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Stupefacenti: quando lo spaccio è di lieve entità?

2 Febbraio 2022 | Autore:
Stupefacenti: quando lo spaccio è di lieve entità?

Quali sono i casi di minore gravità nella cessione di droga, che portano a una pena più leggera? Cosa considerano i giudici per riconoscere l’attenuante?

Chi spaccia droga rischia da sei a vent’anni di carcere, più una multa da 26mila a 260mila euro; ma chi spaccia “poco” se la cava con la reclusione da sei mesi a quattro anni (dunque, nella maggior parte dei casi, non finisce in carcere) e con la multa da 1.032 a 10.329 euro. È una bella differenza di trattamento sanzionatorio; ma perché c’è questo grosso scalino e, soprattutto, quando si rientra nel caso più grave e quando, invece, si può beneficiare dell’ipotesi più leggera in termini di conseguenze per il reo? Il confine tra il grande ed il piccolo spaccio sta nel concetto di «lieve entità» (detto anche «di minore gravità»), che la legge stabilisce senza precisarne però i contorni, e affidando alla giurisprudenza questo arduo compito. Perciò, per capire dove si colloca il discrimine, dobbiamo vedere, per le sostanze stupefacenti, quando lo spaccio è di lieve entità.

Una nuova sentenza della Corte di Cassazione [1] si è occupata del caso di un ragazzo sorpreso in una piazza cittadina mentre cedeva una dose di eroina ad un cliente; perquisito, gli sono state trovate addosso otto dosi della stessa sostanza, già confezionate e pronte per la vendita. Ma non finisce qui, perché le indagini accertavano, grazie alle telecamere del Comune, che aveva spacciato nello stesso luogo in almeno altre otto occasioni. Basta tutto questo per qualificarlo come spacciatore “professionale” e dunque pericoloso, oppure può essergli riconosciuta l’attenuante della lieve entità nello spaccio di stupefacenti? La Suprema Corte ha optato per la seconda soluzione, ritenendo che il fatto fosse connotato da una «minima offensività»; ora ti spieghiamo il perché.

Spaccio di stupefacenti: come è punito?

La legge [2] punisce, con la reclusione da sei a venti anni e con la multa da 26mila a 260mila euro, «chiunque, senza avere apposita autorizzazione ministeriale, coltiva, produce, fabbrica, estrae, raffina, vende, offre o mette in vendita, cede, distribuisce, commercia, trasporta, procura ad altri, invia, passa o spedisce in transito, consegna per qualunque scopo sostanze stupefacenti».

È una definizione molto ampia, che non lascia spazio alla distinzione tra droghe leggere e droghe pesanti e colpisce anche l’offerta di sostanze stupefacenti a titolo gratuito, cioè la dose regalata. Per mitigare queste severe conseguenze è intervenuta la Corte Costituzionale [3], dichiarando illegittima l’equiparazione tra i vari tipi di sostanze stupefacenti, e stabilendo che per lo spaccio e le altre forme di cessione di droghe leggere (come la cannabis, da cui si estraggono la marijuana e l’hashish), la pena debba essere quella della reclusione da due a sei anni e della multa da 5.164 a 77.768 euro.

Cosa si intende per spaccio di lieve entità?

La legge [5] prevede una specifica ipotesi di reato per lo spaccio di sostanze stupefacenti di lieve entità: tale circostanza si configura tenendo conto dei mezzi, delle modalità dell’azione compiuta e della qualità e quantità delle sostanze cedute. Lo spaccio di lieve entità è, dunque, quello che in concreto risulta meno grave, preoccupante ed allarmante: ad esempio, può rientrarvi la cessione occasionale e non programmata di poche dosi, che non superino qualche decina.

Non esiste, però, un parametro numerico prestabilito, e perciò per decidere quando lo spaccio è di lieve entità il giudice deve valutare tutti gli elementi del caso concreto: in particolare, la tipologia della sostanza stupefacente – fermo restando che la minore gravità può essere riconosciuta anche per le droghe pesanti, come vedremo meglio fra poco – e la condotta dello spacciatore, che può essere più o meno organizzata e abituale. In questi casi di minore gravità la pena scende parecchio rispetto a quella stabilita per il reato base che abbiamo esaminato nel paragrafo precedente: la reclusione va da sei mesi a quattro anni e la multa da 1.032 a 10.329 euro.

Quando lo spaccio è di lieve entità: un caso concreto

Applicando i criteri che abbiamo esposto, la Corte di Cassazione, nella sentenza che abbiamo anticipato all’inizio [1], ha affermato che la configurabilità dello spaccio di lieve entità dipende dagli «elementi quantitativi e qualitativi» che emergono nel caso concreto, ed è riconoscibile a favore dell’imputato in ipotesi connotate da una «minima offensività» dell’azione delittuosa; ciò anche quando la cessione riguardi sostanze stupefacenti indubbiamente pesanti, come l’eroina o la cocaina.

