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Violenza psicologica sul luogo di lavoro

1 Febbraio 2022
Violenza psicologica sul luogo di lavoro

Dipendente sensibile e maltrattato: è mobbing?

Il comportamento del superiore o del datore di lavoro che sminuisce il dipendente con espressioni del tipo «disgraziato» e «idiota» rientra nel mobbing? In tema di vessazioni commesse ai danni dei lavoratori, la giurisprudenza ha più volte fornito svariati chiarimenti.

La cosiddetta violenza psicologica sul luogo di lavoro può diventare reato nei piccoli ambienti di lavoro, laddove il contatto diretto tra datore e dipendente rende assimilabile l’azienda a un contesto familiare; in tal caso, dunque, scatterà il reato di «maltrattamenti in famiglia».

Ma anche laddove non vi siano i presupposti per la tutela penale, le vessazioni possono rientrare nel concetto di mobbing, con conseguente diritto al risarcimento del danno e, eventualmente, alle dimissioni per giusta causa (con diritto a percepire l’assegno di disoccupazione dall’Inps).

Per comprendere bene in presenza di quali atti è possibile parlare di violenza psicologica sul lavoro e quanto tempo deve durare tale comportamento per configurare un illecito ai danni del dipendente sarà bene fare alcuni importanti chiarimenti.

Cos’è il mobbing?

Con il termine mobbing si fa riferimento all’insieme di comportamenti persecutori che tendono ad emarginare un soggetto dal gruppo sociale di appartenenza tramite forme di violenza psicologica protratte nel tempo e in grado di causare danni – di vario genere e gravità – alla vittima.

È necessario l’intento del datore di vessare sistematicamente il dipendente.

A commettere il mobbing non deve essere necessariamente il datore di lavoro ma anche un qualsiasi superiore gerarchico o gli stessi colleghi del dipendente. Del comportamento di questi ultimi risponde sempre il datore, in quanto è tenuto a garantire la salute psicofisica dei lavoratori in azienda.

Come scrive la giurisprudenza, «Il mobbing si verifica nei luoghi di lavoro e consiste in una forma di violenza psicologica deliberatamente posta in essere, da un superiore o da colleghi di lavoro, nei confronti di una vittima designata. Il mobbizzato, oggetto di continui attacchi e vessazioni, è ridotto in una condizione di estremo disagio psicologico e in alcuni casi ad un crollo del suo equilibrio psicofisico.

Le occasionali divergenze di opinioni, i momenti di conflitto e gli eventuali problemi che possono verificarsi durante i normali rapporti di lavoro non integrano gli estremi della violenza psicologica deliberatamente posta in essere nei confronti del lavoratore».

Come far valere il mobbing?

Per ottenere il risarcimento del danno morale conseguente al mobbing il dipendente deve agire in un giudizio civile, attraverso il proprio avvocato, e dimostrare:

  • la realizzazione delle presunte condotte mobbizzanti (elemento oggettivo);
  • il dolo del datore di lavoro, del superiore gerarchico o del collega (elemento soggettivo);
  • la concretizzazione del danno alla salute e alla professionalità;
  • il rapporto di causa-effetto tra danno e le condotte del datore di lavoro.

In assenza di prove idonee a fornire la dimostrazione del pregiudizio affermato, la richiesta di risarcimento danni – avanzata dal lavoratore – non può trovare accoglimento.

Quando le violenze psicologiche sono mobbing?

Il concetto di mobbing presuppone non solo un comportamento protratto nel tempo, ma anche che, alla base di esso, vi sia l’intento di emarginare il dipendente, mortificarlo, umiliarlo ed, eventualmente, provocarne le dimissioni.

Dunque, il semplice fatto di sgridare il dipendente e umiliarlo in una o poche occasioni non configura mobbing, seppur resta un illecito a fronte del quale è possibile ottenere il risarcimento del danno.

Anche il comportamento burbero del datore di lavoro, per quanto ripetuto, non è mobbing perché, alla base di esso, non c’è un accanimento nei confronti del dipendente finalizzato ad allontanarlo dall’ambiente di lavoro (non c’è, cioè, il “secondo fine” che il mobbing richiede).

Le singole condotte di vessazione e di violenza morale diventano mobbing quando causano nella vittima un progressivo accumulo di disagio, degenerato in uno stato di prostrazione psicologica [1].

