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Quando è reato non mandare i figli a scuola?

3 Febbraio 2022 | Autore:
Quando è reato non mandare i figli a scuola?

È punibile chi non iscrive i figli alle elementari o alle medie? Le diverse interpretazioni del ministero dell’Istruzione e della giurisprudenza.

La legge punisce «chiunque, rivestito o incaricato della vigilanza sopra un minore, omette, senza giusto motivo, d’impartirgli o di fargli impartire l’istruzione elementare» [1]. Vuol dire che è lecito non iscrivere un bambino alle medie inferiori? Quando è reato non mandare i figli a scuola?

Della questione si è occupata recentemente la Corte costituzionale, che ha confermato quanto stabilito dal Codice penale nonostante sia in vigore una legge [2] secondo cui è obbligatoria «l’istruzione impartita per almeno dieci anni, finalizzata a consentire il conseguimento di un titolo di studio di scuola secondaria superiore o di una qualifica professionale di durata almeno triennale entro il diciottesimo anno di età».

Il punto era capire se, secondo la Consulta, la norma sancita dal Codice penale che punisce solo la dispersione scolastica fino alle elementari sia da ritenersi costituzionale o meno e se, di conseguenza, è reato non mandare i figli alla scuola media e ai primi anni delle superiori. Vediamo che cosa hanno deciso i giudici.

Quando è obbligatorio mandare i figli a scuola?

Sull’obbligo di frequenza scolastica c’è una disparità di vedute tra ciò che dice il ministero dell’Istruzione e quello che ha stabilito recentemente la giurisprudenza.

Partiamo da quel che sostiene il Ministero. Viene, sicuramente, definita «obbligatoria» la scuola primaria, cioè quella che è sempre stata chiamata scuola elementare. Si tratta di un primo ciclo di cinque anni destinato all’acquisizione da parte degli alunni «delle conoscenze e delle abilità fondamentali per sviluppare le competenze culturali di base nella prospettiva del pieno sviluppo della persona», come primo esercizio dei diritti costituzionali.

La frequenza, secondo il Ministero, è obbligatoria «per tutte le bambine e i bambini presenti sul territorio nazionale, indipendentemente dalla cittadinanza, che abbiano compiuto i sei anni di età entro il 31 dicembre dell’anno di riferimento». Non si scappa, quindi: fino agli 11 anni di età, ogni bambino è tenuto a frequentare la scuola. O meglio: i genitori sono obbligati a iscrivere alla scuola primaria i propri figli.

Possono, inoltre, essere iscritti su richiesta delle famiglie i bambini che compiono sei anni di età entro il 30 aprile dell’anno scolastico di riferimento, anche se in questo caso viene consigliato di chiedere indicazioni alle maestre della scuola dell’infanzia circa il grado di preparazione del bambino.

Ma il Ministero va oltre e afferma che è altrettanto obbligatoria «la frequenza alla scuola secondaria di primo grado per tutti i ragazzi italiani e stranieri che abbiano concluso il percorso della scuola primaria». In altre parole, secondo questa versione, chi ha finito le elementari deve obbligatoriamente essere iscritto alle medie.

Non mandare i figli a scuola: cosa dice la legge?

Quanto sostenuto fin qui dal ministero dell’Istruzione coincide solo in parte con quanto stabilito dalla legge e dalla giurisprudenza.

Riprendiamo l’articolo del Codice penale citato in apertura. Secondo la normativa, «chiunque, rivestito o incaricato della vigilanza sopra un minore, omette, senza giusto motivo, d’impartirgli o di fargli impartire l’istruzione elementare, viene punito con l’ammenda di 30 euro». Una contravvenzione, insomma, di poche decine di euro per chi non iscrive i bambini alla scuola elementare, oggi chiamata formalmente scuola primaria.

