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Genitore malato: i figli sono obbligati ad assisterlo?

12 Febbraio 2022
Genitore malato: i figli sono obbligati ad assisterlo?

Mio padre è anziano e malato. Io non posso assisterlo perché malato a mia volta. Sono costretto a pagargli la badante? Posso fare ricorso al giudice tutelare per obbligare mio padre a usare i suoi beni per pagarsi l’assistenza?

Se il genitore può permettersi di pagare la badante, il figlio non è obbligato ad alcun esborso. Se infatti è vero che il figlio è tenuto agli alimenti nei confronti del genitore in difficoltà, è anche vero che tale obbligo sorge solo in presenza di determinate condizioni.

Nello specifico, i presupposti dell’obbligo alimentare sono:

  • il legame di parentela (o di riconoscenza, nel caso di donazione) tra l’alimentando ed il soggetto obbligato;
  • lo stato di bisogno oggettivo in cui si trova chi avanza la pretesa alimentare (insufficienza o mancanza dei mezzi necessari per soddisfare le esigenze essenziali di vita);
  • l’incapacità (parziale o totale) dell’alimentando di provvedere al proprio sostentamento economico in quanto privo di redditi e non in grado di procurarseli;
  • la disponibilità economica dell’obbligato tale da potersi fare carico dell’onere degli alimenti.

Orbene, è chiaro che la misura della prestazione alimentare varia in base ai presupposti oggettivi, e cioè in ragione dello stato di bisogno dell’alimentando e delle possibilità economiche dell’obbligato.

Nel caso prospettato, se il genitore è in grado di provvedere economicamente a sé, nessun obbligo sorge in capo al figlio. Ugualmente, se quest’ultimo non è nelle condizioni economiche di poter versare gli alimenti, tale obbligo non sorgerà.

È però vero che gli alimenti intesi come prestazione economica possono essere sostituiti da una prestazione di diverso tipo, che abbia come scopo quello di soddisfare i bisogni primari del genitore in difficoltà. La soluzione alternativa al pagamento di una somma di danaro può dunque essere quella di offrire vitto e alloggio all’alimentando.

Nel caso di specie, sembrano non sussistere i presupposti dell’obbligo alimentare, in quanto:

  • il genitore pare poter far fronte alla spesa della badante;
  • lo stesso genitore rifiuta di vivere con il figlio;
  • il presunto obbligato (cioè, il figlio) non è nelle condizioni economiche che consentono di poter pagare gli alimenti.

Peraltro, a favore dell’impossibilità di assistere il genitore militano le condizioni di salute in cui versa il figlio.

Una soluzione di compromesso potrebbe essere quella di versare al genitore una somma minima, che non intacchi le condizioni dell’alimentante. Secondo l’art. 438 cod. civ., infatti, gli alimenti «devono essere assegnati in proporzione del bisogno di chi li domanda e delle condizioni economiche di chi deve somministrarli. Non devono tuttavia superare quanto sia necessario per la vita dell’alimentando». La restante parte del pagamento della badante è a carico del genitore.

Per quanto riguarda la prospettata soluzione dell’amministratore di sostegno, va precisato che, anche qualora il figlio riuscisse a diventare l’Ads del genitore, non potrebbe compiere operazioni straordinarie come quelle illustrate, cioè vendere la nuda proprietà della casa o realizzare altre operazioni aventi ad oggetto diritti reali, come l’usufrutto.

I poteri dell’Ads sono stabiliti dal decreto di nomina del giudice; pertanto, deve essere sempre il magistrato a stabilire cosa può e non può fare l’amministratore. Ovviamente, quest’ultimo potrà anche chiedere, una volta ottenuto l’incarico oppure sin da subito, all’interno del ricorso introduttivo, di poter effettuare un’operazione simile, ma dovrà essere sempre il giudice a fornire l’autorizzazione.

Sarebbe comunque possibile chiedere la nomina di un amministratore di sostegno, magari diverso dalla figlia che, per le proprie problematiche, non potrebbe assistere adeguatamente il genitore. Il giudice potrebbe così optare per una terza persona che adotti le decisioni più opportune per l’anziano genitore.

Infine, va detto che esistono diversi negozi giuridici che consentono di remunerare una persona in cambio di assistenza. È il caso, ad esempio, del vitalizio alimentare, con cui il vitaliziato si obbliga a cedere un capitale o un bene, mobile o immobile che sia, in cambio dell’assistenza che gli sarà prestata dal vitaliziante. Qualora venisse ceduto il bene immobile in cui dimora abitualmente, il vitaliziato può mantenere la qualità di usufruttuario o il diritto di abitazione (Tribunale di Padova, sent. del 9 aprile 2010).

Il vitalizio alimentare è un contratto atipico distinto da quello di rendita vitalizia, poiché con esso il soggetto incapace di provvedere da sé ai propri bisogni essenziali ottiene, in cambio della cessione di un bene o di un capitale, non la semplice dazione periodica di denaro o di cose fungibili, bensì il diretto soddisfacimento, mediante l’attività personale della controparte, di esigenze di varia natura, concernenti vitto, alloggio, pulizia, cure mediche, ecc.

Il problema è che il vitalizio alimentare, così come la donazione modale o la soluzione proposta nel quesito (cessione nuda proprietà), è operazione straordinaria che non può essere compiuta senza il consenso del diretto interessato o, in alternativa, l’autorizzazione del giudice.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Mariano Acquaviva



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