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Quando la moglie può andare via di casa?

6 Febbraio 2022 | Autore:
Quando la moglie può andare via di casa?

Il coniuge può lasciare la casa familiare e abbandonare il tetto coniugale? Se il rapporto è già in crisi sì.

Se le donne tacciono c’è un motivo. Se «non hanno niente» c’è sempre qualcosa. Così, quando manca il dialogo, la coppia scoppia e capita spesso che uno dei due abbandoni il partner all’improvviso. Questo succede anche dopo molti anni di matrimonio: il marito si sveglia, o torna dal lavoro, e trova la casa vuota. A volte c’è un breve biglietto di spiegazioni, in altri casi neanche quello. Si può fare o è illegittimo? Quando la moglie può andare via di casa?

Una volta questo comportamento si chiamava, con espressione severa, «abbandono del tetto coniugale», ed era anche reato; oggi lo è solo quando, così facendo, ci si sottrae agli obblighi di assistenza familiare [1]. Adesso le cose sono più flessibili, ma non arbitrarie: altrimenti si rischia l’addebito della separazione e in tal caso bisogna dire addio all’assegno di mantenimento, che non spetta quando l’abbandono è ingiustificato ed ha provocato la rottura del matrimonio. Ci sono, invece, dei casi in cui le giustificazioni esistono e sono valide come motivo per interrompere il rapporto di coabitazione in modo drastico: così, semplicemente, si va via dalla casa familiare senza conseguenze. Vediamo quando la moglie può andare via di casa.

I doveri del matrimonio

Iniziamo dai doveri del matrimonio, perché è da qui che bisogna partire per capire se qualcosa è stato violato e stabilire se l’abbandono della casa coniugale è illecito o no. L’art. 143 del Codice civile impone ai coniugi, oltre all’obbligo di fedeltà, di assistenza morale e materiale e di collaborazione nell’interesse della famiglia, anche la «coabitazione».

È un dovere inteso in senso elastico, come ben sanno tutti quei coniugi che abitano in residenze separate per motivi di lavoro; ma anche in tali casi la casa coniugale è una ed è il luogo dove la coppia ha fissato il centro della vita familiare. Così non si può lasciare la casa coniugale, a meno che non vi sia una giusta causa, un valido motivo per farlo.

Le coppie separate di fatto

Alcune coppie optano per la separazione di fatto come anestetico alla crisi coniugale. C’è chi – soprattutto per motivi economici – continua a vivere da “separato in casa” e chi, invece, si stabilisce altrove senza intraprendere la separazione coniugale ufficiale, ma riuscendo a vivere in modo più rilassato e libero dalle tensioni precedenti. In tutti questi casi, il fattore comune è la fine dell’unione affettiva tra i due coniugi, e ci si autorizza reciprocamente, anche senza parole, ad andare ad abitare altrove.

In assenza di un accordo chiaro e di un consenso esplicito, però, non è possibile abbandonare in maniera unilaterale la casa familiare, fino a quando non viene proposta la domanda di separazione coniugale (che può essere consensuale se c’è l’accordo dei coniugi sulle condizioni, o giudiziale se l’intesa manca e occorre rivolgersi al tribunale per adottare i provvedimenti necessari): solo in quel momento l’obbligo di coabitazione cessa.

Abbandono ingiustificato della casa coniugale: cosa si rischia?

Se un coniuge lascia definitivamente la casa familiare senza il consenso dell’altro e in assenza di una giusta causa per farlo, viola l’obbligo di coabitazione. A quel punto, il coniuge abbandonato può chiedere la separazione proprio per questo motivo, ed ottenerla dal giudice con la dichiarazione di addebito. L’addebito è la pronuncia che attribuisce ad uno dei due coniugi la responsabilità esclusiva della fine dell’unione. È quella che una volta si chiamava «separazione per colpa».

Come il tradimento viola l’obbligo di fedeltà, anche l’abbandono della casa coniugale costituisce un «comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio» [2]. L’addebito è una sorta di sanzione, perché il coniuge che lo riceve non può avere diritto all’assegno di mantenimento; inoltre, perde anche i diritti successori ed il diritto a percepire la pensione di reversibilità, in caso di morte dell’ex.

