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Articolo 57 Costituzione italiana: spiegazione e commento

2 Febbraio 2022
Articolo 57 Costituzione italiana: spiegazione e commento

Cosa dice e cosa significa l’art. 57 sull’elezione del Senato della Repubblica.

Il Senato della Repubblica è eletto a base regionale, salvi i seggi assegnati alla circoscrizione Estero.

Il numero dei senatori elettivi è di 315, sei dei quali eletti nella circoscrizione Estero.

Nessuna Regione può avere un numero di senatori inferiore a sette; il Molise ne ha due, la Valle d’Aosta uno.

La ripartizione dei seggi tra le Regioni, fatto salvo il numero dei seggi assegnati alla circoscrizione Estero, previa applicazione delle disposizioni del precedente comma, si effettua in proporzione alla popolazione delle Regioni, quale risulta dall’ultimo censimento generale, sulla base dei quozienti interi e dei più alti resti.

L’elezione del Senato a base regionale

Il Senato, detto anche Camera Alta, è il ramo più importante del Parlamento, in quanto il suo presidente rappresenta la seconda carica dello Stato, dopo il presidente della Repubblica e prima di quello della Camera. Ha sede a Palazzo Madama.

Come per la Camera dei deputati, anche per il Senato l’elezione avviene a suffragio universale e diretto. Significa che tutti i cittadini iscritti alle liste elettorali hanno il diritto di essere rappresentati al Senato della Repubblica e che delegano ad un numero di rappresentanti, eletti liberamente, la facoltà di agire per conto loro in Parlamento. Come vedremo negli articoli successivi, esistono i cosiddetti «senatori elettivi», ovvero quelli scelti dai cittadini, ed i «senatori a vita», che occupano di diritto un seggio.

Grazie ad una recente riforma costituzionale, è stata abbassata l’età minima per poter votare per il Senato. Prima era necessario avere compiuto i 25 anni, oggi basta la maggiore età. Pertanto, chi ha 18 anni compiuti il giorno delle elezioni può votare sia per la Camera dei deputati sia per il Senato della Repubblica.

L’articolo 57 della Costituzione parla di «Senato eletto a base regionale», salvo i sei seggi assegnati alla circoscrizione Estero. Che significa «a base regionale»?

In parte, si tratta di un «residuo» di ciò che i padri costituenti avevano in mente. Nella seconda metà degli anni ’40, quando venne scritto il testo originale della Costituzione, si pensava di dedicare uno dei due rami del Parlamento (il Senato, appunto) alle norme che interessavano esclusivamente gli interessi regionali, forse per non far perdere allo Stato il contatto diretto e reale con i singoli territori. Nella pratica, però, è rimasta solo un’intenzione tramontata, visto che da sempre il Senato ha gli stessi poteri della Camera a livello legislativo, nell’ambito di quel che viene chiamato il bicameralismo perfetto.

Oggi, come vedremo tra un istante, l’elezione «a base regionale» trova il suo significato nell’organizzazione delle circoscrizioni in cui vengono eletti i senatori.

Il numero dei senatori

Una recente riforma dell’articolo 57 della Costituzione, così com’è avvenuto per i deputati, riduce il numero dei senatori elettivi. Se prima erano garantiti 315 seggi (sei dei quali eletti nella circoscrizione Estero), con la riforma la soglia massima è scesa a 200 senatori.

Dicevamo prima che a Palazzo Madama siedono i «senatori elettivi» ed i «senatori a vita». I primi sono, appunto, i 200 parlamentari eletti dai cittadini alle politiche. I senatori a vita, a loro volta, si dividono in due categorie. Una prevede un seggio di diritto per gli ex presidenti della Repubblica. Non c’è, dunque, una quota fissa: chi ha occupato la più alta carica dello Stato ed è arrivato alla fine del suo settennato di mandato acquisisce automaticamente lo status di senatore a vita, che gli dà diritto a partecipare ai lavori e alle votazioni dell’Assemblea di Palazzo Madama.

All’altra categoria appartiene un ristretto gruppo di cittadini italiani che, grazie alle loro capacità professionali o per meriti acquisiti in campo sociale, scientifico, artistico o letterario, hanno dato lustro al Paese ed hanno portato il nome dell’Italia in tutto il mondo. La legge prevede fino a cinque senatori a vita in questa categoria, che vengono nominati dal presidente della Repubblica in carica. Anche loro hanno il diritto di partecipare ai lavori e ai voti dell’Assemblea, come gli ex capi di Stato e come i senatori elettivi.

Quanti senatori per ogni Regione?

Abbiamo detto che l’articolo 57 della Costituzione lega profondamente il Senato della Repubblica alle Regioni. Oggi, questo legame riguarda soprattutto il meccanismo con cui vengono eletti i senatori.

Intanto, l’articolo 57 stabilisce quanti parlamentari destinati a Palazzo Madama possono essere eletti in ciascuna Regione: nessuna può averne meno di sette, tranne il Molise che ne ha solo due e la Val d’Aosta in cui viene eletto un solo senatore. E poi, ci sono i sei parlamentari eletti nella circoscrizione Estero. Questi numeri, però, sono destinati a cambiare dopo la riforma che porta il totale dei senatori a 200 anziché 315.

L’attuale sistema elettorale prevede la suddivisione dell’Italia in circoscrizioni all’interno di una sola Regione. In Italia ci sono, pertanto, 20 circoscrizioni senatoriali, una in ogni Regione o Provincia autonoma. Il numero dei seggi da attribuire è proporzionale al numero di abitanti di ogni singola circoscrizione, secondo l’ultimo censimento generale.

Il «mancato ritorno» del Senato alle Regioni

C’è chi negli anni scorsi ha tentato invano di restituire il Senato alle Regioni, proponendo una radicale riforma della Camera Alta che l’avrebbe trasformata in un’istituzione di rappresentanza dei territori, mantenendo la funzione legislativa solo in determinati casi. Si tratta della riforma costituzionale concepita tra il 2014 e il 2016 dall’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi insieme all’allora ministra per le Riforme costituzionali (appunto) e per i Rapporti con il Parlamento, Maria Elena Boschi.

Il tentativo del tandem Renzi-Boschi era quello di abolire, tra le altre cose, il bicameralismo perfetto, cioè evitare di tenere in piedi due istituzioni con le stesse funzioni. Per quanto riguarda, in particolare, il Senato, la riforma proponeva di attribuire a Palazzo Madama come compito principale la rappresentanza delle Regioni e di abbassare il numero dei senatori da 315 a 100, eletti dai Consigli regionali e dai sindaci e non più dai cittadini con suffragio universale diretto.

Il testo non aveva ottenuto in Parlamento la maggioranza richiesta per modificare la Costituzione, cioè due terzi dei membri di ciascuna Camera. Pertanto, non è stato promulgato come legge. Ecco che, allora, si è passati al «piano B», con una raccolta di firme per chiedere un referendum in proposito e lasciare che fossero i cittadini ad esprimersi sulla riforma del Senato. Tentativo, anche questo, andato in fumo: il referendum si tenne il 4 dicembre 2016 ma vinse il «no» con il 59,12% dei voti. La riforma rimase carta straccia e Matteo Renzi diede le dimissioni da presidente del Consiglio.

Del suo progetto si è concretizzata solo una cosa: la riduzione del numero dei senatori. Non da 315 a 100, come voleva Renzi, ma da 315 a 200.



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