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Malattia professionale: quale prova?

1 Febbraio 2022
Malattia professionale: quale prova?

La differenza tra malattie tabellate e non tabellate: il risarcimento del danno e l’onere della prova. 

Per stabilire quale prova è necessaria per ottenere il riconoscimento della malattia professionale contratta sul lavoro e, quindi, sperare nel relativo risarcimento dei danni è bene conoscere la differenza tra malattie professionali «tabellate» e malattie «non tabellate». 

Con il termine «tabellata» si intende l’inserimento della patologia in alcune tabelle ministeriali. Tali tabelle elencano una serie di malattie che possono essere contratte dai lavoratori, tenendo conto del maggior rischio sulla salute che comportano alcune attività lavorative. Proprio per questo, quando la patologia rientra negli elenchi in questione, la vittima o i suoi eredi sono esonerati dal dover dimostrare il cosiddetto “rapporto di causalità” ossia che la malattia professionale è derivata dall’ambiente lavorativo. Essi dovranno fornire solo la dimostrazione del “rischio” ossia della nocività generale dell’ambiente lavorativo. 

Ad esempio, la fibromialgia non è una malattia professionale; pertanto, spetta al dipendente dimostrare il contrario. Invece, sono malattie tabellate quelle provocate da agenti chimici, come quelle derivanti da piombo (anemia, encefalopatia), rame (congiuntivite, asma bronchiale), anidride solforosa (tracheobronchite), cloruro di vinile (fibrosi polmonare, epatopatia fibrotica). 

Ma procediamo con ordine e vediamo quale prova fornire in caso di malattia professionale.

Cos’è la malattia professionale?

La malattia professionale (anche detta tecnopatia) può essere definita come ogni patologia che insorge e si manifesta a causa dell’esposizione del lavoratore ad agenti patogeni nell’esercizio della mansione, oppure alla presenza di elementi nocivi nel luogo di lavoro. 

La malattia professionale si differenzia dalla malattia generica in quanto viene contratta nell’esercizio ed a causa della lavorazione alla quale è adibito il lavoratore; l’elemento distintivo della malattia professionale rispetto alla malattia generica risiede nella stretta connessione, sotto il profilo causale, con la prestazione di lavoro.

Ai sensi dell’articolo 2087 del Codice civile il datore di lavoro ha l’obbligo di adottare tutte le misure necessarie al fine di tutelare l’integrità fisica e morale del lavoratore nei luoghi di lavoro. 

Pur nel rispetto delle predette normative, e quindi senza alcuna responsabilità diretta in capo al datore, può accadere che un lavoratore possa manifestare patologie causate dall’esposizione ad agenti nocivi o patogeni. In questo caso, il lavoratore viene tutelato dalla legge [1]. In particolare, la normativa prevede il riconoscimento di un indennizzo in favore del lavoratore in caso di accertata malattia professionale. 

La prova della malattia professionale

Come in tutte le cause civili, chi agisce ha l’onere della prova, deve cioè dimostrare l’esistenza del proprio diritto. La prova non consiste solo nel danno e nel fatto che ha determinato tale danno ma anche – e soprattutto – nel «rapporto di causalità», ossia che tale danno è stato causato solo dall’evento dedotto dal danneggiato e non da altri fattori (ad esempio, non è detto che una patologia polmonare derivi per forza dall’ambiente lavorativo se il dipendente ha il vizio del fumo). 

Non è sempre facile dimostrare la derivazione della malattia dall’ambiente di lavoro. Proprio per agevolare il lavoratore in tale compito, il Dpr 1124/1995 ha previsto delle tabelle ove sono elencate alcune malattie. Al ricorrere di queste ultime, il dipendente è esonerato dal dimostrare il rapporto di causalità, ossia la dipendenza della malattia dall’ambiente lavorativo (dipendenza che, pertanto, si presume), dovendo solo dare prova della nocività del luogo ove ha svolto la propria prestazione (ad esempio del fatto di aver lavorato in un colorificio e dell’impiego di determinati prodotti chimici).

In pratica, il D.P.R. 1124/1965 elenca, in apposite tabelle, le lavorazioni che devono ritenersi pericolose e le malattie professionali che possono scaturire da tali lavorazioni.

Questo non significa che le malattie non elencate nelle tabelle non vengano indennizzate: significa solo che, in quest’ultima ipotesi, il lavoratore dovrà fornire anche la prova del rapporto di causa-effetto, ossia la dipendenza della malattia dall’ambiente di lavoro. 

Dunque, per malattie professionali devono intendersi sia quelle tassativamente elencate dalla legge (ossia le malattie professionali tabellate), sia quelle non espressamente elencate, ma di precisa origine professionale (malattia professionale non tabellata).