Dobbiamo, però, fare un passo indietro. Fino al 2010, la legge prevedeva l’obbligo scolastico fino al conseguimento del diploma di scuola media inferiore (quella che oggi è la scuola secondaria di primo grado) o fino al compimento del quindicesimo anno di età nel caso in cui il ragazzo avesse dimostrato di aver frequentato la scuola per almeno otto anni. I genitori che non mandavano i figli alle medie venivano puniti con un’ammenda di 30 euro, cioè la stessa prevista per la mancata istruzione elementare.

Nel 2017, però, la Cassazione [3] ha interpretato alla lettera la norma contenuta nel Codice penale e ha ritenuto che non sia estendibile l’ambito applicativo dell’articolo del Codice a coloro che violano l’obbligo scolastico della scuola media inferiore.

La stessa interpretazione è appena stata data dalla Corte costituzionale [4], chiamata in causa per pronunciarsi sull’eventuale incostituzionalità di tale principio. Questa volta, però, è stata messa sul tavolo una questione tecnica: in materia penale, non sono consentite – si legge nell’ordinanza che si trova in fondo a questo articolo – pronunce della Consulta che estendano il novero delle condotte. In altre parole, non sta alla Corte decidere di allargare l’ambito applicativo dell’articolo del Codice che punisce chi non manda i figli alle elementari.

In sostanza, non iscrivere i bambini alle scuole primarie è un reato punito con un’ammenda di 30 euro. Non iscrivere i ragazzini alle scuole medie non lo è. Pertanto, in quest’ultimo caso, i genitori non possono essere puniti.


note

[1] Art. 731 cod. pen.

[2] Legge n. 296/2006.

[3] Cass. sent. n. 4520/2017 del 31.01.2017.

[4] Corte cost. sent. n. 29/2022 del 01.02.2022.

Corte Cost., ord., 1° febbraio 2022, n. 29

Presidente Amato – Relatore Zanon

Ritenuto che

con due ordinanze di analogo tenore (r.o. n. 162 del 2020 e n. 7 del 2021), il Giudice onorario di pace di Taranto ha sollevato, in riferimento agli artt. 3,30 e 34, secondo comma, della Costituzione (quest’ultimo parametro solo quanto all’ordinanza r.o. n. 162 del 2020), questioni di legittimità costituzionale dell’art. 731 del codice penale, nella parte in cui punisce l’inosservanza dell’obbligo di impartire o far impartire ai minori l’istruzione elementare e non anche l’analogo inadempimento riguardo alla scuola media inferiore ed al primo biennio della scuola secondaria superiore;

che, con riguardo al giudizio di cui all’ordinanza r.o. n. 162 del 2020, il rimettente si limita a riferire che sta celebrando un dibattimento nei confronti di persone imputate del reato di cui all’art. 731 cod. pen.;

che, nel giudizio cui attiene l’ordinanza r.o. n. 7 del 2021, risulta che il medesimo rimettente è chiamato a valutare una richiesta di archiviazione, avanzata dal pubblico ministero, nei confronti di genitori «che esercitano la potestà sui minori frequentanti la scuola di 1° grado presso l’Istituto Comprensivo», dei quali si sarebbero registrate numerose assenze durante l’anno scolastico 2018/2019;

che, in punto di non manifesta infondatezza delle questioni sollevate, le due ordinanze di rimessione presentano un’identica motivazione;

che il rimettente rileva come la previsione sanzionatoria dell’art. 731 cod. pen. riguardi solo l’inosservanza dell’obbligo di procurare l’istruzione elementare, poiché la disposizione che ne aveva a suo tempo esteso l’applicazione all’omessa frequentazione della scuola media (cioè l’art. 8 della legge 31 dicembre 1962, n. 1859, recante «Istituzione e ordinamento della scuola media statale») è stata abrogata dall’art. 1 del decreto legislativo 13 dicembre 2010, n. 212 (Abrogazione di disposizioni legislative statali, a norma dell’articolo 14, comma 14-quater, della legge 28 novembre 2005, n. 246);

