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Quanti anni di matrimonio per avere il TFR dopo il divorzio: Cassazione

3 Febbraio 2022
Quanti anni di matrimonio per avere il TFR dopo il divorzio: Cassazione

Una delle questioni sorte in giurisprudenza in relazione al diritto dell’ex coniuge a percepire una quota dell’indennità di fine rapporto spettante all’altro riguarda la nozione della durata del matrimonio sulla quale quantificare l’indennità.

Secondo la Cassazione, a determinare la quota di TFR spettante all’ex coniuge dopo il divorzio è la durata legale del matrimonio e non solo gli anni di convivenza. Si predicono in considerazione anche i periodi di separazione.

Si sostiene in particolare che il contributo dato dall’ex coniuge alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ciascuno e di quello comune, va valutato con riferimento all’intera durata del matrimonio, senza che rilevi il venire meno della convivenza o l’instaurarsi dello stato di separazione, di fatto o legale. Il matrimonio infatti non cessa con il venir meno della convivenza, ciò anche al fine di valorizzare il contributo che il coniuge continua a fornire durante il periodo di separazione, soprattutto nel caso in cui sia affidatario dei figli minori.

Quando bisogna poi ripartire la quota di TFR tra ex coniuge e coniuge superstite nel caso di morte dell’obbligato, il criterio della durata dei rispettivi matrimoni non ha valore esclusivo, dovendo il giudice -in ragione del carattere solidaristico dell’istituto- valutare, in relazione al caso concreto, anche ulteriori elementi, quali l’ammontare dell’assegno goduto dal coniuge divorziato prima del decesso dell’ex coniuge, le condizioni di ciascun coniuge, e ogni altra circostanza inerente alla particolarità della situazione.

La ripartizione del trattamento di fine rapporto tra coniuge superstite e coniuge divorziato, entrambi aventi i requisiti per la relativa pensione, va effettuata ai sensi della l. n. 898/1970, art. 9, comma 3, oltre che sulla base del criterio legale della durata dei matrimoni, anche ponderando ulteriori elementi correlati alla finalità solidaristica dell’istituto, e tra questi tenendo conto della durata della convivenza, ove il coniuge interessato alleghi e provi la stabilità e l’effettività della comunione di vita precedente al proprio matrimonio con il de cuius.

Il meccanismo di computo della quota di indennità cui ha diritto il coniuge divorziato prevede, la previa ripartizione dell’indennità tra il coniuge superstite ed i figli (e/o altri superstiti) del lavoratore deceduto e, successivamente, la sub-ripartizione della quota spettante al coniuge superstite con il coniuge divorziato, senza prescindere dal criterio legale della durata del matrimonio.

Cassazione civile sez. I, 23/07/2021, n.21247

Ai sensi della l. n. 898/1970, art. 5, comma 6, dopo le modifiche introdotte con la l. n. 74/1987, il riconoscimento dell’assegno di divorzio, cui deve attribuirsi una funzione assistenziale ed in pari misura compensativa e perequativa, richiede l’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi o comunque dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, attraverso l’applicazione dei criteri di cui alla prima parte della norma i quali costituiscono il parametro di cui si deve tenere conto per la relativa attribuzione e determinazione, ed in particolare, alla luce della valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali delle parti, in considerazione del contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare e alla formazione del patrimonio comune e personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio e all’età dell’avente diritto.

Cassazione civile sez. un., 11/07/2018, n.18287

Nel caso dello scioglimento del rapporto di lavoro a causa di morte del dipendente, ai fini della ripartizione della indennità di fine rapporto tra coniuge divorziato e coniuge superstite del defunto, aventi entrambi i requisiti per la relativa attribuzione, va applicato il criterio della durata dei rispettivi matrimoni, di cui alla Legge n. 898 del 1970, articolo 9, comma 3, (nel testo sostituito dalla Legge 1 marzo 1987, n. 74, articolo 13) riferito alla quota legale di spettanza del coniuge superstite, come previamente determinata, anche eventualmente in ragione del concorso con altri superstiti aventi diritto sul medesimo emolumento.

