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Pensioni: risparmiare oggi per il futuro

15 Agosto 2014
Pensioni: risparmiare oggi per il futuro

L’assegno di scorta tra fondi, polizze e convenienza fiscale; fondi aperti e negoziali; pip e previdenza complementare; strumenti trasversali per tutti i lavoratori; slalom tra agevolazioni e tassazione sui rendimenti.

Ci sono due parole da mandare a memoria per capire il pianeta pensioni: contributivo, che è anche la parola chiave di questa pagina, e sostituzione.

Il primo termine è quello più rivoluzionario. Negli anni 90, il legislatore italiano ha modificato il sistema pensionistico. Si è passati dal retributivo al contributivo. Che vuol dire? In passato le pensioni venivano calcolate sulla base delle ultime retribuzioni incassate. Oggi non è più così. Coloro che lasceranno il lavoro con il contributivo, potranno contare su una pensione costruita sulla base dei versamenti effettuati nel corso dell’intera vita lavorativa; per questo calcolo ci sono poi altri elementi che entrano in gioco (Pil e demografia) ma sono fattori fuori dalla discrezionalità del singolo cittadino/lavoratore. Per chiarirsi le idee in modo definitivo, c’è l’immagine del salvadanaio previdenziale, il classico “porcellino” che va riempito per una tranquilla vecchiaia.

La pensione obbligatoria, però non è più sufficiente. E qui c’è da spiegare la parola sostituzione o per la precisione il “tasso di sostituzione“: è il rapporto fra la prima rata che verrà incassata in pensione e l’ultimo stipendio percepito. “Avere un’idea, fin da quando inizi a lavorare, di quanto sarà il tasso di sostituzione della previdenza obbligatoria è importante per valutare se la tua pensione potrà garantirti un tenore di vita adeguato”, ci ricorda l’authority della previdenza, Covip, nel suo sito istituzionale (www.covip.it).

Allora andiamo nel concreto. Dalla guida Covip, che consigliamo a tutti di consultare, prendiamo l’esempio del signor Rossi, giovane lavoratore dipendente che entra per la prima volta nel mercato del lavoro e andrà a riposo dopo il 2040 con una pensione pari al 60% dell’ultimo stipendio lordo; viene ipotizzata una figura-tipo di lavoratore con 67 anni di età, 37 anni di contributi versati senza interruzioni. Per i lavoratori autonomi i tassi di sostituzione sono ancora più bassi, intorno al 40%.

È per colmare questo “vuoto” che diventa necessario usare strumenti di previdenza integrativa: fondi pensione (negoziali, aperti, preesistenti) o pip, i piani di previdenza pensionistici agganciati a prodotti assicurativi. In basso vi spieghiamo come effettuare la scelta. Sono da considerare soprattutto i costi e in questo ambito la Covip viene in aiuto dando indicazioni attraverso l’Isc, l’Indice di sintetico dei costi.

Cos’è il Sistema Contributivo?

Il sistema contributivo, negli anni 90, ha rivoluzionato il pianeta previdenziale italiano. Le pensioni ora vanno calcolate sulla base dell’ammontare dei contributi versati durante tutta la vita lavorativa e non più sulle ultime retribuzioni percepite. Ecco perché è fondamentale per le nuove generazioni iscriversi subito a una forma previdenziale complementare così da integrare la futura pensione.

Fondi negoziali. Il vantaggio: obbligo del contributo del datore

Innanzitutto partiamo dal nome. I fondi pensione identificati con il termine “negoziali” hanno natura contrattuale (e collettiva).

Per i lavoratori dipendenti, l’appeal di questo strumento previdenziale è il contributo del datore di lavoro.

Attenzione però: se il dipendente versa nel fondo solo le quote di Tfr, non scatta l’obbligo del datore di lavoro per il contributo.

Ricapitolando: il lavoratore versa al fondo negoziale le quote del Tfr che maturano dopo l’adesione e può dare in aggiunta un contributo a proprio carico; infine c’è il versamento del datore di lavoro. Quest’ultimo nei Pip non è previsto e nei fondi aperti non è obbligatorio.