La fragilità della vittima

Nell’ipotesi in cui la persona danneggiata sia, per la propria condizione soggettiva, più fragile e vulnerabile di altri soggetti della stessa età e sesso, tale circostanza non incide né sul nesso di causa, né sull’attribuzione della colpa e nemmeno sulla liquidazione del danno [2].

Offese continue contro i dipendenti

Abbiamo detto che, nei piccoli ambienti di lavoro, le vessazioni possono integrare il reato di maltrattamenti. In questi casi è possibile presentare una querela alla Procura della Repubblica, ai Carabinieri o alla Polizia di Stato.

Per la sussistenza del reato di maltrattamenti è sufficiente qualsiasi condotta di abituale prevaricazione, tale da infliggere al destinatario vessazioni e sofferenze, fisiche o morali, in tal modo imponendogli un regime di vita persecutorio o umiliante ed un clima di abituale sopraffazione. Non v’è dubbio che tale condizione possa realizzarsi anche attraverso il reiterato ricorso ad offese o al turpiloquio nelle relazioni interpersonali, soprattutto quando questo avviene anche in presenza di colleghi di lavoro della vittima e di clienti, inevitabilmente compromettendo la dignità e la reputazione del lavoratore.

Offese dei colleghi e stalking

Oltre al mobbing, negli ambienti di lavoro si può anche verificare lo stalking. Secondo la Cassazione è configurabile il reato di atti persecutori (appunto lo stalking) in capo al lavoratore che prende costantemente in giro un collega. Per la Corte [3], infatti, le condotte contestate dall’appendere in bacheca foto compromettenti sino al finto furto della bicicletta, non possono essere considerate come scherzi sporadici, ma vessazioni e umiliazioni sistematiche tese a ridicolizzare il collega per la sua menomazione.


note

[1] C. App. Torino, sent. n. 6394/2018.

[2] Cass. Sez. Lav., 17 novembre 2021, n. 35061.

[3] Cass. sent. n. 18717/2017.

Corte di Cassazione Sezione L Civile Sentenza17 novembre 2021 n. 35061

Data udienza 25 maggio 2021

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 16617/2015 proposto da:

(OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende;

– ricorrente principale –

contro

(OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio degli avvocati (OMISSIS), (OMISSIS), che la rappresentano e difendono;

– controricorrente –

e contro

MINISTERO AFFARI ESTERI, in persona del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso ope legis dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso il cui Ufficio domicilia in ROMA, alla VIA DEI PORTOGHESI n. 12;

– controricorrente – ricorrente incidentale –

e contro

(OMISSIS);

– controricorrente al ricorso incidentale –

e contro

(OMISSIS);

– intimato –

avverso la sentenza n. 10311/2014 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 13/03/2015 R.G.N. 723/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 25/05/2021 dal Consigliere Dott. FRANCESCA SPENA;

il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. FRESA Mario, visto il Decreto Legge 28 ottobre 2020, n. 137, articolo 23, comma 8 bis, convertito con modificazioni nella L. 18 dicembre 2020, n. 176, ha depositato conclusioni scritte.

FATTI DI CAUSA

  1. Con sentenza in data 13 marzo 2015 n. 10311 la Corte d’Appello di Roma riformava la sentenza del Tribunale della stessa sede e per l’effetto, accoglieva la domanda proposta da (OMISSIS) – dipendente del MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI E DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE (in prosieguo: il MINISTERO,) addetta all’Istituto Italiano di cultura di (OMISSIS) – per il risarcimento del danno da mobbing nei confronti del datore di lavoro nonche’ di (OMISSIS), direttrice dell’Istituto; rigettava la domanda nei confronti di (OMISSIS), Console Italiano a (OMISSIS).
  2. La Corte territoriale non condivideva la valutazione del primo giudice, secondo il quale la prova della condotta mobbizzante non emergeva dalle deposizioni testimoniali, in quanto i testi si erano limitati a confermare o non confermare i capitoli di prova, senza specificare circostanze ulteriori che consentissero di valutarne la attendibilita’.
  3. Osservava che la prova era stata articolata per capitoli specifici e che la attendibilita’ dei testi doveva essere valutata sulla base della possibilita’ di conoscere i fatti, delle eventuali ragioni di attrito e dei rapporti esistenti von le parti di causa.
  4. La teste (OMISSIS), testimone indifferente, nei confronti della quale il Ministero non aveva avanzato alcun rilievo, aveva dichiarato che la direttrice (OMISSIS) chiedeva alla (OMISSIS) continue correzioni dei testi da lei redatti e la obbligava a lunghe attese dietro la porta del proprio ufficio; spesso le imponeva compiti richiedenti molte ore di straordinario; criticava il suo operato con espressioni quali “disgraziata”, “idiota” e di fronte ai colleghi di lavoro diceva che il lavoro della (OMISSIS) “faceva schifo”; le assegnava il compito, meramente esecutivo, di provvedere alla apertura dell’ufficio e di sostituire le colleghe assenti anche per espletare compiti dequalificanti; presentava all’esterno la (OMISSIS) coma “assistant” e non con la qualifica superiore rivestita (“consular agent”).

