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L’Italia può diventare una Repubblica presidenziale?

6 Luglio 2022 | Autore:
L’Italia può diventare una Repubblica presidenziale?

Elezione diretta del Capo dello Stato e aumento dei suoi poteri: è possibile con il nostro attuale sistema costituzionale? Cosa cambierebbe per i cittadini?

La rielezione di Sergio Mattarella per il secondo settennato al Quirinale ha riportato alla ribalta il tema del presidenzialismo. Tutti sanno, o dovrebbero sapere, che l’Italia è una Repubblica di tipo parlamentare: la volontà popolare si esprime eleggendo il Parlamento, il quale, a sua volta, ogni sette anni elegge il presidente della Repubblica. Quindi, nell’attuale ordinamento costituzionale, non sono i cittadini a scegliere direttamente chi sarà il loro capo dello Stato. Per cambiare le cose servirebbe una riforma della Costituzione. Nemmeno il Governo viene scelto dagli italiani con un voto: è il capo dello Stato che nomina il presidente del Consiglio e i ministri che egli individua e propone. Il Governo così formato viene sottoposto all’approvazione del Parlamento e, per entrare in carica, deve ottenere la fiducia da entrambe le Camere. L’Esecutivo deve mantenere costantemente questa fiducia parlamentare durante la sua azione, altrimenti è costretto a dimettersi.

Molti cittadini sono insoddisfatti di queste attuali formule; vorrebbero far pesare di più la loro opinione e partecipare in modo più incisivo alla vita politica del Paese. Così ci si chiede: l’Italia può diventare una Repubblica presidenziale? Per rispondere a questa domanda – che impegna il dibattito politico da decenni, senza che sinora nulla di concreto sia stato fatto – per prima cosa bisogna interrogarsi sui poteri da conferire al Capo dello Stato: sarebbe una guida, un garante, un monarca o cosa? Quali sarebbero i suoi concreti compiti? Dirigerebbe di persona il Governo? E chi potrebbe controllare il corretto esercizio degli ampi poteri che gli verrebbero conferiti? Non sarebbe il caso di accorciare la durata del mandato presidenziale? Una campagna elettorale per l’elezione diretta del capo dello Stato non rischierebbe di scivolare verso il protagonismo, favorendo i candidati più ricchi e potenti anziché le persone più capaci ed equilibrate? Vediamo.

Cosa fa il presidente in Italia e negli altri Stati?

In Italia, i vari poteri del presidente della Repubblica, elencati dall’art. 87 della Costituzione, sono “super partes” rispetto ai tre poteri effettivi (legislativo, esecutivo e giudiziario) e sono stati interpretati ed esercitati in maniera diversa da ciascun capo dello Stato e, talvolta, anche dallo stesso presidente durante l’arco del suo mandato, come nel caso del “picconatore” delle istituzioni, Francesco Cossiga, durante l’ultimo biennio di carica. In ogni caso, il presidente ha il fondamentale ruolo di garante nell’attuazione della Costituzione, di mantenimento dell’unità nazionale e di controllo sul corretto esercizio dei poteri costituzionali da parte dei diversi organi: per questo promulga le leggi, indice le elezioni, può sciogliere le Camere, ha il comando delle forze armate e presiede il Consiglio superiore della magistratura.

Iniziamo col vedere brevemente come funziona la figura del presidente negli altri Stati del mondo: che poteri ha e qual è la formula di governo adottata. È utile vedere qual è l’esperienza, adottata da tempo e quindi ben collaudata, nei sistemi istituzionali diversi dal nostro e in cui il presidente ricopre un ruolo diverso. Parleremo, ovviamente, di Stati democratici, non di regimi dittatoriali.

In molti Stati esteri, il presidente è un organo “forte”, molto più di quello italiano: il caso classico è quello degli Stati Uniti d’America, dove il presidente guida il governo federale e ha poteri molto ampi. Questo enorme ruolo di potere concentrato in un’unica persona è bilanciato dal fatto che le elezioni parlamentari rinnovano la Camera dei deputati a metà del mandato presidenziale (che dura 4 anni e può essere rinnovato solo una volta); quindi, se il popolo non è soddisfatto dell’azione del presidente in carica può votare un Parlamento di segno diverso, che lo ostacolerà fino alla scadenza del suo mandato, rendendo così più difficile la sua rielezione, come è accaduto di recente nel caso di Donald Trump.

In Europa, abbiamo questi principali modelli:

  • il «semipresidenzialismo alla francese», con l’elezione diretta del presidente che dura in carica 5 anni e può espletare due mandati consecutivi. In Francia, il presidente è sostanzialmente anche il capo del Governo: il primo ministro viene da lui nominato ed è privo di autonomia (ad esempio, tutte le decisioni di politica estera spettano al presidente);

  • il «cancellierato alla tedesca»: in Germania, il presidente della Repubblica ha poteri di garanzia simili a quello italiano, e viene anch’egli eletto dal Parlamento, ma il governo centrale è guidato da un Cancelliere, che è la vera figura di spicco ed ha in mano le leve del comando (tutti ricordano la potente Angela Merkel). Secondo la costituzione tedesca, il Cancelliere è individuato nel leader del partito di maggioranza che ha vinto le elezioni, quindi gode di un grande appoggio politico; inoltre, ha la piena responsabilità delle direttive federali (la Germania è una federazione di Stati ad autonomia locale molto forte);
  • il «premierato all’inglese»: nel Regno Unito, il primo ministro ha ampi poteri, fermo restando che il capo dello Stato è il re: da 70 anni, è sul trono la regina Elisabetta II. Il premier può anche convocare le elezioni e revocare i suoi ministri senza dover chiedere il permesso a «Sua Maestà», anche se di fatto iniziative così dirompenti non vengono prese senza essere prima concordate;
  • il «presidenzialismo alla spagnola»: la Spagna è una monarchia costituzionale e le attribuzioni del re corrispondono all’incirca a quelle del nostro presidente della Repubblica, mentre il capo del Governo ha un ruolo analogo a quello del presidente del Consiglio dei ministri in Italia. A parte la corona, non ci sono, quindi, grosse differenze rispetto al nostro Paese.