che il presidio penale concernente l’istruzione media – prosegue il giudice a quo – non è stato ripristinato nella legislazione successiva, sebbene l’obbligo di formazione scolastica sia stato prolungato, fino a comprendere un ciclo di studi della durata di almeno dodici anni, o comunque fino all’ottenimento di una qualifica professionale triennale entro il diciottesimo anno di età (art. 1, comma 3, del decreto legislativo 15 aprile 2005, n. 76, recante «Definizione delle norme generali sul diritto-dovere all’istruzione e alla formazione, a norma dell’articolo 2, comma 1, lettera c), della legge 28 marzo 2003, n. 53»; è citato anche il comma 622 dell’art. 1 della legge 27 dicembre 2006, n. 296, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato. (Legge finanziaria 2007)», che qualifica come obbligatoria l’istruzione impartita per almeno dieci anni, finalizzata a consentire il conseguimento di un titolo di studio di scuola secondaria superiore o di una qualifica professionale di durata almeno triennale entro il diciottesimo anno di età;

che il rimettente, tutto ciò premesso, assume che l’art. 731 cod. pen. sarebbe «manifestamente incostituzionale», nella parte in cui non sanziona l’inadempimento dell’obbligo di impartire o far impartire l’istruzione oltre la soglia della scuola elementare;

che una tale disciplina varrebbe anzitutto a creare una discriminazione ingiustificata tra «l’obbligo dei genitori di istruire i figli sino alla scuola elementare» e «l’obbligo dei genitori di istruire i figli sino ai primi due anni della scuola superiore», aggravando il fenomeno della dispersione scolastica;

che l’art. 30 Cost. e (quanto all’ordinanza r.o. n. 162 del 2020) il secondo comma del successivo art. 34 – letti «in riferimento» al ricordato art. 1, comma 622, della legge n. 296 del 2006 – sarebbero lesi dalla disposizione censurata, nella parte in cui configurano un obbligo scolastico esteso all’istruzione media inferiore;

che la proposta dichiarazione d’illegittimità costituzionale, nella forma dell’addizione, consentirebbe di adeguare la norma censurata «ai principi sovraordinati della legislazione ordinaria attuale», come sanciti dalla citata legge n. 296 del 2006, e perciò di conformare la disciplina penale del fenomeno alle sopravvenute variazioni «delle circostanze e dei rapporti sociali»;

che il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto in entrambi i giudizi, sollecitando una decisione di manifesta inammissibilità delle questioni sollevate;

che infatti mancherebbero, in entrambi i provvedimenti di rimessione, adeguate indicazioni sui fatti e sui procedimenti principali, restando preclusa, di conseguenza, ogni valutazione circa la rilevanza delle medesime questioni;

che, inoltre, tali questioni sarebbero comunque inammissibili, poiché mirate ad ottenere dalla Corte costituzionale una addizione in malam partem rispetto ad una disposizione incriminatrice, ciò che comporterebbe una violazione del secondo comma dell’art. 25 Cost.;

che infine – sempre secondo l’Avvocatura generale dello Stato – le questioni non sarebbero nel merito fondate, posto che il legislatore avrebbe nella specie esercitato in maniera ragionevole la propria discrezionalità, in particolare limitando la sanzione penale ai soli casi di inosservanza dell’obbligo dell’istruzione elementare dei minori, cioè dell’istruzione di primo livello, indispensabile per un «basico inserimento nella società civile» e propedeutica ad una formazione più completa.

Considerato che, con due ordinanze di analogo tenore, il Giudice onorario di pace di Taranto ha sollevato, in riferimento agli artt. 3,30 e 34, secondo comma, della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale dell’art. 731 del codice penale, nella parte in cui punisce l’inosservanza dell’obbligo di impartire o far impartire ai minori l’istruzione elementare e non anche l’analogo inadempimento con riferimento alla scuola media inferiore e al primo biennio della scuola secondaria superiore;

