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Lavoro, ripresa senza occupazione. Bolla cinese permettendo

28 Luglio 2015
Lavoro, ripresa senza occupazione. Bolla cinese permettendo

Il Pil crescerà, ma serviranno 20 anni per tornare ai livelli precrisi.
Se tutto va bene, perché i segnali di preoccupazione per l’economia non mancano.

Il report del Fondo Monetario Internazionale (FMI) certifica la lenta uscita dell’Italia dalla recessione, con prospettive di ripresa previste per i prossimi anni fino al +1,4% del Prodotto interno lordo. L’uscita dal tunnel della crisi non porterà, comunque, immediati benefici all’occupazione. Secondo il Fondo, per tornare ai livelli precrisi, ovvero prima del 2008, si dovrà attendere almeno 20 anni.

L’analisi sulle condizioni economiche della penisola sono illustrate all’interno del rapporto sullo stato dell’Eurozona. Il Fondo elogia l’Italia per le riforme già fatte, soprattutto il Jobs act, invitando il governo ad agire sulla revisione della Cassa integrazione, a favore di un sistema di reddito universale, e sulla contrattazione nazionale in modo da concedere maggiori spazi alla contrattazione decentrata.

Cambiamenti radicali che si sovrappongono su una situazione economica apparentemente in decisa ripresa. Il dato tecnico della fine della recessione è indiscutibile. Seppure, per ora, i livelli di crescita dell’occupazione siano quasi trascurabili.

Un quadro in chiaro scuro, come certifica il sondaggio Nielsen sull’indice di fiducia dei consumatori, relativo al secondo trimestre. L’Italia registra una frenata, quattro punti in meno, rispetto al primo trimestre. I miglioramenti rispetto al 2014 sono evidenti, ma resta la preoccupazione per il lavoro, nonostante la fiducia di trovare un posto sia in miglioramento.

Peggiora. Ed è un dato preoccupante, la percentuale delle persone che dichiarano di restare senza soldi a fine mese. Nel secondo trimestre del 2014 erano il 24%, ora sono il 27%.

Evidentemente riforme e crescita non sono sufficienti per una svolta. Anzi va detto che le variabili geopolitiche non sono così positive. L’instabilità resta un rischio che potrebbe cambiare in peggio le previsioni sull’andamento dell’economia, così come le turbolenze dei mercati asiatici. Senza dimenticare la possibilità di un ritorno di fiamma delle tensioni sui debiti sovrani nell’area euro.

Due dati indicano la debolezza del quadro economico mondiale: la reticenza delle banche centrali, la Fed (la banca centrale degli Stati Uniti d’America) su tutte, nell’invertire la rotta delle politiche sui tassi d’interesse e l’abbondanza di offerta di petrolio sui mercati. Indice di una produzione industriale debole.

Infine la Cina. In questi anni la crescita impetuosa ha attenuato gli effetti della grande crisi. La rapida formazione di una classe media ha permesso alle aziende più capaci di trovare un importante mercato di sbocco.

I dati provenienti dalla borsa di Shangai sembrano mostrare l’avvio dello scoppio della cosiddetta bolla cinese. La caduta dell’indice, solo ieri, si è attestato a meno 8,5%.

Secondo molti investitori il crollo è legato alla speculazione – che comunque coinvolge gli investimenti di molti consumatori – e alla tenuta dell’economia del Paese. C’è il timore che dietro alle turbolenze della finanza ci sia una condizione di difficoltà di molte imprese.

Insomma i dati del Fondo Monetario, la ripresina e il tenue aumento dell’occupazione sono dati positivi, questo è indubbio, ma è richiesta la massima prudenza. L’ottimismo può aiutare, un sogno – invece – a volte può trasformarsi in un incubo.


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Autore immagine: 123rf com


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