Quando lasciare la casa coniugale è legittimo

Non bisogna credere che lasciare la casa coniugale sia sempre illecito e comporti automaticamente l’addebito della separazione. Ci sono dei casi in cui è legittimo farlo e allora l’addebito non scatta e nessun giudizio di rimprovero può muoversi a chi ha abbandonato il tetto coniugale in presenza di valide ragioni per farlo. Il caso tipico è quello delle violenze e dei maltrattamenti in famiglia: andare via da casa è, molto spesso, l’unico modo efficace per sfuggirvi. Ma anche i litigi troppo frequenti ed i continui comportamenti esasperanti del coniuge sono un giusto motivo per lasciare l’abitazione comune.

In questi casi, bisogna tenere conto che la conflittualità nella coppia, quando è troppo accesa, potrebbe arrecare danni psicologici ai figli, soprattutto se sono nell’età della crescita. L’art. 151 del Codice civile consente di chiedere la separazione giudiziale quando avvengono «fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza o da recare grave pregiudizio all’educazione della prole».

Si può lasciare la casa se il rapporto è in crisi?

Se la frattura nel rapporto di coppia esisteva già prima dell’abbandono dell’abitazione familiare – e dunque non ne è la conseguenza, ma la causa – allora è giustificato il comportamento della moglie che lascia la casa coniugale. Lo ha stabilito in modo chiaro una recente ordinanza della Corte di Cassazione [3], che di seguito ti riassumiamo e puoi anche leggere per esteso nel box sotto questo articolo.

Nel caso esaminato, gli Ermellini hanno constatato che c’era stata una «progressiva e reciproca disaffezione» tra i coniugi ed era maturata fra loro una «forte tensione»; tutto questo aveva causato «una situazione familiare già da tempo irrimediabilmente compromessa». Insomma, il rapporto era già in crisi irreversibile prima dell’abbandono della casa da parte della moglie. È una situazione frequente in numerose coppie e per questo le considerazioni della Suprema Corte possono essere richiamate come valide in casi simili.

Il marito aveva sostenuto che la crisi era stata provocata proprio dal fatto che la moglie era andata via di casa, ma il suo ricorso è stato respinto. La fuga della donna c’era stata, ma per i giudici di piazza Cavour non può esserle addebitata la rottura coniugale e la separazione. Al contrario, si è accertato che «l’interruzione della convivenza aveva in realtà rappresentato l’esito di una crisi familiare già in atto da tempo», con il «deterioramento dei rapporti tra i coniugi, in epoca anteriore all’allontanamento della donna», tant’è che era fallito anche un percorso assistito di mediazione e di riconciliazione che i coniugi avevano tentato.

Ha giocato a favore della donna anche il fatto che la decisione di abbandonare la casa familiare era stata comunicata con una lettera inviata al marito dal suo avvocato: la missiva esponeva le motivazioni della scelta e, perciò, l’uomo ne era stato debitamente informato. Egli aveva provato, nel processo, a contestare il contenuto della missiva, sostenendo addirittura di non averla ricevuta, ma la sua doglianza è stata respinta dai giudici di merito e poi da quelli della Corte di Cassazione. Quindi, è buona regola non compiere scelte arbitrarie e magari dettate dall’impulso del momento, ma consultarsi prima con il proprio legale sul da farsi. Se si decide di optare per l’abbandono legittimo del tetto coniugale, l’avvocato potrà informare per iscritto l’altro coniuge; il documento notificato avrà una data certa, e non potrà essere contestato in giudizio per quanto riguarda la sua ricezione.


note

[1] Art. 570 Cod. pen.

[2] Art. 151, co. 2, Cod. civ.

[3] Cass. ord. n. 3426 del 03.02.2022.

Autore immagine: canva.com/

Cass. civ., sez. VI – 1, ord. 3 febbraio 2022, n. 3426
Presidente Bisogni – Relatore Tricomi

Ritenuto che:
Nel giudizio di separazione personale tra F.D. e C.O. , la Corte di appello di Venezia, con la sentenza in epigrafe indicata, ha respinto i contrapposti appelli di F. e C. ed ha confermato la decisione di primo grado che, per quanto interessa, aveva respinto le reciproche domande di addebito, aveva posto a carico di F. il pagamento dell’assegno di mantenimento in favore della moglie per l’importo di Euro 300,00 = mensili, oltre ISTAT; aveva posto a carico di F. il mantenimento diretto – sia ordinario che straordinario. – della figlia D., maggiorenne non economicamente autosufficiente e convivente con il padre, senza prevedere alcun contributo a carico della madre, in ragione delle maggiori disponibilità economiche del padre.
F. ha proposto ricorso per cassazione con quattro mezzi, seguito da memoria; C. ha replicato con controricorso.
Sono stati ritenuti sussistenti i presupposti per la trattazione camerale ex art. 380 bis c.p.c..