Malattia professionale tabellata

Questa tipologia si identifica in una patologia espressamente prevista dalle tabelle vigenti. In questo caso, atteso il loro carattere tassativo, ne è vietata l’interpretazione analogica. Diversamente dalla malattia non tabellata, il lavoratore è esonerato dall’obbligo di provare il rapporto di causa-effetto tra patologia e svolgimento dell’attività professionale. Si ha quindi una automatica presunzione del fatto che la malattia è dipesa dall’ambiente lavorativo. In altre parole, se la malattia viene denunciata entro i termini massimi di indennizzabilità contenuti nella tabella sussiste la presunzione legale dell’origine professionale.

Il lavoratore deve provare lo svolgimento di attività rientranti nell’ambito della lavorazione e l’esistenza di una malattia espressamente prevista. 

Malattia professionale non tabellata

La malattia professionale non tabellata si configura ogni qualvolta il lavoratore è affetto da patologia non espressamente riconosciuta dalle tabelle formulate secondo la normativa vigente. In questo caso, la natura professionale della malattia può essere riconosciuta ma grava sul lavoratore l’onere di dimostrare la sussistenza del rapporto di causa-effetto tra la patologia e lo svolgimento della mansione, valutato con ragionevole certezza [2]. 

In particolare, il lavoratore deve dare prova delle seguenti circostanze:

  • esposizione al rischio (mansioni svolte, condizioni di lavoro, durata ed intensità dell’esposizione);
  • esistenza della malattia mediante certificazione sanitaria;
  • attestazione nel primo certificato della presunta origine professionale della malattia;
  • accertamento dell’origine professionale della malattia da un punto di vista medico/legale.

Spetta eventualmente all’Inail dimostrare la natura non professionale della malattia.

Condizioni per il riconoscimento della malattia 

In qualsiasi caso di malattia professionale (tabellata o non) occorre che si determinino le seguenti circostanze affinché sia riconosciuta l’origine professionale della malattia:

  • la malattia deve essere stata contratta a seguito dell’esposizione al rischio specifico determinato dalle lavorazioni assicurate;
  • il lavoratore deve essere persona assicurata contro gli infortuni e le malattie professionali;
  • deve sussistere un rapporto causale diretto ed efficiente tra l’origine professionale e la malattia, a differenza dell’infortunio, per la cui esistenza è sufficiente un rapporto occasionale con il lavoro;
  • la malattia deve rappresentare l’effetto di una graduale e progressiva azione causata dai fattori professionali; altrimenti si ha infortunio sul lavoro o malattia comune.

Per lo sviluppo della malattia professionale possono concorrere anche altre concause extra lavorative, purché non risultino le sole responsabili della malattia [3].

Secondo la Cassazione [4], per le malattie non espressamente elencate nella tabella, ovvero indicate con la loro denominazione scientifica ma causate da attività lavorative non incluse nella tabella stessa, il lavoratore assicurato deve dimostrare:

  • l’esistenza della malattia;
  • le caratteristiche morbigene della lavorazione;
  • il rapporto causale tra la malattia ed il lavoro concretamente svolto.

L’esistenza del nesso di causalità può ravvisarsi anche in presenza di un elevato grado di probabilità derivante da elementi oggettivi [5], non potendo fondarsi solo sulle indicazioni fornite dal lavoratore. A tale riguardo, il giudice deve consentire al lavoratore di esperire i mezzi di prova ammissibili e ritualmente dedotti, ricorrere ad ogni iniziativa (ad esempio, nuove indagini) diretta ad acquisire nuovi elementi, nonché valutare le conclusioni probabilistiche dedotte dal consulente tecnico in tema di nesso causale [6]. 

Il risarcimento del danno biologico  

Ai sensi del DPR n.1124/65 e successive modifiche intervenute con D.Lgs n.38/2000, in caso di accertata malattia professionale, l’Inail deve erogare al dipendente una serie di prestazioni economiche che variano a seconda dei punti percentuali riconosciuti a seguito di accertamento medico legale, e più dettagliatamente:

  • la corresponsione di un’indennità giornaliera dal momento della denuncia della malattia sino al termine del suo decorso per tutte le patologie aventi un punteggio percentuale inferiore al 6%;
  • l’indennizzo in conto capitale per postumi quantificati in punti percentuali compresi tra il 6% ed il 15%;
  • l’indennizzo sotto forma di rendita vitalizia per postumi quantificati in misura superiore al 16%.

note

[1] T.U. delle disposizioni per l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie ossia il DPR n. 1124 del 30 giugno 1965 così come aggiornato con D.LGS del 23 febbraio 2000 n.38 recante «disposizioni in materia di assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali».

[2] Cass. ord. n. 39751/2021

[3] INAIL, circ. 29/19

[4] Cass. 17 agosto 2018 n. 20774; Cass. 1° marzo 2006 n. 4519; Cass. 1° settembre 1997 n. 8271.

[5] Cass. 22 luglio 2015 n. 15372

[6] Cass. 17 ottobre 2018 n. 26041; Cass. 12 ottobre 2012 n. 17438; Cass. 25 gennaio 2007 n. 1669. 

Autore immagine: depositphotos.com


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