Presidente della Repubblica: le riforme costituzionali possibili

I principali partiti italiani, del centrodestra e del centrosinistra, vorrebbero riformare profondamente la figura ed il ruolo del presidente della Repubblica. Per farlo, però, le strade si dividono: da un lato c’è chi vorrebbe rafforzare i suoi poteri, affidando al capo dello Stato anche il ruolo politico-esecutivo, e così ponendolo a capo del Governo, direttamente o attraverso una persona di sua fiducia, che comunque risponderebbe a lui del suo operato; dall’altro lato, c’è chi punta all’elezione diretta, lasciando però inalterati i suoi attuali poteri, per evitare di ingigantire il suo ruolo. Infine, c’è chi vorrebbe la soluzione radicale ed estrema, che romperebbe l’attuale assetto costituzionale: elezione diretta del presidente della Repubblica, conferendogli anche tutti i compiti e le prerogative del premier, dunque la direzione e la guida del Governo.

Così facendo, però, bisognerebbe stabilire dei “contrappesi” per bilanciare i poteri che rischiano di diventare eccessivi se attribuiti ad un’unica persona. Le riforme costituzionali di ampia portata, come appunto è la riforma del regime dello Stato repubblicano da parlamentare in presidenziale, vanno pensate non tanto per risolvere i problemi contingenti della situazione attuale, quanto, e soprattutto, per regolare le ipotesi future e al momento imprevedibili: quelle che un domani potrebbero mettere a rischio le istituzioni democratiche se qualche futuro presidente dovesse abusare delle sue prerogative e compiere atti di arbitrio. L’attuale Costituzione, varata quando l’Italia era appena uscita dal regime totalitario fascista, ha ideato una figura presidenziale autorevole e di grande rilievo, ma dotata di poteri “morbidi” proprio per impedire queste eventualità ed evitare di ricadere in una dittatura.

Presidente della Repubblica: le proposte di riforma sul tavolo

Al di là delle difficoltà di attuazione, è comunque presente in molte forze politiche una «voglia di presidenzialismo» che di recente si è trasformata in varie proposte di legge, ora all’esame del Parlamento. In particolare:

  • il Pd vorrebbe far eleggere a suffragio universale – quindi da tutti i cittadini – il Capo dello Stato ogni 5 anni, e dimezzare l’età minima per essere eletto, che attualmente è di 50 anni (una variante prevede di fissare la soglia a 35 anni, un’altra a 40); il presidente manterrebbe intatto il potere di nomina del capo del Governo;
  • i Fratelli d’Italia vorrebbero introdurre la «sfiducia costruttiva»: se il Parlamento toglie la fiducia al Governo (e con questa riforma basterebbe la sfiducia espressa da una sola delle due Camere), indica anche la persona alla quale il presidente della Repubblica deve conferire l’incarico di formare il nuovo Esecutivo; in questo modo, la discrezionalità del capo dello Stato nell’individuare la figura del nuovo premier viene eliminata, e si riduce il rischio di “crisi al buio”.

L’iter parlamentare di approvazione di queste riforme, o di altre che potranno essere presentate, è lungo e tortuoso: lo dimostra il fatto che le proposte di legge cui abbiamo accennato (una presentata nel 2018 e l’altra nel 2020) non hanno sinora fatto passi avanti, così come le proposte elaborate dalla Commissione bicamerale alla fine degli anni ’90 erano cadute nel vuoto.

Presidente della Repubblica: come si può cambiare la Costituzione?

La complessità del passaggio dell’Italia verso una Repubblica di tipo presidenziale non è solo a livello politico, cioè nell’individuare quale, tra le tante soluzioni teoricamente possibili, sia la scelta “migliore” per l’Italia, ma anche, nel fatto che una riforma di questo genere richiede necessariamente la modifica della Costituzione. Per realizzarla occorre un ampio consenso: serve la doppia approvazione della nuova legge da parte della Camera dei deputati e del Senato (con tre mesi di tempo per ogni passaggio tra i due rami del Parlamento, per favorire un’ulteriore riflessione) e all’esito c’è la possibilità di un referendum confermativo, da tenersi nel caso in cui l’approvazione parlamentare avvenisse senza la maggioranza qualificata dei due terzi.

Tutte le proposte in corso, e quelle che verranno lanciate, devono fare i conti con questa esigenza di praticabilità concreta. Quindi, la trasformazione dell’Italia in una Repubblica presidenziale – di cui si parla ormai dagli anni Ottanta – è più facile a dirsi che a farsi, e in realtà rimane ad oggi del tutto incerta nel se, nel come e nel quando.



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