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Quando scatta il penale per l’Iva non versata?

1 Febbraio 2022
Quando scatta il penale per l’Iva non versata?

Omesso versamento Iva: le soglie per il reato. Come evitare la condanna penale.

In Italia, l’evasione fiscale non è sempre reato. Lo diventa solo quando le somme non versate allo Stato raggiungono determinate soglie prefissate dalla legge,  che diverse secondo il tipo di illecito e di tributo. In questo breve articolo ci occuperemo, più nel dettaglio, di scoprire quando scatta il penale per l’Iva non versata ossia, detto in termini più tecnici, quali sono i presupposti per configurare il reato di omesso versamento Iva. 

Vedremo poi come, alla luce della più recente giurisprudenza, è possibile evitare tale condanna. A quest’ultimo proposito la Cassazione ha ricordato come l’assoluzione debba essere riconosciuta nei confronti dell’imprenditore che dimostra di non aver colpa per la crisi di liquidità e di aver fatto di tutto per reperire le somme da versare all’Erario. 

Per stabilire quando scatta il penale per l’Iva non versata bisogna partire dunque dall’analisi delle disposizioni di legge tributaria che sanciscono le varie sanzioni per l’imprenditore. 

Omesso versamento Iva: sanzioni

Partiamo col dire che il reato di omesso versamento Iva può riguardare chiunque: non solo l’imprenditore ma anche il professionista o il titolare di una ditta individuale, di una piccola società, ecc. Insomma, il rischio di dover affrontare un processo penale riguarda tutti i cosiddetti “soggetti Iva”, cioè coloro che hanno una partita Iva e, come tali, sono tenuti a versare periodicamente tale imposta allo Stato.

Come abbiamo detto in apertura, la legge fissa un “importo-soglia” al di sotto del quale l’omesso versamento Iva è solo un illecito amministrativo (punito quindi con pene pecuniarie); sopra di esso invece scatta il reato di omesso versamento Iva. Affrontiamo queste due ipotesi separatamente partendo dalla prima.

Omesso versamento Iva: sanzioni amministrative

Quando l’Iva non versata non supera 250.000 euro si applicano sanzioni tributarie, di carattere amministrativo. L’unica conseguenza per il contribuente è quindi un aggravio degli importi da versare all’Agenzia delle Entrate; nessun’altra ripercussione scaturisce dall’omissione fiscale. La sanzione è pari al 30% dell’importo non versato. Si applica a tutti i tipi di versamenti (saldi, acconti, liquidazioni mensili e trimestrali, da dichiarazione annuale, ecc.) anche se l’importo non versato è definito a seguito di accertamento.

Chi si ravvede e versa entro un anno gli importi dovuti può usufruire di una riduzione sulle sanzioni: il cosiddetto ravvedimento operoso.

Omesso versamento Iva: sanzioni penali

Il reato si configura invece quando il soggetto Iva non versa l’imposta, dovuta sulla base della dichiarazione annuale, per un ammontare superiore a 250.000 euro, entro il termine per il versamento dell’acconto relativo al periodo di imposta successivo (27 dicembre).

Il reato si può configurare se è stata presentata la dichiarazione annuale da cui risulti l’imposta dovuta e non versata; pertanto, non c’è concorso con i reati di dichiarazione omessa o infedele.

Il reato è punito con la reclusione da 6 mesi a 2 anni.

Oltre alla sanzione penale appena vista scatta anche la sanzione amministrativa per omesso versamento pari – come abbiamo visto sopra – al 30% dell’importo non versato.

Il reato di omesso versamento Iva si può configurare solo a condizione che la dichiarazione annuale sia stata presentata. Diversamente, scatterà solo il diverso reato di omessa presentazione della dichiarazione Iva.

In caso di società, risponde del reato l’amministratore in carica al 27 dicembre del periodo d’imposta successivo e non chi pur avendo presentato la dichiarazione annuale, non sia poi tenuto, anche per fatti sopravvenuti, al pagamento dell’imposta nel suddetto termine. Resta ferma la possibilità, talvolta affermata dai Giudici di merito, che possa rispondere a titolo di concorso nel reato in questione anche l’amministratore dimissionario che, avendo omesso sia di versare l’Iva dovuta alle scadenze periodiche, sia di accantonare le somme necessarie a far fronte all’obbligo tributario, abbia lasciato la rappresentanza della società pochi giorni prima della scadenza prevista dalla norma.

Omessa presentazione della dichiarazione Iva

Come abbiamo appena detto, diverso dall’omesso versamento Iva è il comportamento di chi non presenti affatto la dichiarazione Iva. 

In tal caso, la soglia per far scattare il reato è di 50.000 euro annui. Sotto tale importo l’omessa presentazione della dichiarazione Iva annuale è punita con una sanzione amministrativa pecuniaria dal 120% al 240% dell’imposta dovuta; l’importo minimo della sanzione irrogata non può essere inferiore a 250 euro, quindi si applica questo importo anche nel caso di debito Iva pari a zero. Sopra tale soglia invece scatta il reato di omessa presentazione della dichiarazione Iva punito con la reclusione da 2 a 5 anni.

Come evitare la condanna penale per omesso versamento Iva

La Cassazione [1] ha affermato che se il contribuente è stato indotto a omettere il versamento per mancanza di liquidità, potrebbe essere assolto per mancanza di dolo.

L’esimente della crisi di liquidità riguarda l’imprenditore che dimostra di aver posto in essere tutte le azioni possibili (se del caso attingendo dal proprio patrimonio personale) per recuperare quelle somme necessarie ad assolvere il debito erariale, senza esservi riuscito per cause indipendenti dalla sua volontà e ad egli non imputabili [2].

La crisi di liquidità costituisce elemento idoneo ad escludere la responsabilità dell’imputato, a patto che il mancato adempimento sia derivato da fatti non imputabili all’imprenditore e ai quali egli abbia tempestivamente tentato di porvi rimedio.

Nel caso deciso dalla Corte [1] l’imputato aveva rinunciato alla liquidazione del proprio Tfr per circa Euro 180.000; nell’anno 2006 aveva partecipato ad un aumento di capitale versando, per la sua quota, Euro 1.326.906, aveva anche chiesto un mutuo personale di Euro 2.000.000, ecc.


note

[1] Cass. sent. n. 43913/2021.

[2] Cass. sent. n. 5467/2013

Autore immagine: depositphotos.com


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