Considerato che:
1. Il ricorso è articolato nei seguenti quattro motivi:
I) Con il primo motivo, concernente la mancata dichiarazione di addebito nei confronti della moglie, il ricorrente deduce la violazione degli artt. 143,151 e 2697 c.c., nonché degli artt. 115 e 116 c.p.c.; deduce anche l’erronea valutazione, interpretazione e omesso esame di fatti decisivi per il giudizio.
II) Con il secondo motivo, concernente l’attribuzione dell’assegno di mantenimento in favore della moglie, il ricorrente deduce la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 156 c.c..
III) Con il terzo motivo, concernente l’esclusione dell’onere della madre C. a contribuire al mantenimento della figlia, maggiorenne e non economicamente autosufficiente, il ricorrente lamenta la violazione dell’art. 2697 c.c., in tema di onere della prova e dell’art. 115 c.p.c., in tema di disponibilità delle prove e sostiene che la moglie non ha provato il raggiungimento dell’autosufficienza economica da parte della figlia.
IV) Con il quarto motivo il ricorrente denuncia l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio e la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 183,184 e 221 c.p.c., dolendosi della mancata ammissione dei mezzi istruttori – che tuttavia non illustra e non trascrive – volti a dimostrare la responsabilità della moglie nel causare la rottura del matrimonio.
2. Va dichiarata irricevibile la documentazione prodotta per la prima volta da F. con la memoria.
Il primo motivo è inammissibile.
In tema di addebito della separazione questa Corte ha precisato che “… grava sulla parte che richieda l’addebito l’onere di provare sia la contrarietà del comportamento del coniuge ai doveri che derivano dal matrimonio, sia l’efficacia causale di questi comportamenti nel rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza.” (Cass. n. 16691 del 05/08/2020) e che “Il volontario abbandono del domicilio familiare da parte di uno dei coniugi, costituendo violazione del dovere di convivenza, è di per sé sufficiente a giustificare l’addebito della separazione personale, a meno che non risulti provato che esso è stato determinato dal comportamento dell’altro coniuge o sia intervenuto in un momento in cui la prosecuzione della convivenza era già divenuta intollerabile ed in conseguenza di tale fatto.” (Cass. n. 648 del 15/01/2020; cfr. Cass. n. 25966 del 15/12/2016; Cass. n. 19328 del 29/09/2015; Cass. n. 10719 del 8/05/2013).
La Corte di appello, nell’escludere l’addebitabilità della separazione alla C. , ha rettamente applicato quest’ultimo principio.
Invero, pur dando atto dell’abbandono della casa familiare da parte della moglie, ha posto in risalto una serie di circostanze rimaste incontestate, ritenute idonee dal giudice del gravame a dimostrare che l’interruzione della convivenza aveva in realtà rappresentato l’esito di una crisi familiare già in atto da tempo, in quanto attestanti l’intervenuto deterioramento dei rapporti tra i coniugi, in epoca anteriore al già menzionato allontanamento.
In quest’ottica, la sentenza impugnata ha evidenziato: il tentativo dei coniugi di procedere con un percorso assistito di mediazione e, se possibile, di riconciliazione coniugale avviato senza successo; l’invio della comunicazione al F. in data 19/1/2015, da parte del legale della moglie, per informarlo della decisione di quest’ultima di allontanarsi definitivamente dal domicilio coniugale; nonché l’esistenza di una forte e persistente tensione tra i coniugi e di un clima di progressiva reciproca disaffezione.
Ai sensi dell’art. 115 c.p.c., comma 1, dette circostanze ben potevano essere utilizzate dalla Corte di merito per la formazione del proprio convincimento, in quanto, pur non avendo costituito oggetto di specifica dimostrazione da parte della moglie, tenuta a provare la giusta causa del proprio allontanamento dalla casa familiare, erano rimaste incontestate o non efficacemente contestate, con la conseguenza che la relativa prova doveva ritenersi ormai acquisita agli atti; segnatamente va osservato che il ricorrente assume di avere contestato nella memoria ex art. 183 c.p.c., comma 6, il contenuto della missiva del 19/12/2015, nella quale erano state esplicitate le ragioni dell’allontanamento, ma non di avere contestato la mancanza di ricezione e/o di prova della ricezione dello stesso di cui si duole in sede di legittimità (fol. 14 del ric.), questione che non risulta essere stata tempestivamente sottoposta al giudice di merito; inoltre, la contestazione circa la effettiva ricorrenza della circostanza che i coniugi avessero tentato un percorso di mediazione assistita può integrare al più un vizio revocatorio per erronea percezione di un fatto e non già un vizio motivazionale.