5.Tali circostanze erano state confermate dai testi (OMISSIS) e (OMISSIS), che avevano aggiunto che la direttrice negava alla (OMISSIS) i congedi richiesti sebbene avesse accumulato molte ore di lavoro straordinario, assegnava agli stagisti compiti di competenza della (OMISSIS), spesso la adibiva a compiti di centralinista.

  1. Si trattava di un complesso di condotte reiterate e palesemente volte a sminuire e declassare la personalita’ della (OMISSIS), sia all’esterno che all’interno del contesto lavorativo, tanto da renderlo per quest’ultima intollerabile e provocarne, come avvenuto, l’allontanamento.
  2. Il Ministero, datore di lavoro, era responsabile per il mobbing attuato nei confronti della (OMISSIS). La responsabilita’ sussisteva anche a carico della direttrice (OMISSIS), autrice materiale delle condotte; l’istruttoria non aveva dato, invece, esiti convincenti per il Console (OMISSIS).
  3. Il CTU aveva accertato che la condotta del datore di lavoro aveva cagionato alla (OMISSIS) un danno biologico, consistente in “disturbo dell’adattamento, in soggetto con disturbo dipendente di personalita’ con tratti evitanti”, produttivo di una invalidita’ permanente del 4% e di una invalidita’ temporanea parziale al 25% per giorni 60.
  4. L’importo del danno biologico, liquidato in applicazione delle tabelle del Tribunale di Roma, doveva essere raddoppiato, in relazione alla sofferenza morale derivante dalla lesione della dignita’ morale della lavoratrice sul luogo di lavoro.
  5. Ha proposto ricorso per la cassazione della sentenza (OMISSIS), articolato in sei motivi di censura ed illustrato con memoria, cui ha resistito con controricorso (OMISSIS). Il MINISTERO ha resistito con controricorso, contenente autonomo ricorso incidentale, affidato a tre ragioni di censura; la (OMISSIS) ha resistito con controricorso al ricorso incidentale ed ha altresi’ depositato memoria.
  6. Il PM ha chiesto il rigetto di entrambi i ricorsi.

RAGIONI DELLA DECISIONE

  1. Con il primo motivo del ricorso principale (OMISSIS) ha dedotto – ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 4 – nullita’ della sentenza o del procedimento, assumendo la inesistenza della notifica del ricorso in appello proposto dalla (OMISSIS).
  2. Ha esposto di essere rimasta contumace nel giudizio di primo grado e che la notifica del ricorso in appello, unitamente al decreto di fissazione della udienza di discussione, era stata effettuata in data 3 marzo 2011 presso la sede del MINISTERO, nella mani di persona qualificatasi quale “dipendente addetto alla ricezione degli atti”; in quella data ella non era piu’ dipendente del MINISTERO, essendo stata collocata a riposo in data 1 novembre 2010, come da dichiarazione del MINISTERO prodotta in questa sede.

3.In conseguenza della inesistenza della notifica dell’atto di appello la sentenza avrebbe dovuto essere cassata senza rinvio; in ogni caso, a voler qualificare il vizio in termini di nullita’ della notifica, avrebbe dovuto essere disposta la cassazione con rinvio, per la rinnovazione del giudizio di appello, nel quale ella era rimasta intimata.