Per i vantaggi fiscali rinviamo a dopo. Mentre qui si può affrontare la fase di uscita dal mondo del lavoro. Nel momento in cui si raggiungono i requisiti per la pensione obbligatoria, ecco che si può trasformare in rendita la propria posizione a patto che vi sia stata una partecipazione al fondo per almeno 5 anni. In alternativa si può scegliere la liquidazione della posizione nel fondo in una unica soluzione e fino a un massimo del 50% del capitale accumulato.

Nel corso della vita lavorativa vi possono essere poi richieste di anticipazione o di riscatto.

Nel caso specifico dell’anticipazione ci sono 3 ipotesi:

1. è ammessa in ogni momento e fino a un massimo del 75% della posizione individuale, per spese sanitarie connesse a gravissimi motivi di salute di iscritto, coniuge e figli;

2. decorsi 8 anni dall’iscrizione e fino a un massimo del 75% della posizione individuale, per acquisto o ristrutturazione della prima casa di abitazione, per sé o figli;

3. passati sempre 8 anni dall’iscrizione, per altre esigenze dell’iscritto ma fino a un massimo del 30%.

Fondi aperti: strumenti “trasversali” per tutti i lavoratori

Ai fondi pensione “aperti” possono aderire tutti coloro che vogliono costruirsi una rendita integrativa della pensione di base. Ecco perché si chiamano aperti: ci si può iscrivere senza la necessità di appartenere a una determinata categoria di lavoratori.

“I fondi pensione aperti sono, tra i prodotti previdenziali, quelli più trasversali rispetto alla platea dei destinatari a differenza dei negoziali e dei Pip – ricorda Nadia Vavassori, responsabile fondi pensione di Amundi Sgr -. Al fondo pensione aperto si può anche apportare il Tfr e il contributo del datore di lavoro cosa che non è possibile per il Pip. Inoltre vi può essere un’adesione collettiva di lavoratori che appartengono a una determinata impresa. Sul versante del contributo del datore di lavoro, quest’ultimo non è automatico. Tuttavia il datore di lavoro può decidere di versare lo stesso il contributo d’accordo con i lavoratori”.

È il contributo del datore di lavoro che fa la differenza: dopo due anni almeno di adesione si può chiedere per qualsiasi motivo il trasferimento della posizione maturata presso un’altra forma complementare. Difficile però che un iscritto a un “negoziale” passi a un fondo pensione aperto proprio per il vantaggio del versamento obbligatorio del datore di lavoro. Secondo Vavassori, il contributo dovrebbe essere obbligatorio e destinabile a tutte le forme di previdenza integrativa “così vi sarebbe un maggior supporto da parte di tutte le reti di vendita a diffondere i prodotti e verrebbe realizzata una maggiore educazione previdenziale fra la gente”. Da segnalare che Amundi Sgr è l’unica società di gestione a collocare i fondi pensione aperti via web.

Agli “aperti” però vi si può aderire anche su base collettiva: i lavoratori appartenenti a una determinata impresa possono iscriversi a un fondo pensione aperto secondo quanto stabilito dai contratti di lavoro, dagli accordi o dai regolamenti aziendali. Non solo. L’adesione collettiva a un “aperto” può avvenire anche in forma tacita: se il lavoratore non esprime nei termini previsti alcuna scelta in merito alla destinazione del proprio Tfr viene iscritto al fondo pensione aperto individuato dall’accordo/regolamento aziendale. Lo stesso meccanismo del silenzio assenso vale anche per i fondi pensione negoziali.

Per quanto riguarda il nodo costi, gli aperti sono una via di mezzo fra negoziali e Pip come emerge dalla tabella Covip a fianco: la media dell’indice sintetico dei costi di un “aperto” è di 2,1% sui due anni, passando da un minimo di 0,6% a un massimo di 4,5%. Costi e numeri contenuti in una comunicazione periodica che viene inviata all’iscritto assieme alla stima della pensione complementare al momento del pensionamento (lo stesso avviene per negoziali e Pip).

