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Vaffan…: se è ingiuria, dipende dal contesto

14 Agosto 2014
Vaffan…: se è ingiuria, dipende dal contesto

L’epiteto è ormai entrato nel linguaggio comune, ma se ci si rivolge al vicino di casa scatta il reato.

Vaffan…” è una parola che ricorre in molte sentenze della Cassazione. Ma solo per decidere se si possa parlare di ingiuria o meno.

In realtà, non esiste una linea netta: in passato, alcune sentenze (molte) hanno deciso per l’assoluzione (per via del fatto che il termine sarebbe entrato nel linguaggio comune) e altre (poche) per la colpevolezza (in determinati contesti, infatti, la parola assumerebbe un significato offensivo). In quest’ultimo senso si inserisce una pronuncia di qualche giorno fa della Suprema Corte [1] che, però, opera un importante chiarimento. Vediamo di che si tratta.

Non si può dire “vaffa…” al vicino di casa che si lamenta per il rumore. È vero, in passato l’epiteto era stato sdoganato in virtù dell’uso comune, ma i giudici ricordano che più delle parole pesa il contesto nel quale sono pronunciate. Insomma, per la Suprema corte c’è “vaffa” e “vaffa”.

Si tratta di semplice  maleducazione quando la parolaccia è utilizzata come sinonimo di “non infastidirmi”, “non voglio prenderti in considerazione” o “lasciami in pace”. In tal caso l’uso collettivo di tale espressione, quasi ormai inflazionato, avendo fatto perdere la sua valenza offensiva, non costituisce reato.

Se, invece, lo scopo è proprio quello di offendere (nel significato “vai a quel paese!”), per stabilire la colpevolezza bisogna fare una serie di distinzioni.

Vaffanc… come ingiuria: dipende dal soggetto a cui ci si rivolge

La Cassazione precisa che la versione hard della frase (“vai a quel paese!”) non può essere rivolta, ad esempio, al professore o al vigile che fa la multa perché assumerebbe un “carattere di sfregio”. In tali casi il reato è evidente.

Vaffanc… come ingiuria: dipende dal contesto

Se invece ci si trova tra soggetti in condizioni di parità bisogna valutare il contesto in cui l’epiteto è proferito. Per esempio, nei rapporti  tra vicini di casa – sottolinea la Cassazione – serve rispetto. E, pertanto, le espressioni devono essere moderate e caratterizzate dal quieto vivere. Per cui il “vaffa” è ingiuria. Nel caso di specie, il colpevole è stato condannato a 800 euro di risarcimento.


note

[1] Cass. sent. n. 35669/2014.


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