  1. Il motivo e’ infondato.
  2. Va ribadito il principio, affermato dalle Sezioni Unite di questa Corte (Cassazione civile sez. un., 20/07/2016, n.14916), secondo cui la categoria dell’inesistenza della notificazione va definita in termini assolutamente rigorosi, cioe’ confinata ad ipotesi talmente radicali che il legislatore ha ritenuto di non prenderle nemmeno in considerazione. In definitiva, l’inesistenza della notificazione e’ configurabile – oltre che in caso di totale mancanza materiale dell’atto di notifica – nelle sole ipotesi in cui venga posta in essere un’ attivita’ priva degli elementi costitutivi essenziali idonei a rendere riconoscibile quell’atto, consistenti: a) nell’attivita’ di trasmissione, svolta da un soggetto qualificato, dotato, in base alla legge, della possibilita’ giuridica di compiere detta attivita’, in modo da poter ritenere esistente e individuabile il potere esercitato; b) nella fase di consegna, intesa in senso lato come raggiungimento di uno qualsiasi degli esiti positivi della notificazione previsti dall’ordinamento (in virtu’ dei quali, cioe’, la stessa debba comunque considerarsi, ex lege, eseguita), restando, pertanto, esclusi soltanto i casi in cui l’atto venga restituito puramente e semplicemente al mittente, cosi’ da dover reputare la notificazione meramente tentata ma non compiuta, cioe’, in definitiva, omessa.
  3. Si e’ dunque superata la tesi che include nel modello legale, facendone derivare, in sua mancanza, la inesistenza della notificazione, il requisito del “collegamento” tra il luogo della notificazione e il destinatario: si tratta, infatti, di un elemento che si colloca fuori del perimetro strutturale della notificazione e la cui assenza ricade nell’ambito della nullita’, sanabile con effetto ex tunc attraverso la costituzione dell’intimato o la rinnovazione dell’atto, spontanea o su ordine del giudice.
  4. Nella giurisprudenza di questa Corte e’ ormai consolidato il principio secondo cui la notifica non puo’ dirsi inesistente allorquando l’atto da notificare risulti regolarmente consegnato, sebbene a soggetto ed in luogo che si assumono non corretti, potendo essa al piu’ ritenersi nulla, come tale possibile oggetto di rinnovazione (Cass. sez. II, 07/05/2020, n. 8645; sez. III, n. 6743 dell’08/03/2019; Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 2174 del 27/01/2017; Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 20659 del 31/08/2317; Sez. 5, Ordinanza n. 3816 del 16/02/2018; Sez. L. Ordinanza n. 14840 del 07/06/2018).

8.Escluso che il vizio denunciato possa qualificarsi in termini di inesistenza, nella specie neppure ricorre la denunciata nullita’ della notifica.

9.Va al riguardo premesso che, essendo dedotto un vizio di attivita’ del giudice, questa Corte e’ investita dell’esame del fatto processuale.

  1. Per quanto risulta dalla relata di notifica, riprodotta in ricorso, l’atto di appello veniva notificato dall’ufficiale giudiziario a (OMISSIS), domiciliata presso il Ministero degli Affari Esteri-Dipartimento Collezione Farnesina, in data 3 marzo 2011 e consegnato nelle mani di (OMISSIS), “dipendente addetto ricezione atti, capace, che si incarica della consegna in sua precaria assenza”.
  2. Per principio consolidato, la relazione dell’ufficiale notificante non fornisce la prova della veridicita’ sostanziale delle dichiarazioni rese dal consegnatario dell’atto notificato; le enunciazioni relative ai rapporti tra quest’ultimo e la persona cui l’atto e’ destinato o circa la verita’ intrinseca delle dichiarazioni ricevute dall’ufficiale giudiziario notificante fanno fede fino a prova contraria, con la conseguenza che in relazione a queste la parte interessata puo’ fornire la prova della loro intrinseca inesattezza con tutti i mezzi consentiti, senza dover ricorrere alla querela di falso (Cassazione civile sez. VI, 13/12/2017, n. 29974 e giurisprudenza ivi citata).
  3. La parte ricorrente contesta che la consegna sia avvenuta nel luogo di lavoro, producendo una dichiarazione del Ministero in ordine al suo collocamento a riposo dall’I. novembre 2010.
  4. Deve darsi parimenti atto della produzione ad opera della controricorrente della stampa di varie comunicazioni mail spedite da (OMISSIS) dall’indirizzo istituzionale del MINISTERO ((OMISSIS)), dirette agli Istituti Italiani di cultura all’estero nelle date del 24 marzo 2011, 2 maggio 2011, 6 giugno 2011,17 giugno 2011. Tali comunicazioni sono relative alla organizzazione del “Padiglione Italia” presso la 54″ esposizione Internazionale d’arte della Biennale di Venezia, con apertura il 4 giugno 2011. In dette mail la (OMISSIS), oltre ad utilizzare l’indirizzo istituzionale, indicava come proprio recapito un numero telefonico interno del MINISTERO (4553), coincidente con quello indicato in precedenti documenti protocollati nella vigenza del rapporto di lavoro subordinato (alle date dell’1 settembre e 20 ottobre 2010). La controricorrente ha altresi’ prodotto documento pubblicato sul web in data 8 maggio 2011, nel quale la (OMISSIS) e’ designata come “coordinatore per il Ministero degli Affari esteri degli Istituti Italiani di Cultura al padiglione Italia”.

