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Sono legali i siti di annunci di escort (prostitute)?

6 Febbraio 2022
Sono legali i siti di annunci di escort (prostitute)?

Quando c’è sfruttamento della prostituzione: il reato è collegato all’utile. Cosa succede in caso di banner pubblicitari su un sito web di accompagnatrici?

Un tempo, erano gli annunci sui giornali. Oggi, invece, si avvalgono di app e siti specializzati. Le escort hanno trovato nel web un alleato per farsi conoscere. Ma sono legali i siti di annunci di escort (prostitute)? Cosa dice la legge a riguardo? 

Il dubbio sorge perché, se anche è vero che la prostituzione è legale – e pertanto lo è anche la pubblicità – non può dirsi altrettanto dello sfruttamento della prostituzione ossia del comportamento di chi dall’altrui meretricio ricava un lucro. Così, ad esempio, commette sfruttamento della prostituzione colui che affitta casa a una escort a un canone di locazione più alto rispetto a quello di mercato, trattandosi di una indiretta partecipazione agli utili dell’attività che viene svolta in casa. Così com’è stato considerato sfruttamento il comportamento di chi accompagna giornalmente la escort sul ciglio della strada, agevolandone di fatto l’attività (non è invece il caso del cliente che, dopo aver ricevuto la prestazione, le dà un passaggio). 

Potremmo quindi concludere sin d’ora che chi allestisce un sito Internet per scambi di coppia o per escort non commette reato se non ci guadagna, se cioè non chiede una quota di ingresso per inserire l’annuncio o se non svolge altre attività similari. Il reato di favoreggiamento della prostituzione non scatta per il semplice fatto di aver realizzato un sito Internet ove le prostitute sono libere di iscriversi e inserire le proprie offerte alla clientela, con le foto e i recapiti telefonici. L’importante è che il titolare del dominio web non svolga sponsorizzazioni o promozioni di tale “commercio”. In buona sostanza, scatterebbe il reato se il titolare del sito effettuasse – oltre alla predisposizione dello spazio web – altri servizi paralleli come, ad esempio, report fotografici o convenzioni con alberghi e stanze a pagamento. 

Allo stesso modo non commette reato chi crea un’app per escort e ne rende gratuito tanto il download quanto l’utilizzo o la consultazione.

Chi conosce Internet però sa bene che l’intera rete si regge su un enorme polmone: la pubblicità che si raccoglie con i banner ai lati delle pagine web. Ed allora sorge a questo punto un altro dubbio: il fatto che il titolare del sito con annunci di escort guadagni dai banner pubblicitari e non dalle prostitute si può considerare come uno sfruttamento della prostituzione?

Come abbiamo detto in apertura, la prostituzione non è un reato: non commette illecito penale né la escort (l’accompagnatrice), né il suo cliente. Chi consulta un sito di escort non può quindi essere tracciato dalla polizia o indagato. Né un giorno, se qualcuno dovesse scoprire nei cookies o nella cronologia della sua navigazione ad Internet, l’accesso a un sito di prostitute, potrebbe fare nulla. Se non la moglie, ovviamente, poiché, almeno secondo alcune sentenze, il fatto di andare a prostitute o anche solo di chattare con loro online si considera comunque come tradimento e quindi contrario ai doveri del matrimonio. Ma questo è un altro discorso.

Ritorniamo ai banner pubblicitari ai margini di un sito di escort. La Cassazione ha detto che «La pubblicazione di inserzioni pubblicitarie sui siti web, al pari di quella sui tradizionali organi d’informazione a mezzo stampa, deve essere considerata come un normale «servizio in favore della persona». E sempre secondo la Suprema Corte [1], ciò che è vietato dalla legge e che può considerarsi sfruttamento della prostituzione è solo l’«attività di collaborazione organizzativa» con le escort. In pratica, «integra il reato di favoreggiamento della prostituzione la condotta di chi cura la pubblicazione di annunci che promuovono l’attività di prostituzione, qualora questi non si limiti alla semplice pubblicazione ma ponga in essere “servizi aggiuntivi“, tali da rendere più allettante l’offerta di prostituzione e da facilitare il contatto con un numero maggiore di clienti (nella specie, la segretaria di un azienda pubblicitaria forniva assistenza attiva alla formazione dell’annuncio promozionale, suggerendo quali fotografie inserire e offrendo altresì consigli circa i luoghi ove darne diffusione; il procacciatore d’affari della medesima azienda, oltre a curare l’annuncio, assumeva egli stesso l’iniziativa di contattare direttamente persone dedite alla prostituzione proponendo loro l’inserzione pubblicitaria sul sito e sulla rivista “chiamami”) [2]».

Ebbene, la sola predisposizione degli spazi sul sito web su cui poi la concessionaria di pubblicità inserisce i banner – il tutto in automatismo, mediante codici informatici – non è certo un favoreggiamento delle offerte delle escort, ma una forma di ritorno economico per il titolare del sito non collegato alla prostituzione in sé. Tanto è vero che i suddetti banner possono pubblicizzare prodotti di altro tipo, come creme per il corpo, vestiti, vacanze, auto, viaggi o altri siti di incontri: tutte prestazioni pienamente lecite. Sì, è vero, c’è un lucro, ma questo lucro non dipende dall’attività del meretricio, potendo infatti essere conseguito con qualsiasi altro sito Internet, anche su di uno di ricette o di medicina. Quindi, se è vero che lucrare con i banner pubblicitari è legale, lo è anche se il sito internet contiene annunci di escort e, in tali casi, non può essere contestato il reato di sfruttamento della prostituzione. 

A completamento di questa trattazione, parliamo infine dei siti che propongono rapporti sessuali a distanza tramite video, i nipoti dei vecchi telefoni erotici. In questo caso, secondo la Cassazione [3], le prestazioni sessuali eseguite in videoconferenza via web-chat, in modo da consentire al fruitore delle stesse di interagire in via diretta ed immediata con chi esegue la prestazione, con la possibilità di richiedere il compimento di determinati atti sessuali, assume il valore di prostituzione e rende configurabile il reato di sfruttamento della prostituzione per chi recluti gli esecutori delle prestazioni o rende possibili i collegamenti via Internet. Anche in questo caso quindi la predisposizione del sito gratuito è lecito ma non lo è lo sfruttamento economico di ciò. 


note

[1] Cassazione penale sez. III, 12/01/2012, n.4443.

[2] Cassazione penale, sez. III, 19/03/2019, n. 19660.

[3] Cassazione penale sez. III, 04/12/2012, n.49461.

Autore immagine: depositphotos.com


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