Va aggiunto che, nel censurare le conclusioni cui è pervenuta la sentenza impugnata, il ricorrente non è in grado di contestare l’accertamento in merito alla esistenza di una forte e persistente tensione tra i coniugi e di un clima di progressiva reciproca disaffezione, posto che le stesse circostanze poste a sostegno della propria domanda danno conto di una situazione familiare già da tempo irrimediabilmente compromessa, come accertato dalla Corte di merito, senza considerare che, al di fuori dei casi tassativamente previsti dalla legge, spetta al giudice di merito il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di assumere e valutare le prove e di controllarne l’attendibilità e la concludenza, nonché di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad esse sottesi, dando così liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti (cfr. tra le più recenti, Cass. n. 19547 del 4/08/2017; Cass. n. 19011 del 31/07/2017; Cass. n. 16056 del 2/08/2016). In tal modo, il ricorrente dimostra di voler sollecitare, attraverso l’apparente deduzione del difetto di motivazione, una nuova valutazione del materiale probatorio, non consentito a questa Corte, alla quale non spetta il compito di riesaminare il merito della controversia, ma solo quello di controllare la correttezza giuridica delle argomentazioni svolte nella sentenza impugnata, nonché la coerenza logica delle stesse, nei limiti in cui le relative anomalie possono ancora essere fatte valere con il ricorso per cassazione, a seguito della modificazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, ad opera del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b), convertito con modificazioni dalla L. 7 agosto 2012, n. 134 (cfr. Cass. n. 29404 del 7/12/2017; Cass. n. 19547 del 4/08/2017).
3. Il secondo motivo è inammissibile perché sollecita il riesame del merito, senza indicare alcun fatto decisivo di cui sia stato omesso l’esame e non si confronta integralmente con la statuizione in tema di assegno di mantenimento, connotata da approfondita disamina e confronto degli elementi reddituali e patrimoniali contrapposti.
4. Il terzo motivo è fondato perché l’obbligo di mantenimento grava su entrambi i genitori, anche per il figlio maggiorenne, quando questi non abbia raggiunto la autosufficienza economica (Cass. n. 4811/2018; Cass. n. 19299/2020) – come accertato dalla Corte di appello nel presente caso con statuizione non impugnata – anche se la quantificazione richiede la valutazione comparata dei redditi di entrambi i genitori, oltre alla considerazione delle esigenze attuali del figlio e del tenore di vita da lui goduto (Cass. n. 9698/2001; Cass. n. 32529/2018).
5. Il quarto motivo è inammissibile per la sua aspecificità, quanto alle richieste istruttorie che non sarebbero state accolte.
Invero “Il ricorrente che, in sede di legittimità, denunci il difetto di motivazione su un’istanza di ammissione di un mezzo istruttorio o sulla valutazione di esso, ha l’onere di indicare specificamente le circostanze oggetto della prova, provvedendo alla loro trascrizione, al fine di consentire il controllo della decisività dei fatti da provare, e, quindi, delle prove stesse, che, per il principio dell’autosufficienza del ricorso per cassazione, il giudice di legittimità deve essere in grado di compiere sulla base delle deduzioni contenute nell’atto, alle cui lacune non è consentito sopperire con indagini integrative” (Cass. 19985/2017) e ciò, nel caso in esame, non è accaduto.
6. In conclusione, inammissibili i motivi primo, secondo e quarto, va accolto il terzo motivo del ricorso; la sentenza impugnata va cassata nei limiti dell’accoglimento con rinvio alla Corte di appello di Venezia per il riesame e la statuizione anche sulle spese.
Va disposto che in caso di diffusione della presente ordinanza siano omesse le generalità delle parti e dei soggetti in essa menzionati, a norma del D.Lgs. 30 giugno 2003 n. 196, art. 52.

P.Q.M.

– Dichiara inammissibili i motivi primo, secondo e quarto, accoglie il terzo motivo di ricorso; cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di appello di Venezia in diversa composizione anche per le spese;
– Dispone che in caso di diffusione della presente ordinanza siano omesse le generalità delle parti e dei soggetti in essa menzionati, a norma del D.Lgs. 30 giugno 2003 n. 196, art. 52.


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