se il recapito non ha successo, il plico torna all’ufficio postale e si considera notificato quando il destinatario va a ritirarlo o comunque dopo 10 giorni di giacenza.

Su queste norme sulla notifica, negli ultimi anni alcuni Comuni hanno adottato un’interpretazione “creativa” che lascia loro margini tanto ampi da lasciare perplessi e da rischiare di essere bocciata in caso di ricorso.

Per ora, il caso più importante sembra quello di Milano, emerso con la raffica di multe conseguenti all’attivazione di sette nuovi rilevatori fissi di velocità su alcuni dei principali viali cittadini: l’aumento del carico di lavoro per l’ufficio verbali del Corpo di polizia locale ha determinato il rischio di sforare il termine di 90 giorni che il Codice della strada dà per la notifica quando l’infrazione non viene contestata subito al trasgressore (cosa che ovviamente accade sempre con i controlli automatici e nella stragrande parte dei casi anche quando a operare è una pattuglia di agenti). Il problema è acuito dal fatto che il termine di 90 giorni è molto più breve di quello precedente (150 giorni, in vigore fino al luglio 2010), sulla cui base i corpi di polizia erano abituati a operare.

Così si è pensato di cercare una soluzione nelle pieghe della legge. Si è ritenuto di trovarla nel fatto che la norma fa partire il conteggio del termine “dall’accertamento” dell’infrazione. Un’espressione che si presta a varie interpretazioni. In condizioni normali, un agente che vede un illecito mentre viene commesso, lo riconosce come tale già con i propri occhi e, in quello stesso momento, lo accerta. Ma ci sono casi in cui l’accertamento è successivo all’azione del trasgressore: basta pensare agli incidenti in cui il comportamento dei conducenti viene ricostruito a posteriori, sulla base di rilevazioni sul luogo ed eventuali perizie.

La rilevazione della velocità appare una situazione ibrida: le apparecchiature di misura la effettuano in tempo reale e ormai una buona parte di esse ne fornisce la documentazione subito dopo: il funzionamento dei sistemi è controllabile dalla sala operativa e i fotogrammi sono digitali, non più impressi in rullini fotografici di cui occorre attendere lo sviluppo. Quindi in teoria l’accertamento da parte dell’agente può avvenire subito. Ma in realtà tutto dipende da quando l’ufficio smaltisce l’arretrato dei fotogrammi da visionare.

Qualcuno, sfruttando una certa incoerenza linguistica del Codice della strada [2] e del suo Regolamento di esecuzione [3], potrebbe anche sostenere che l’accertamento può anche avvenire con la semplice rilevazione della velocità, tanto più per i controlli automatici. Ma la questione è controversa e ci sono due argomenti che appaiono più solidi.

Entrambi sono basati sul fatto che far partire i 90 giorni dal giorno in cui l’agente valida il fotogramma significa dare alla pubblica amministrazione carta bianca sui tempi, che potrebbero a quel punto anche arrivare a un anno. Ciò da una parte lede il diritto di difesa (è difficile ricordarsi particolari utili, a distanza di tanto tempo). Dall’altro va contro un principio importante, fissato dalla Corte costituzionale (sentenza 198/1996) proprio in materia di notifica: va considerata la data in cui la pubblica amministrazione è posta in grado di agire.

STRISCE BLU

Ticket scaduto, i Comuni ignorano lo stop dei ministeri

Bisogna pensarci bene prima di lasciar scadere il ticket per la sosta sulle strisce blu rimanendo parcheggiati e senza integrare il pagamento per il tempo residuo. Lo scorso marzo, il ministro delle Infrastrutture, Maurizio Lupi, aveva indotto tutti a pensare che in questi casi non si può applicare alcuna sanzione, ma nella realtà di tutti i giorni le multe continuano a fioccare e non è detto che un eventuale ricorso possa avere successo. Vediamo perché.

Lupi ha voluto dare molta enfasi a vecchi pareri dei tecnici del suo ministero e di quello dell’Interno che già dal 2007 davano per non applicabili al caso di sosta con ticket scaduto le sanzioni che per prassi vengono normalmente irrogate in questo caso. Sono quelle contenute nel Codice della strada [4], che – nella parte che può riguardare le strisce blu, parla di “sosta limitata o regolamentata”. Ciò vuol dire che l’insufficienza del versamento è punibile solo nei pochi casi in cui la sosta – oltre ad essere a pagamento – è permessa per un periodo limitato: quando invece è consentito restare parcheggiati per tutto il tempo che si desidera (pagando), le uniche sanzioni espressamente previste dal Codice [5] riguardano solo chi non espone il ticket, il “gratta e sosta” o gli altri elementi che dimostrano l’avvenuto pagamento.

Perciò i ministeri dal 2007 affermano che l’unica penalità che potrebbe scattare sarebbe quella eventualmente prevista dal Comune, nel caso abbia fatto un regolamento.