14.1 citati documenti attestano la presenza della (OMISSIS) negli uffici del Ministero (come risulta dall’interno telefonico dedicato) anche in epoca successiva alla cessazione del rapporto di lavoro subordinato, al fine di portare a termine il progetto che coinvolgeva gli Istituti italiani di Cultura all’estero nell’ambito della Biennale di Venezia.

  1. Resta per tale via confermata la attendibilita’ intrinseca della dichiarazione del consegnatario dell’atto circa la reperibilita’ della (OMISSIS) presso gli uffici del Ministero, che non e’, del resto, smentita dalla cessazione del rapporto di lavoro subordinato, ben potendo ipotizzarsi la prosecuzione su base volontaria del progetto avviato in costanza del predetto rapporto di lavoro.
  2. Con il secondo mezzo la ricorrente in via principale ha lamentato – ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 3 – la violazione e/o falsa applicazione degli articoli 2087 e 2043 c.c., contestando la propria legittimazione alla lite.
  3. La ricorrente ha esposto che la lavoratrice aveva agito unicamente ai sensi dell’articolo 2087 c.c., e che, pertanto, correttamente il Tribunale aveva rilevato il suo difetto di legittimazione passiva; ha censurato la sentenza impugnata per avere affermato la sua responsabilita’, in solido con il Ministero, in violazione dell’articolo 2087 c.c., norma applicabile nei soli confronti del datore di lavoro.
  4. Ha lamentato che l’eventuale implicita affermazione di una sua responsabilita’ extracontrattuale sarebbe stata comunque affetta dal vizio di violazione dell’articolo 2043 c.c., per mancata verifica dell’elemento soggettivo dell’illecito.
  5. Il motivo e’ infondato.
  6. Le censure non considerano il consolidato orientamento (per tutte: Cassazione civile sez. lav., 03/03/2021, n. 5832), che va in questa sede ribadito, secondo cui l’applicazione del principio “iura novit curia”, di cui all’articolo 113 c.p.c., comma 1, comporta la possibilita’ per il giudice di assegnare una diversa qualificazione giuridica ai fatti ed ai rapporti dedotti in lite, nonche’ all’azione esercitata in causa, ricercando le norme giuridiche applicabili alla concreta fattispecie sottoposta al suo esame (fermo restando il limite dei fatti allegati a fondamento della domanda, delle questioni che non hanno formato oggetto del giudizio e non sono rilevabili d’ufficio, dell’attribuzione del medesimo bene domandato).
  7. Nella fattispecie di causa il giudice dell’appello ha positivamente verificato la violazione non solo di obblighi contrattuali ma anche di diritti personali della lavoratrice di rilievo costituzionale, quali il diritto alla dignita’ sul luogo di lavoro (articolo 2 Cost.) ed il diritto alla salute (articolo 32 Cost.); ha inoltre accertato l’intenzionalita’ della condotta, necessaria anche alla configurazione della fattispecie del mobbing (sull’elemento soggettivo del mobbing, tra le tante: Cass. Sez. lav. 29 dicembre 2020 n. 29767; 23 marzo 2020 n. 7487). In particolare, il giudice dell’appello ha affermato trattarsi di un complesso di condotte reiterate “palesemente volte a sminuire e declassare la personalita’ della (OMISSIS) sia all’esterno che all’interno del contesto lavorativo…tanto da renderlo, per quest’ultima, intollerabile e provocarne… l’allontanamento”.

