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Articolo 59 Costituzione: spiegazione e commento

4 Febbraio 2022
Articolo 59 Costituzione: spiegazione e commento

Cosa dice e cosa significa l’art. 59 sui senatori a vita.

È senatore di diritto e a vita, salvo rinunzia, chi è stato presidente della Repubblica.

Il Presidente della Repubblica può nominare senatori a vita cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario. Il numero complessivo dei senatori in carica nominati dal presidente della Repubblica non può in alcun caso essere superiore a cinque.

Senatori di diritto e a vita

Siamo abituati a pensare alla carica del senatore a vita come ad una sorta di «premio alla carriera» per quegli italiani illustri che hanno fatto parlare (in bene) del nostro Paese in tutto il mondo o che hanno avuto un particolare impegno nel diffondere i valori culturali e sociali della nostra Repubblica. In buona parte, è così ma non sempre il senatore a vita «si guadagna la nomina» per meriti propri: alcuni hanno questo ruolo di diritto, solo perché in precedenza hanno occupato la più alta carica dello Stato.

L’articolo 59 della Costituzione nasconde (in maniera nemmeno tanto celata) un’importante distinzione: parla di «senatori di diritto e a vita» e di «senatori a vita». Per il comune cittadino, potrebbe trattarsi della stessa carica. Invece, non lo è.

Il senatore di diritto e a vita è soltanto chi è stato presidente della Repubblica. La carica viene, pertanto, riconosciuta in automatico alla scadenza del loro mandato al Quirinale, senza alcuna nomina: ecco perché si parla di «senatore di diritto e a vita».

Curioso segnalare un caso abbastanza raro, se non addirittura unico, ed è quello che riguarda Giorgio Napolitano. Al contrario dei suoi predecessori, quando ha avuto la carica di senatore di diritto era già senatore a vita: Carlo Azeglio Ciampi, infatti, lo aveva nominato tale nel 2005, cioè un anno prima che Napolitano venisse scelto dal Parlamento come presidente della Repubblica. Nel 2015, al termine del suo mandato («sette più due», poiché concesse un breve «bis») ottenne di diritto il seggio a Palazzo Madama. Sicché, è l’unico ad avere, nel vero senso dell’espressione, la doppia veste di «senatore di diritto e a vita», anche se formalmente si tiene conto del suo passato al Quirinale. E di seguito vedremo perché.

Senatori a vita per merito

Nessuna carica di diritto, invece, ma soltanto di merito per gli altri senatori a vita. Si tratta di cittadini che ottengono questo riconoscimento dal presidente della Repubblica per avere reso onore e avere dato lustro all’Italia con il loro lavoro o con il loro impegno sociale. Nello specifico, l’articolo 59 della Costituzione parla di «altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario».

In passato, furono nominati senatori a vita per merito personaggi del calibro del compositore e direttore d’orchestra Arturo Toscanini, il sacerdote e politico don Luigi Sturzo, il poeta Eugenio Montale, l’attore e commediografo Edoardo De Filippo, il giurista e filosofo Norberto Bobbio, l’industriale Gianni Agnelli, la scienziata Rita Levi Montalcini e tanti altri. Gli ultimi cittadini che hanno avuto questo riconoscimento sono stati il premio Nobel per la Fisica Carlo Rubbia, l’architetto Renzo Piano, l’ex presidente del Consiglio, ex commissario europeo ed ex rettore dell’Università Bocconi di Milano Mario Monti, la ricercatrice e biologa Elena Cattaneo e la sopravvissuta ai campi di sterminio nazisti Liliana Segre.

Gli unici capi di Stato che non hanno nominato alcun senatore a vita sono stati il primo presidente della Repubblica, Enrico De Nicola (in carica appena cinque mesi, da gennaio a maggio 1948) e Oscar Luigi Scalfaro, al Quirinale dal 1992 al 1999.

I senatori a vita per merito possono essere, al massimo, cinque. Ed ecco perché si diceva prima che per Giorgio Napolitano si è tenuto conto del suo status di presidente emerito della Repubblica e non di senatore per merito nominato da Ciampi: in quest’ultimo caso, infatti, si sarebbe trovato al fianco di Rubbia, Monti, Piano e Cattaneo, completando così la «cinquina» e impedendo a Sergio Mattarella di nominare senatrice a vita Liliana Segre.

Tuttavia, va detto che questa regola vale dal 1992, da quando cioè Scalfaro diede la sua interpretazione sul numero massimo di senatori a vita di nomina presidenziale. È l’ultima frase dell’articolo 59 della Costituzione ad avere creato prima di quella data una certa confusione: «Il numero complessivo dei senatori in carica nominati dal presidente della Repubblica non può in alcun caso essere superiore a cinque».

Secondo alcuni, la Costituzione stabiliva in questo modo che ciascun Presidente poteva nominare cinque senatori a vita. Tant’è che durante il settennato di Sandro Pertini, tra nuove e vecchie nomine, ce ne furono sette, mentre durante il mandato di Francesco Cossiga si arrivò addirittura a nove. Per altri, invece, l’articolo 59 sanciva un limite di cinque senatori a vita in carica. Quindi, secondo questa logica, se durante un settennato il Capo dello Stato «eredita» tre senatori a vita ne può nominare al massimo due. Scalfaro sposò questa linea, che è quella rimasta in vigore.

Sia i senatori a vita di diritto sia quelli per merito conservano la carica fino alla morte – a meno di espressa rinuncia, precisa la Costituzione – ed hanno esattamente gli stessi poteri dei senatori eletti dai cittadini: hanno diritto di partecipazione ai lavori dell’Assemblea e di voto delle varie leggi che richiedono il parere del Senato.

Di loro si sente parlare, però, soprattutto in due circostanze: al momento dell’elezione del presidente della Repubblica (loro sono i primi a votare) e quando si è sull’orlo della crisi di Governo e viene chiesta la fiducia in Aula. Non rappresentando alcuno schieramento politico, non dovendo rispondere ad alcun «diktat» di partito, il loro voto resta sempre un’incognita: può capitare, quindi, che sia determinante per salvare un Governo o per mandarlo a casa.



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