Pertanto si applica il consolidato principio secondo cui il criterio della durata dei rispettivi matrimoni, non ha valore esclusivo, dovendo il giudice -in ragione del carattere solidaristico dell’istituto- valutare, in relazione al caso concreto, anche ulteriori elementi, quali l’ammontare dell’assegno goduto dal coniuge divorziato prima del decesso dell’ex coniuge, le condizioni di ciascun coniuge, e ogni altra circostanza inerente alla particolarità della situazione.

Corte di Cassazione Sezione 1 civile Sentenza 19.09.2008, n. 23880

In materia di determinazione della quota di indennità di buonuscita, cui ha diritto il coniuge nei cui confronti sia intervenuta sentenza di divorzio, se non passato a nuove nozze e titolare, in concreto, dell’assegno divorzile, il periodo da considerare è quello della durata legale del rapporto coniugale (ossia, dalla data del matrimonio fino al passaggio in giudicato della sentenza di divorzio). L’indennità così dovuta deve computarsi calcolando il 40 per cento dell’indennità totale percepita dall’altro coniuge alla fine del rapporto di lavoro, con riferimento agli anni in cui il rapporto di lavoro coincise con il rapporto matrimoniale; in questi casi, il diritto del coniuge divorziato sorge esclusivamente nei confronti dell’ex coniuge e non anche nei confronti dell’ente erogatore dell’indennità.

Tribunale di Catania civile Decreto 19.10.2007

Il coniuge nei cui confronti sia stato pronunciato il divorzio ha diritto, se non passato a nuove nozze e sia titolare di assegno, a una percentuale dell’indennità di fine rapporto percepita dall’altro all’atto della cessazione del rapporto di lavoro. La percentuale è pari al quaranta per cento dell’indennità totale riferita agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio. Detta percentuale deve essere valutata con riferimento all’intera durata del matrimonio sino alla data del suo scioglimento senza che rilevi il venire meno della convivenza o l’instaurarsi dello stato di separazione, di fatto o legale, specie tenuto presente che la cessazione della convivenza non comporta immediatamente e automaticamente il totale venire meno della comunione materiale e spirituale di vita tra i coniugi.

Corte di Cassazione, Sezione 1 civile, Sentenza 07.03.2006, n. 4867

Nel caso di morte di persona divorziata e passata a nuove nozze, il t.f.r. spettante agli eredi del “de cuius” si divide tra coniuge divorziato e coniuge superstite in base alla durata del rispettivo rapporto matrimoniale, ma apportando al risultato opportuni correttivi, fondati su ulteriori elementi, quali l’ammontare dell’assegno goduto dal coniuge divorziato prima del decesso dell’ex coniuge, le condizioni dei soggetti coinvolti nella vicenda, o l’eventuale esistenza di un periodo di convivenza prematrimoniale del secondo coniuge.

Cassazione civile sez. I, 10/01/2005, n.285

La disposizione dell’art. 12- bis della legge 1° dicembre 1970 n. 898 -che regola il diritto del coniuge avente diritto all’assegno di divorzio (e non passato a nuove nozze) di conseguire una quota del trattamento di fine rapporto spettante all’altro coniuge- individua come parametro per la determinazione di detta percentuale la durata del matrimonio e non già quella della effettiva convivenza, valorizzando, con intento la cui piena ragionevolezza è stata riconosciuta anche dalla Corte Costituzionale (sent. n. 23 del 1991), il contributo che il coniuge più debole normalmente continua a fornire durante il periodo di separazione, soprattutto nel caso in cui sia affidatario di figli minori, e nel contempo ancorando il periodo di riferimento a un dato giuridicamente certo e irreversibile, quale la durata del matrimonio, piuttosto che a uno incerto e precario come la cessione della convivenza.

Corte di Cassazione, Sezione 1 civile, Sentenza 25.06.2003, n. 10075

Il contributo dato dall’ex coniuge alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ciascuno e di quello comune, va valutato con riferimento all’intera durata del matrimonio, in quanto esso non cessa con il venir meno della convivenza e con l’instaurarsi dello stato di separazione, di fatto o legale. (Sommario)

Corte Costituzionale, Sentenza 24.01.1991, n. 23



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