22.La affermazione della responsabilita’ della (OMISSIS) e’ dunque immune da errori di diritto.

23.Con la terza critica la parte ricorrente ha dedotto la nullita’ della sentenza – ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 4 – per assenza della motivazione in ordine alla propria responsabilita’ – non essendone stato chiarito il fondamento giuridico – nonche’ per ultrapetizione, in violazione degli articoli 99 e 112 c.p.c., sempre sul rilievo che la azione era stata proposta esclusivamente sotto il profilo della responsabilita’ ex articolo 2087 c.c., norma applicabile unicamente al datore di lavoro sicche’ la propria condanna si fondava su una causa petendi diversa da quella azionata.

  1. Il motivo e’ infondato quanto alla deduzione di inesistenza della motivazione, inammissibile nel resto.
  2. La mancata indicazione del titolo della responsabilita’ accertata dal giudice del merito a carico della (OMISSIS) non configura un vizio di omessa motivazione; la mancanza di motivazione su una questione di diritto e non di fatto deve ritenersi irrilevante, ai fini della cassazione della sentenza, qualora il giudice del merito sia comunque pervenuto ad un’esatta soluzione del problema giuridico sottoposto al suo esame, poiche’, in tal caso, la Corte di cassazione, in ragione della funzione nomofilattica ad essa affidata dall’ordinamento, nonche’ dei principi di economia processuale e di ragionevole durata del processo, di cui all’articolo 111 Cost., comma 2, ha il potere, in una lettura costituzionalmente orientata dell’articolo 384 c.p.c., di correggere o integrare la motivazione anche a fronte di un vizio riconducibile all’articolo 360 c.p.c., n. 4, quale l’omessa pronuncia o la motivazione apparente e cio’ mediante l’enunciazione delle ragioni che giustificano in diritto la decisione assunta sempre che si tratti di questione che non richieda ulteriori accertamenti in fatto (Cassazione civile sez. lav., 25/06/2020, n. 12622).
  3. Quanto al vizio di ultrapetizione, la denuncia difetta di specificita’.
  4. La parte ricorrente muove dall’assunto che la azione era stata proposta esclusivamente sotto il profilo della responsabilita’ contrattuale (per violazione dell’articolo 2087 c.c.) ma non riporta il ricorso di primo grado ne’ l’atto di appello della lavoratrice, onde consentire a questa Corte la verifica della violazione denunciata. Ed, invero, anche in caso di denunzia di un vizio processuale il potere di questa Corte di accesso diretto agli atti ai fini della verifica del fatto processuale resta condizionato al previo assolvimento dell’onere di specificita’ dei motivi d’impugnazione, sicche’ l’esame diretto degli atti che la Corte e’ chiamata a compiere e’ pur sempre circoscritto a quegli atti ed a quei documenti che la parte abbia specificamente indicato ed allegato (Cass. SU. 22/05/2012, n. 8077)

28.Resta fermo, come sopra evidenziato, che il vizio di ultra o extra-petizione, di cui all’articolo 112 c.p.c., e’ in astratto configurabile soltanto ove la decisione sia basata non gia’ sulla diversa qualificazione giuridica del rapporto, ma su diversi elementi materiali integranti il fatto costitutivo della pretesa (Cass. Sez. III 15 settembre 2020 n. 19186; Cass. Sez. H 5 agosto 2019 n. 20932 e giurisprudenza ivi citata).