La Suprema Corte sottolinea che la valutazione da parte del giudice di tutti i parametri delineati dalla norma deve essere «complessiva e concomitante» e, dunque, non può prescindere dalla considerazione delle modalità dell’azione: perciò, basta un solo elemento «grave» per impedire la qualificazione del fatto in termini di lieve entità, altrimenti la fattispecie della lieve entità può essere applicata. Così assumono rilevanza il dato qualitativo e quantitativo delle sostanze spacciate, anche in termini di principio attivo ricavabile da esse, e la condotta tenuta dallo spacciatore, che potrebbe non essere allarmante: nel caso di specie, i giudici di piazza Cavour hanno riconosciuto la lieve entità perché lo spaccio di eroina riguardava poche dosi alla volta ed era avvenuto in modo non professionale. Puoi leggere la pronuncia della Cassazione per intero nel box “sentenza” sotto questo articolo.

Approfondimenti

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note

[1] Cass. sent. n. 3338 del 31.01.2022.

[2] Art. 73, co.1, D.P.R. n. 309/1990.

[3] C. Cost. sent. n. 40/2019 e n. 179/2017.

[4] Art. 73, co.5, D.P.R. n. 309/1990.

Autore immagine: canva.com/

Cass. pen., sez. III, ud. 11 gennaio 2022 (dep. 31 gennaio 2022), n. 3338
Presidente Petruzzellis – Relatore Corbetta

