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Diffondere dati del condannato: è reato?

3 Febbraio 2022 | Autore:
Diffondere dati del condannato: è reato?

Rendere nota la sentenza con cui una persona è stata riconosciuta colpevole costituisce una violazione della privacy? Quando c’è reato e quando illecito civile?

La legge tutela la privacy di ogni cittadino vietando la diffusione non autorizzata dei dati personali, cioè di quelle informazioni che consentono di identificare un soggetto, rivelandone aspetti che dovrebbero rimanere nascosti. Ad esempio, tra i dati personali rientrano l’indirizzo di residenza, il numero di cellulare, l’email, la data di nascita, ecc. Vi sono ricomprese anche le informazioni che riguardano lo stato di salute e le vicende giudiziarie. Proprio su quest’ultimo aspetto ci soffermeremo con questo articolo, con cui vedremo se diffondere i dati del condannato è reato.

Una recente sentenza della Corte di Cassazione [1] ha stabilito che può scattare il reato per chi diffonde dati personali relativi a condanne o a reati senza il consenso dell’interessato. Insomma: non è possibile andare in giro a raccontare i particolari del procedimento penale in cui sono coinvolti gli altri, soprattutto se la condotta consiste nel rendere nota la sentenza del giudice in cui sono ricostruite, nel dettaglio, le vicende processuali in cui è stata coinvolta una persona. Se l’argomento ti interessa, prosegui nella lettura: vedremo insieme se è reato diffondere i dati del condannato.

Dati personali: cosa sono?

Come ricordato in apertura, sono dati personali tutti quelli in grado di identificare una persona e che possono fornire informazioni sulle sue caratteristiche, le sue abitudini, il suo stile di vita, le sue relazioni personali, il suo stato di salute, la sua situazione economica, ecc.

Dati personali: quanti tipi?

I dati personali possono essere suddivisi in diverse tipologie:

  • i dati che consentono l’identificazione diretta dell’interessato, come ad esempio i dati anagrafici (nome e cognome), le immagini personali, ecc.;
  • i dati che permettono l’identificazione indiretta, come ad esempio il codice fiscale, l’indirizzo Ip di Internet, il numero di targa;
  • i cosiddetti “dati sensibili”, cioè quelli che rivelano l’origine razziale o etnica, le convinzioni religiose, filosofiche, le opinioni politiche, l’appartenenza sindacale, relativi alla salute o all’orientamento sessuale, ecc.;
  • i dati giudiziari relativi a condanne penali e reati e, più in generale, in grado di rivelare l’esistenza di determinati provvedimenti giudiziari soggetti ad iscrizione nel casellario giudiziale (ad esempio, i provvedimenti penali di condanna definitivi, la liberazione condizionale, il divieto od obbligo di soggiorno, le misure alternative alla detenzione) o la qualità di imputato o di indagato.

Divulgare i dati del condannato è legale?

Secondo la sentenza della Corte di Cassazione citata in apertura, è reato diffondere dati personali relativi a condanne senza il consenso dell’interessato.

Il trattamento dei dati giudiziari, da parte sia di privati che di enti pubblici, è infatti consentito solo se autorizzato dalla legge o da un provvedimento del Garante per la privacy che specifichi le finalità di interesse pubblico per cui è giustificata la diffusione di tali informazioni.

Nel caso affrontato dalla Suprema Corte, un uomo veniva ritenuto penalmente responsabile per aver divulgato, tra vicini di casa e altri conoscenti, la sentenza di una persona condannata per abuso edilizio.

L’imputato si difendeva affermando che non era stata considerata la natura dei dati divulgati, trattandosi di atti liberamente consultabili, in quanto pubblicati nell’albo pretorio del Comune, con la conseguenza, a suo avviso, di non aver compiuto nessun trattamento di dati protetti, per il quale era necessario il consenso del titolare o un’autorizzazione.

Non la pensa così la Suprema Corte, secondo cui la divulgazione di dati personali relativi a sentenze, quali l’ordine di demolizione delle opere di cui è stata accertata in sede penale l’abusività e il rigetto della relativa istanza di condono, è una condotta che costituisce a propria volta reato.

Trattamento illecito dati personali: quando è reato?

La Corte di Cassazione, con la sentenza in commento, ricorda però che il trattamento illecito dei dati personali (ivi compresi quelli giudiziari) costituisce reato solo se effettuato al fine di trarre per sé o per altri profitto ovvero di arrecare danno all’interessato.

Nel caso di specie, l’imputato diffondeva la sentenza di condanna del vicino solamente per screditarlo agli occhi della comunità.

Non c’è invece reato ma solo illecito civile (con conseguente obbligo di pagare il risarcimento) se la divulgazione dei dati personali altrui è fatta senza lo scopo di recare pregiudizio oppure senza la volontà di trarne un guadagno.

Per non parlare, poi, della divulgazione delle sentenze per fini di informazione giuridica o di documentazione, studio e ricerca, come avviene per le pubblicazioni su riviste giuridiche o banche dati specializzate: in questi casi, non sussiste alcun tipo di illecito.


note

[1] Cass., sent. n. 3702 del 2 febbraio 2022.

Autore immagine: pixabay.com


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