  1. Con la quarta censura la sentenza viene impugnata – ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 3 – per violazione dell’articolo 2087 c.c.; si assume che il giudice dell’appello avrebbe violato i principi giurisprudenziali in tema di mobbing, limitandosi ad elencare una serie di comportamenti commessi ai danni della (OMISSIS) senza accertare il profilo soggettivo dell’illecito ovvero che essi fossero accompagnati dalla volonta’ di emarginare, vessare o comunque nuocere alla lavoratrice.
  2. Il motivo e’ inammissibile.
  3. Esso, infatti, ignora il positivo accertamento, contenuto nella sentenza impugnata, del carattere intenzionale della condotta della (OMISSIS), diretta a sminuire e declassare la personalita’ della (OMISSIS) ed a rendere per lei intollerabile il contesto lavorativo, come gia’ si e’ detto in relazione al secondo motivo.
  4. La critica non e’ dunque conferente al contenuto in fatto sentenza impugnata.
  5. Con il quinto motivo viene dedotta – ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 3 – violazione e/o falsa applicazione degli articoli 2087 e 1223 c.c., sul presupposto che nella fattispecie di causa non risultava provato il nesso eziologico tra la condotta ed il danno biologico.
  6. La parte ricorrente ha esposto che il ctu aveva evidenziato che la personalita’ della (OMISSIS) era caratterizzata da un disturbo di base di tipo “dipendente” con tratti “evitanti”, che aveva contribuito a renderla strutturalmente fragile e piu’ vulnerabile ad eventi stressanti e nelle conclusioni aveva attribuito alla vicenda lavorativa carattere di concausa, unitamente alle caratteristiche di personalita’.
  7. Il motivo e’ infondato.
  8. Per consolidata giurisprudenza di questa Corte in caso di concorso tra causalita’ umana e concausa naturale il responsabile dell’illecito risponde per l’intero; infatti una comparazione del grado di incidenza eziologica di piu’ cause concorrenti puo’ instaurarsi soltanto tra una pluralita’ di comportamenti umani colpevoli. Nell’ipotesi in cui la persona danneggiata sia, per la propria condizione soggettiva, piu’ vulnerabile di altri soggetti della stessa eta’ e sesso, tale circostanza non incide ne’ sul nesso di causa, ne sull’attribuzione della colpa e nemmeno sulla liquidazione del danno (Cassazione civile sez. III, 06/07/2020, n. 13864; si veda anche Cassazione civile sez. lav., 12/06/2019, n. 15762; 26/01/2010, n. 1575).
  9. Pertanto, il rapporto eziologico tra il comportamento di mobbing e la lesione del diritto alla salute sussiste anche quando detta condotta costituisca solo una concausa ed abbia operato su di un substrato psicologico preesistente; invero ai sensi dell’articolo 41 c.p., “il concorso di cause preesistenti o simultanee o sopravvenute… non esclude il rapporto di causalita’ fra l’azione od omissione e l’evento…”.

38.Con la sesta censura si denuncia – ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 3 – violazione e/o falsa applicazione degli articoli 2087, 1223 e 2059 c.c., per avere il giudice dell’appello ritenuto la esistenza del danno alla dignita’ morale della lavoratrice per il fatto stesso che ella aveva subito condotte vessatorie e mortificanti laddove il danno non e’ in re ipsa ma costituisce danno-conseguenza, che deve essere allegato e provato.