Ritenuto in fatto

1. Con l’impugnata ordinanza, il Tribunale di Perugia, costituto ai sensi dell’art. 309 c.p.p., rigettava l’istanza di riesame avanzata nell’interesse di Y.E. avverso l’ordinanza emessa dal G.i.p. del Tribunale di Perugia, la quale aveva applicato al predetto la misura cautelare della custodia in carcere in relazione al delitto di cui all’art. 81 cpv., D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 1, per aver venduto gr. 0,43 di eroina e per aver detenuto altri gr. 3,85 della medesima sostanza, suddivisa in otto involucri. Fatto commesso il (omissis).
2. Avverso l’indicata ordinanza, l’indagato, per il ministero del difensore di fiducia, ha proposto ricorso per cassazione affidato a un motivo, con cui deduce la violazione dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) ed e), in relazione al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, commi 1 e 5. Assume il difensore che il Tribunale avrebbe erroneamente escluso la qualificazione del fatto ai sensi del D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 5, valorizzando elementi inconferenti, quali la continuità dell’attività di spaccio e l’organizzazione in forma professionale di tale attività, elementi che la giurisprudenza di legittimità, puntualmente indicata, ritiene non ostativi per la sussunzione del fatto in termini di “minore gravità”.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è fondato.
2. Secondo quanto accertato in sede di merito, l’indagato non solo è stato arrestato nella flagranza per cui si procede, dopo aver ceduto una dose di eroina una cliente ed averne detenute altre otto già confezionate per la vendita, ma, nel periodo tra il (omissis), era stato ripreso, dagli impianti di videosorveglianza installati dal Comune di Perugia, all’atto di cedere sostanza stupefacente a singoli clienti in altre otto occasioni, avvenute con il medesimo modus operandi e nel medesimo luogo.
Di conseguenza, ad avviso del Tribunale, le caratteristiche concrete delle cessioni connoterebbero in termini di professionalità l’attività posta in essere dall’indagato, il quale, inoltre, ha ammesso di svolgere l’attività di spaccio da circa due anni.
3. Si tratta di una motivazione manifestamente illogica, che non fa buon governo dei principi affermati da questa Corte a proposito della qualificazione del fatto ai sensi del D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 5.
4. A dispetto della mutata configurazione giuridica dell’ipotesi di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 5, elevata da circostanza attenuante al rango di fattispecie autonoma di reato a seguito delle novelle di cui alla L. n. 10 e n. 79 del 2014, non sono cambiati i presupposti per la sua applicabilità.
In particolare, la fattispecie del fatto di “lieve entità” è ravvisabile in ipotesi connotate da una minima offensività, deducibile sia dal dato qualitativo e quantitativo, sia dagli altri parametri richiamati dalla disposizione (mezzi, modalità, circostanze dell’azione), con la conseguenza che, ove uno degli indici previsti dalla legge risulti negativamente assorbente, ogni altra considerazione resta priva di incidenza sul giudizio (Sez. U, n. 35737 del 24/06/2010 – dep. 05/10/2010, Rico, Rv. 247911).
Come recentemente precisato dalle Sezioni Unite di questa Corte, l’accertamento della lieve entità del fatto implica una valutazione complessiva degli elementi della fattispecie concreta, selezionati in relazione a tutti gli indici sintomatici previsti dalla disposizione (Sez. U, n. 51063 del 27/09/2018 – dep. 09/11/2018, Murolo, Rv. 274076).
5. Ai fini del riconoscimento o meno dell’ipotesi della lieve entità, occorre, pertanto, una complessiva e concomitante valutazione di tutti i parametri delineati dalla norma, fermo restando che possono ricorrere situazioni in cui uno dei parametri di per sé assuma una tale rilevanza, che finisca per connotare in modo decisivo la condotta, così da renderla irriducibile alla qualificazione in termini di lieve entità. Ciò può valere soprattutto con riguardo al dato quali-quantitativo, in presenza di condotte aventi ad oggetto detenzione o cessione di quantitativi rilevanti, valutati anche alla luce del principio attivo, a prescindere dal riferimento a specifiche modalità o circostanze dell’azione.
Nondimeno, con riguardo ad ogni specie di sostanze stupefacenti, vi possono essere ipotesi intermedie, in cui il dato quali-quantitativo non assume rilievo decisivo e ben può essere ulteriormente qualificato da profili collaterali, inerenti agli altri parametri, in modo da risultare per tale via compatibile o meno con l’ipotesi della lieve entità. È il caso del c.d. piccolo spaccio, quale forma socialmente tipica di attività illecita, di per sé tale da collocarsi sul gradino inferiore della scala dell’offensività e compatibile con la detenzione di dosi di droga conteggiabili a decine; in casi del genere, il fatto può ben rientrare nell’ipotesi di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 5, a prescindere dal mero profilo della continuatività della condotta, ove, però, mantenuta entro un “minimo” grado di offensività.
Invero, il riferimento alla quantità e qualità dello stupefacente, nonché ai mezzi, alle modalità e circostanze dell’azione va raccordato alla potenzialità offensiva della condotta ed alle indicazioni che provengono da altri dati normativi sincronicamente valutabili. In tale senso depone il disposto dell’ D.P.R. n. 309 del 1990, che contempla la fattispecie dell’associazione minore dedita al narcotraffico, avente ad oggetto il compimento di reati fine connotati dalla lieve entità; il riferimento alle modalità e circostanze dell’azione non può in alcun modo implicare che siano ostativi alla configurazione dell’ipotesi minore la continuatività delle condotte o lo svolgimento di attività in qualche guisa organizzata, elementi altrimenti tali da impedire in limine la configurabilità dell’ipotesi associativa minore (Sez. 6, n. 39374 del 03/07/2017 – dep. 23/08/2017, El Batouchi, Rv. 270849; Sez. 6, n. 28251 del 09/02/2017 – dep. 07/06/2017, Mascali e altri, Rv. 270397; Sez. 6, n. 48697 del 26/10/2016 – dep. 17/11/2016, Tropeano e altri, Rv. 268171).
6. Orbene, nella vicenda in esame non sussistono ostacoli per la configurabilità del fatto ai sensi del D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 5, posto che il requisito della continuatività dell’attività di spaccio è risultato circoscritto a pochissime dosi alla volta, e considerando che non sono state accertate modalità particolarmente allarmanti di tale attività, non essendo stati sequestrati nè strumenti per il confezionamento dello dosi (bilancini, sostanze da taglio, ecc.), nè denaro, nè altri elementi da cui desumere una certa organizzazione (quali, ad esempio, appunti relativi alle vendite e/o agli acquisti dello stupefacente), e che l’indagato ha dichiarato di dormire su una panchina, il che fa ritenere che gli si procurasse di volta in volta un numero limitato di dosi, che egli poi rivendeva.
Una conclusione del genere non è certo smentita dal fatto che l’indagato vendesse lo stupefacente nel medesimo luogo, ciò non essendo in alcun modo decisivo per la sussistenza della “piazza di spaccio”, che designa un luogo in cui l’attività di cessione avviene con un rifornimento costante e significativo di sostanza stupefacente e con modalità organizzate da parte di più soggetti con ruoli differenziati (vedette, pusher, mediatori con i clienti, ecc.), tale da garantire lo smercio dello stupefacente senza soluzione di continuità: tutti elementi non rinvenibili nel caso in esame.
7. Essendo perciò il fatto sussumibile nello schema legale del D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 5, il quale prevede, come pena massima, quattro anni di reclusione, ne consegue che l’ordinanza impugnata deve essere annullata senza rinvio, unitamente all’ordinanza emessa del G.i.p. del Tribunale di Perugia del 3 settembre 2021, considerando che la custodia cautelare in carcere può essere disposta solo per i delitti per i quali sia prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni, giusto il disposto dell’art. 280 c.p.p., comma 2; deve essere dichiarata, pertanto, la cessazione della misura cautelare.
Manda alla cancelleria per l’immediata comunicazione al Procuratore Generale per quanto di competenza ai sensi dell’art. 626 c.p.p..

P.Q.M.

Qualificato il fatto contestato ai sensi del D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 5, annulla senza rinvio l’ordinanza impugnata nonché l’ordinanza emessa del G.i.p. del Tribunale di Perugia del 3 settembre 2021. Dichiara la cessazione della misura cautelare e manda alla cancelleria per l’immediata comunicazione al Procuratore Generale per quanto di competenza ai sensi dell’art. 626 c.p.p..


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