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Video con prostitute: è legale caricarli sui siti pornografici?

5 Febbraio 2022
Video con prostitute: è legale caricarli sui siti pornografici?

Vorrei condividere su qualche sito pornografico i video hard che giro con alcune prostitute. È legale? Cosa devo fare per rispettare la legge?

Per la pubblicazione di qualsiasi tipo di contenuto che rappresenti altre persone occorre il consenso dei soggetti ritratti. Nel caso di specie, attesa la delicatezza della materia, è più che opportuno che tale consenso sia manifestato per iscritto, tramite contratto o semplice liberatoria con cui si concede espressamente il diritto di utilizzo del materiale e del suo sfruttamento ai fini economici.

Secondo la Cassazione (sent. 19/06/2019, n.43534), «È configurabile il trattamento illecito di dati personali nell’ipotesi in cui taluno, anche solo per un breve lasso di tempo, posta su siti porno fotomontaggi realizzati a partire da foto di sue conoscenti, prelevate da Facebook, a nulla rilevando che si è trattato di una “bravata”».

Il consiglio è di indicare sin dal principio anche le piattaforme su cui i video e le immagini verranno pubblicate. Se non si è sicuri dei canali su cui i contenuti verranno divulgati, è opportuno integrare, mediante scritture successive, le piattaforme ove avverrà la pubblicazione.

E così, se ad esempio si pensa di condividere inizialmente il video sul sito xvideo.com indicato nel quesito, si farà firmare una liberatoria in cui è espressamente indicato tale portale. Successivamente, se si ha intenzione di diffondere il video altrove, si integrerà l’originario accordo inserendo la nuova piattaforma; così per ogni successiva condivisione.

Bisogna ricordare che, anche qualora venisse dato il consenso scritto alla realizzazione dell’opera, questo può essere in qualsiasi momento revocato dall’attore: la prestazione sessuale, infatti, deve sempre essere libera, pena il reato di violenza sessuale.

Pertanto, non è mai possibile obbligare una persona a una tale attività, anche qualora vi fosse un contratto; al più, ci si potrebbe rivalere in sede civile per inadempimento. Va però detto che anche questo tipo di strada non è percorribile con assoluta certezza: e infatti, esiste dottrina giuridica secondo cui il contratto che ha ad oggetto la prestazione sessuale dell’attore non sarebbe azionabile per via della natura immorale della prestazione. Da qui la conseguenza per cui un contratto del genere non potrebbe mai essere fatto valere in un tribunale.

Va sottolineato con forza l’assoluto divieto di coinvolgere minorenni.

L’attività deve svolgersi lontano dai luoghi pubblici, aperti al pubblico o esposti al pubblico (si pensi alla casa privata dalle cui finestre è possibile scorgere cosa accade all’interno), in modo da non incorrere nei reati di atti osceni o di atti contrari alla pubblica decenza.

Per quanto riguarda la necessità di sottoporre gli attori ad opportuni esami medici, ad avviso dello scrivente si tratta di norma di profilassi più che giuridica. Ad ogni modo, va detto che i controlli medici non solo consentono di lavorare nel pieno rispetto della salute propria e degli altri, ma anche di evitare incresciosi episodi delittuosi: purtroppo esistono casi giurisprudenziali riguardanti persone che, consapevoli di essere affette da malattie trasmissibili (anche) sessualmente, non si sono sottratte dall’avere rapporti con altre persone, incorrendo così nel reato di lesioni personali.

Veniamo ora alla questione più controversa. Poiché nel quesito si parla di video realizzati tramite escort, si pone il problema della possibilità di integrare il reato di favoreggiamento o di sfruttamento della prostituzione.

L’orientamento maggioritario pare sostenere la non riconducibilità della prova dell’attore nel concetto di prostituzione: nella prostituzione, infatti, un soggetto paga un altro per una prestazione sessuale; la legge punisce quindi colui (terzo) che sfrutta tale rapporto. Nei film pornografici, invece, ci sono alcuni soggetti, ugualmente retribuiti, che intrattengono rapporti: tutti gli individui sono attori e sono pagati per recitare in scene di sesso.

Ne deriva che chiunque ottiene un introito da tale attività (regista, sceneggiatore, produttore, distributore etc.) guadagna sul film in sé, sul prodotto finale, e non sulla prestazione sessuale che un soggetto (prostituta) deve compiere nei confronti di un altro soggetto (cliente).

In teoria, quindi, nell’attività di produzione di film hard il rapporto che si instaura tra produttore, regista, organizzatori e attori non solo non integra il reato di cui all’art. 3 l. 75/1958 (c.d. Legge Merlin), ma non configura neanche un fatto che può rientrare nella nozione di prostituzione.

V’è però da dire che, sul punto, la legge non è chiara e che, a seguito di ricerca giurisprudenziale, non è stata rinvenuta alcuna sentenza che affrontasse il problema della produzione pornografica in riferimento allo sfruttamento della prostituzione degli attori.

A sommesso avviso dello scrivente, è sconsigliabile intraprendere l’attività di realizzazione di video hard così come descritta nel quesito: l’impiego di escort, infatti, assottiglia pericolosamente la già labile differenza che c’è tra sfruttamento della prostituzione e impiego di pornoattori. Come detto, sul punto, la legge italiana tace e la giurisprudenza non offre sentenze degne di rilievo.

Peraltro, non è rilevante la gratuità o meno della pubblicazione del materiale. La legge Merlin (art. 3), infatti, punisce «chiunque recluti una persona al fine di farle esercitare la prostituzione, o ne agevoli a tal fine la prostituzione», nonché «chiunque in qualsiasi modo favorisca o sfrutti la prostituzione altrui». Come si evince da questi stralci, non è richiesto il fine di lucro.

È dunque bene astenersi perché, come appena ricordato, mentre nel caso del pornoattore che viene pagato per recitare è più semplice inserire la prestazione sessuale nell’ambito di un rapporto lavorativo (e, quindi, distinguerla dalla prostituzione), nell’ipotesi della escort la prestazione sfuma pericolosamente nel meretricio, con possibili rischi di illecito (reato di sfruttamento) da parte di chi se ne giova economicamente.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Mariano Acquaviva



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