che i due provvedimenti in questione (r.o. n. 162 del 2020 e n. 7 del 2021), deliberati dal medesimo rimettente, censurano la medesima disposizione, con identica motivazione e in riferimento a parametri costituzionali in larga parte coincidenti, di talché può essere disposta la riunione dei relativi procedimenti;

che – secondo il giudice a quo – l’attuale irrilevanza penale dell’inadempimento degli obblighi concernenti l’istruzione secondaria comporterebbe un trattamento ingiustificatamente differenziato tra soggetti tutti gravati dal dovere di procurare ai minori i livelli di istruzione resi obbligatori dalla legge e contrasterebbe, altresì, con gli artt. 30 e 34, secondo comma, Cost., poiché da queste stesse disposizioni costituzionali si evincerebbe il carattere obbligatorio dell’istruzione per la durata di almeno otto anni;

che la disposizione con cui la previsione sanzionatoria era stata estesa all’inadempimento degli obblighi di istruzione presso la scuola media inferiore (cioè l’art. 8 della legge 31 dicembre 1962, n. 1859, recante «Istituzione e ordinamento della scuola media statale»), è stata abrogata a opera dell’art. 1 del decreto legislativo 13 dicembre 2010, n. 212 (Abrogazione di disposizioni legislative statali, a norma dell’articolo 14, comma 14-quater, della legge 28 novembre 2005, n. 246);

che ne consegue in effetti, secondo costante giurisprudenza di legittimità, il mancato allineamento tra durata del periodo di istruzione obbligatoria e relativo presidio sanzionatorio penale;

che il rimettente, peraltro, nulla argomenta su tale specifica vicenda abrogativa e comunque non coinvolge nelle proprie censure la ricordata disposizione abrogatrice;

che, inoltre, entrambe le ordinanze di rimessione mancano di descrivere adeguatamente le fattispecie per cui è giudizio, impedendo qualunque controllo sulla rilevanza delle questioni di legittimità sollevate (ex multis, sentenza n. 154 del 2021 e ordinanze n. 159 e n. 136 del 2021);

che, in ogni caso, come già rilevato da questa Corte definendo un primo procedimento incidentale introdotto dal medesimo giudice rimettente in rapporto alle stesse questioni di legittimità, entrambe le ordinanze in esame sollecitano un intervento additivo in malam partem in materia penale, finalizzato ad estendere l’ambito di applicazione di una previsione incriminatrice (ordinanza n. 219 del 2020);

che la giurisprudenza costituzionale, alla luce della riserva di legge posta nel secondo comma dell’art. 25 Cost., ha da tempo chiarito che non sono consentite, in tale materia, pronunce che estendano il novero delle condotte punibili (tra le decisioni più recenti, ex multis, sentenze n. 17 del 2021, n. 155 e n. 37 del 2019, nonché la già citata ordinanza n. 219 del 2020);

che d’altra parte, nel caso di specie, non si è al cospetto di alcuna delle specifiche ipotesi in cui la giurisprudenza costituzionale considera ammissibile il controllo di legittimità costituzionale con potenziali effetti in malam partem: non si versa, cioè, in un caso in cui sono da applicare norme di ingiustificato favore, riguardo a soggetti o a comportamenti sottratti a una previsione incriminatrice di carattere generale, né si è in presenza di fenomeni di scorretto esercizio del potere legislativo, o ancora della violazione di obblighi di matrice sovranazionale (di recente, sentenza n. 37 del 2019);

che, in particolare, la denunciata irrilevanza penalistica delle condotte sommariamente descritte dal rimettente non costituisce deroga a un regime generalizzato di penalizzazione delle omissioni concernenti gli obblighi di istruzione;

che, dunque, le questioni devono essere dichiarate manifestamente inammissibili.

Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale), e 9, comma 1, delle Norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.

Per Questi Motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

riuniti i giudizi,

dichiara la manifesta inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale dell’art. 731 del codice penale, sollevate, in riferimento agli artt. 3,30 e 34, secondo comma, della Costituzione, dal Giudice onorario di pace di Taranto con le ordinanze indicate in epigrafe.


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