Slalom tra agevolazioni e tassazione sui rendimenti

Fisco amico. Chi aderisce alla previdenza complementare beneficia di una tassazione favorevole. Innanzitutto, in relazione ai contributi versati, si possono dedurre ogni anno dal reddito complessivo fino a 5.164 euro. Nella cifra è compreso il contributo del datore di lavoro mentre è esclusa la quota di Tfr.

Un esempio concreto. Prendiamo la scheda pubblicata sulla parte divulgativa del sito Covip: due lavoratori dipendenti con lo stesso reddito annuo lordo (30mila euro). Ma il signor Rossi non aderisce a una forma di previdenza complementare e la tassazione sulla base delle aliquote Irpef vigenti è di 7.720 euro. Il signor Bianchi invece versa un contributo a un fondo pensione del 4% del reddito (1.200 euro); una somma che abbatte il reddito imponibile a 28.800 su cui l’aliquota Irpef da pagare è 7.264 euro. Il risparmio, rispetto al signor Rossi, è di 456 euro.

C’è poi la tassazione sui rendimenti: fino a un mese fa era dell’11% ma il Governo Renzi l’ha aumentata a 11,5% e comunque sempre meno rispetto agli altri prodotti di risparmio (12,5 per i titoli di Stato e 26% per gli altri).

Infine la tassazione al momento del pagamento della pensione complementare: è particolarmente favorevole perché l’aliquota si riduce al crescere degli anni di partecipazione alla previdenza integrativa. Per i primi 15 anni è pari al 15%; dal sedicesimo anno si riduce di 0,30 punti percentuali ogni anno di partecipazione fino al limite massimo di 6 punti percentuali. Con almeno 35 anni di partecipazione l’aliquota scende quindi al 9%.

Pip e polizze

Fra gli addetti ai lavori sono noti come Pip. Ma noi, per aiutare i poco avvezzi al tema, metteremo subito per esteso questa sigla: piani individuali pensionistici. L’adesione a un Pip è volontaria, su base individuale e indipendente dalla propria condizione lavorativa.

Queste forme previdenziali sono realizzate attraverso contratti di assicurazione sulla vita. La compagnia assicurativa può prevedere che la posizione individuale dell’aderente sia collegata a gestioni separate di ramo I e a fondi interni assicurativi oppure a unit linked rientranti nel ramo III. Che significa? In sostanza la rivalutazione di quanto viene versato dal “risparmiatore previdenziale” è agganciata ai risultati dei sopracitati strumenti assicurativi.

Il nodo dei piani individuali pensionistici è il costo: secondo l’indicatore sintetico dei costi (Isc) diffuso da Covip, l’authority della previdenza (vedi in basso), i Pip sono più cari rispetto ai fondi pensione negoziali e agli aperti. Nonostante ciò, il tasso di adesione ai Pip è superiore rispetto ai prodotti previdenziali concorrenti: +18,9% nel 2013 contro il -1% dei “negoziali” e il +7% degli “aperti”. Perché quest’apparente paradosso? Vi sono due versioni: secondo i responsabili di alcuni fondi pensione negoziali, i Pip sono spinti dalle reti di promotori e consulenti finanziari. Un “supporto” che non c’è per i negoziali. Di parere diverso Nadia Vavassori, responsabile fondi pensione di Amundi Sgr: “A mio avviso i Pip, se pur più cari degli altri strumenti previdenziali, offrono consulenza e prossimità al cliente che proprio per coprire questo bisogno è disposto a pagare di più. La rete funge un po’ da “telefono amico” per i clienti che, se vogliono avere spiegazioni, chiamano il promotore che li segue personalmente”. E aggiunge: “Non sto discutendo della qualità o meno del Pip ma dell’offerta di servizi di consulenza, che hanno un costo. E quest’ultimo viene caricato sul prodotto previdenziale”.

E le singole polizze vita possono svolgere da sole una funzione previdenziale? “No perché non vi è più la detrazione fiscale che le rendeva convenienti – rileva Stephanie Unterweger, consulente assicurativo del Centro tutela consumatori utenti (Ctcu) –. Inoltre è stata introdotta anche l’imposta di bollo che di certo non aiuta”.

 


note

Autore immagine: 123rf com


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