Ma risulta che pochi enti lo hanno fatto. Anche dopo le esternazioni di Lupi, nonostante fosse appoggiato dal suo collega dell’Interno (ministero cui il Codice della strada assegna il coordinamento dei servizi di polizia stradale), Angelino Alfano: incassare penalità come se si fosse privati qualsiasi e più aleatorio che riscuotere con cartella esattoriale. Inoltre, l’Anci (l’associazione dei Comuni) ha assecondato Lupi a livello politico, ma dal punto di vista tecnico non ha mai emanato disposizioni operative (cosa che normalmente fa su altre questioni stradali, pur non avendo alcuna competenza formalmente riconosciuta dal Codice della strada).

Così le multe continuano e chi vuole affermare la tesi ministeriale può farlo solo in sede di ricorso, al prefetto o al giudice di pace. Forse in questo caso può convenire la prima soluzione: le Prefetture dipendono dal ministero dell’Interno e ne dovrebbero seguire la linea, mentre i giudici decidono interpretando le norme più liberamente.

DISABILE DA MULTARE SE DIMENTICA IL PASS

Si può essere multati per sosta negli spazi riservati ai disabili se si ha il contrassegno ma si dimentica di esporlo?

Secondo la Cassazione, sì: con una recente sentenza [6] la Corte ha stabilito che non basta essere titolari del contrassegno, ma bisogna anche esporlo.

La Cassazione ha poi aggiunto [7] che in questi casi la sanzione è quella prevista dall’articolo 158, comma 2, del Codice della strada per sosta abusiva sugli spazi per disabili: 84 euro (che scendono a 40 se l’infrazione è commessa con un ciclomotore o un motociclo) e due punti decurtati. Quindi, non si applica la sanzione per uso improprio del contrassegno (articolo 188), che è uguale salvo il fatto di non avere riduzioni per ciclomotori e motocicli.

 

FERMO E SEQUESTRO

Tre giorni per evitare le spese di «custodia»

Dopo un’infrazione che comporta il sequestro o il fermo amministrativo del veicolo, è sempre obbligatorio dichiarare di disporre di un luogo “chiuso” per beneficiare della possibilità di custodirlo a propria cura, senza quindi pagare le spese della depositeria?

Sì, ma il luogo non va più indicato subito: ci si può riservare di rendere entro tre giorni l’autocertificazione finora obbligatoria già al momento in cui gli agenti contestano l’infrazione. Lo ha stabilito il ministero dell’Interno con una circolare del 1° agosto [8].

Quindi chi non ha ancora idea di dove porterà il veicolo (che non sia un ciclomotore o un motociclo) ora ha tempo per cercare un luogo «non soggetto a pubblico passaggio» (non importa se all’aperto o al chiuso), caratteristica richiesta per potervi custodire un mezzo sotto sequestro o fermo; se si lasciano scadere i tre giorni, scatta la multa di 419 euro prevista per chi non mostra documenti che gli sono stati chiesti dall’autorità. La circolare contiene pure tante altre regole, anch’esse mirate a ridurre i casi di affidamento del mezzo al custode acquirente (depositeria), che comporta costi per lo Stato.

 

L’etilometro è impreciso ma occorre dimostrarlo

A volte si legge di casi di cronaca in cui al test dell’etilometro risulta positivo anche chi non ha bevuto. Come difendersi?

L’etilometro è per sua natura impreciso: non misura direttamente il tasso di alcol nel sangue (quello che vale per il Codice della strada), ma lo presume da quello che rileva nell’aria espirata. Si sa che la presunzione si fa in base a una formula matematica di dubbia affidabilità, ma ciò non è bastato a far cambiare il Codice. E gli agenti non sono tenuti a far eseguire l’analisi sul sangue. Dunque, è bene farsi fare il prelievo in proprio, se possibile. Altrimenti non resta che far intervenire un esperto che scriva una perizia sull’affidabilità dell’etilometro, da portare al giudice.


note

[1] C. Cost. sent. n. 477/2002 e n. 3/2010.

[2] Art. 142, comma 6 cod. str.

[3] Art. 345 reg. att. cod. str.

[4] Art. 7, comma 15.

[5] Art. 7, commi 14 e 15, e 157, comma 6 cod. str.

[6] Cass. sent. n. 8425/2004.

[7] Cass. sent. n. 7729/2009.

[8] Min. Interno circolare protocollo n. 300/A/5721/14/101/20/21/4.

Autore immagine: 123rf com


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1 Commento

  1. Per quanto riguarda l’etilometro, a fini di completezza, volevo segnalare che è previsto dal d.m. 196/1990 (decreto che ha introdotto gli etilometri) nell’allegato 1, al punto 4, che sono previsti dei margini di errore/tolleranza nella misurazione che variano in relazione alla concentrazione di alcol nel sangue.
    Questo comporta che se, ad es., dovesse risultare un tasso alcolemico dello 0,52%, tenendo in considerazione il margine di errore del 4%, questo scenderebbe al di sotto della soglia di punibilità (0,49%).
    Similmente, avendo riguardo al margine di errore, sarebbe possibile incorrere in sanzioni inferiori a quelle previste, scendendo di scaglione.

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