  1. Il motivo e’ inammissibile.
  2. Esso non considera che la sentenza impugnata non ha risarcito la violazione della dignita’ morale della lavoratrice come danno in re ipsa.
  3. Il danno risarcito e’ la sofferenza morale causata dalla mortificazione subita sul luogo di lavoro (pagina 5 della sentenza) ovvero un danno-conseguenza, che il giudice del merito ha ritenuto provato sulla base di presunzioni, tratte dalle modalita’ della condotta e dal suo carattere prolungato.
  4. Il ricorso principale deve essere complessivamente respinto.
  5. Resta da esaminare il ricorso incidentale del MINISTERO.
  6. Con il primo motivo viene dedotta – ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 3 – violazione dell’articolo 2087 c.c., in combinato disposto con l’articolo 2697 c.c., assumendosi che il giudice dell’appello avrebbe riconosciuto la responsabilita’ del MINISTERO in difetto della prova dell’elemento soggettivo del mobbing. Si precisa che, anche a volere configurare la responsabilita’ del datore di lavoro come responsabilita’ contrattuale, con conseguente presunzione di colpa, sarebbe stato comunque necessario dimostrare il fatto illecito.
  7. Il motivo e’ inammissibile.
  8. In ordine alla sussistenza dell’elemento soggettivo del mobbing si e’ gia’ detto, nell’esaminare il quarto motivo del ricorso principale, che il giudice dell’appello ha positivamente accertato la ricorrenza dell’intenzionalita’ della condotta e dalla finalita’ di emarginazione della dipendente. Tanto in conformita’ alla giurisprudenza di questa Corte secondo cui la serie di comportamenti di carattere persecutorio e con intento vessatorio integranti il mobbing puo’ prevenire direttamente da parte del datore di lavoro o di un suo preposto o anche da parte di altri dipendenti, sottoposti al potere direttivo dei primi. La circostanza che la condotta di mobbing provenga da un altro dipendente posto in posizione di supremazia gerarchica rispetto alla vittima non vale ad escludere la responsabilita’ del datore di lavoro ove questi sia rimasto colpevolmente inerte nella rimozione del fatto lesivo (Cassazione civile sez. lav. 25/07/2013, n. 18093; Cass. n. 22858/2008).
  9. Il MINISTERO, nel dare atto di tale accertamento, sostiene che l’elemento soggettivo avrebbe dovuto essere argomentato sulla base delle prove raccolte e che nella fattispecie di causa la prova non sarebbe stata raggiunta. In tal modo, piuttosto che dedurre un errore di diritto, il ricorrente incidentale chiede a questa Corte un nuovo esame del merito.
  10. Con il secondo mezzo il Ministero ha denunciato – ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 5 – omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che e’ stato oggetto di discussione tra le parti, consistente nella condotta della (OMISSIS), di rilievo disciplinare e nella sua idoneita’ “ad elidere il dedotto mobbing”, come dedotto nella comparsa di costituzione in appello (alla pagina 2 ed alla pagina 7).
  11. Il motivo e’ inammissibile, in quanto fondato su fatti storici gia’ in astratto privi di rilevanza decisiva: e’ evidente, infatti, che una condotta disciplinarmente rilevante puo’ dare luogo a sanzioni ma non puo’ essere allegata quale causa di giustificazione di una condotta di mobbing.
  12. Con il terzo motivo il MINISTERO ha impugnato la sentenza per violazione dell’articolo 1223 c.c., assumendo che il mero rilievo di un nesso concausale tra la vicenda lavorativa ed il danno biologico, nonostante il marcato rilievo attribuito dal ctu alla genesi endogena della patologia, sarebbe insufficiente a configurare la causalita’ civilistica, secondo il criterio del “piu’ probabile che non”.
  13. Il motivo e’ infondato.
  14. Il giudice dell’appello, aderendo alle conclusioni del ctu, ha positivamente accertato la rilevanza causale della condotta lavorativa, in termini di concausa rispetto ai fattori endogeni.

53.Quanto alla irrilevanza dei fattori psicologici preesistenti ad escludere la efficienza causale della condotta illecita, si rinvia a quanto osservato in riferimento al sesto motivo del ricorso principale.

  1. Il ricorso incidentale va dunque complessivamente respinto.
  2. La ricorrente in via principale ed il MINISTERO, ricorrente incidentale, sono tenuti alla refusione delle spese nei confronti di (OMISSIS), parte controricorrente, nella misura liquidata in dispositivo.
  3. Trattandosi di giudizio instaurato successivamente al 30 gennaio 2013, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. n. 228 del 2012, articolo 1, comma 17, (che ha aggiunto il Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 quater) – della sussistenza dei presupposti processuali dell’obbligo di versamento da parte di (OMISSIS), ricorrente in via principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per la impugnazione integralmente rigettata, se dovuto. Non ricorrono detti presupposti nei confronti del MINISTERO, ricorrente in via incidentale, in quanto l’Amministrazione dello Stato, a tenore del Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, mediante il meccanismo della prenotazione a debito, e’ esentata dal pagamento delle imposte e tasse che gravano sul processo (Cass. SU 20 febbraio 2020 n. 4315).

P.Q.M.

La Corte rigetta entrambi i ricorsi. Condanna (OMISSIS) ed il MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI E DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE al pagamento in favore di (OMISSIS) delle spese di giudizio, in misura, a carico di ciascuna delle parti ricorrenti, di Euro 200 per esborsi ed Euro 3.000 per compensi professionali, oltre spese generali al 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 quater da’ atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente in via principale (OMISSIS) dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso articolo 13, comma 1 bis, se dovuto.


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