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Revisionismo: dire che l’olocausto degli ebrei non è esistito è reato

6 Febbraio 2022
Revisionismo: dire che l’olocausto degli ebrei non è esistito è reato

Shoah: non è libertà di espressione del pensiero dire che il numero di ebrei morti nei campi di concentramento è inferiore a quello che si dice.  

Tra ignoranza e manie di protagonismo, le tesi balorde che quotidianamente vengono proclamate sui social e sui video non si contano più. Così c’è anche chi, con la scusa del revisionismo storico, afferma che la Shoah non è mai esistita o comunque che l’olocausto degli ebrei è stato di dimensioni inferiori rispetto a quelle consegnateci dai libri di storia e dai documentari storici. 

Il punto però è che non tutto si può dire quando lede la dignità delle altre persone o di popoli interi e, soprattutto, quando è una menzogna smentita dai fatti e dalle carte. Così, secondo la Cassazione [1], dire che l’olocausto degli ebrei non è esistito è reato. La conferma è in una recentissima sentenza. 

Secondo la Corte, quello che – con un eufemismo – potremmo definire «revisionismo storico» non rientra, in questo caso specifico, nella libertà di pensiero riconosciuta dalla Costituzione. Né chi minimizza lo sterminio di 6 milioni di persone, può invocare la buona fede dell’ignoranza o il fatto di non aver letto e studiato: l’Olocausto è stato ormai definitivamente accertato, anche grazie allo Stato che ha messo a disposizione gli strumenti culturali per far conoscere la tragedia del popolo ebraico.

La base di queste argomentazioni è la legge. In particolare, l’articolo 604-bis del Codice penale punisce la propaganda e l’istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale etnica e religiosa. La norma è di recente conio: inserita nel 2018, a seguito del dilagante fenomeno dell’odio razziale sui social, essa prevede la reclusione fino ad un anno e sei mesi o con la multa fino a 6.000 euro per chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, oppure istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Una norma che calza a pennello per chi dice che gli ebrei avrebbero inventato la storia dell’olocausto. E l’aggravante scatta non solo per chi nega completamente la Shoah ma anche per chi la minimizza. Quindi, dire che Auschwitz non è esistito equivale a dire che ad Auschwitz sono morti sì dei prigionieri, ma in misura inferiore di quanto dicono gli storici.

Non si possono negare i campi di concentramenti e il genocidio degli ebrei

Proprio su queste argomentazioni si fonda la condanna – confermata anche in ultimo grado – di un uomo che, il 27 gennaio 2017, nella Giornata della Memoria, aveva affisso nelle vie di Milano volantini con l’immagine di Pinocchio con la scritta sul naso «Made in Israel». Nei manifestini si ricordavano poi i libri, venduti nelle aree di servizio dell’autostrada «tra una caciotta e un culatello», che riportavano i racconti di esseri umani trasformati in bottoni e saponette. Una cultura ufficiale che – secondo gli scritti che la Cassazione definisce aberranti – avrebbe paura degli studi revisionisti, perché ha qualcosa da nascondere.

A chi ritiene che si tratti di teorie aberranti, frutto di isolati casi di demenza o di ignoranza, basterà dare uno sguardo ai social e ai gruppi Telegram dove migliaia di persone si riuniscono sotto la guida “spirituale” dei loro leader. Secondo la Cassazione però, in questi casi, si può parlare di una sorta di continuità tra politica nazista e occultamento delle prove del genocidio. Obiettivo degli autori «che si definiscono storici» è convincere che la Shoah sia una grande impostura. Il fine vero non è «la ricerca della verità, ma piuttosto quello (inaccettabile) di riabilitare il regime nazionalsocialista». 

La rilettura della storia non rientra neanche nell’articolo 10 della Carta Europea dei diritti dell’uomo che sancisce il diritto alla libertà di espressione. Difatti, già in passato, il tribunale distrettuale di Losanna ha condannato il nazionalista turco Dogu Perinçek per negazionismo, per aver negato il genocidio degli armeni. Morti non negati da Perinçek, ma attribuiti a ragioni belliche e non considerati genocidio.  

Nel caso di specie l’imputato, nato nel 1992, si era giustificato con la buona fede. Scusa inaccettabile visto che esiste la giornata della Memoria. Questa fu istituita il 1º novembre 2005 e viene celebrata ogni anno il 27 gennaio giorno in cui, nel ’45, l’Armata rossa entrò ad Auschwitz documentando l’orrore. L’imputato però – conclude la Cassazione – non si è giovato di quell’insegnamento e invece di adoperarsi perché un simile sterminio non potesse più accadere, si è impegnato a negarlo.


note

[1] Cass. sent. n. 3808/2022.

Autore immagine: depositphotos.com


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1 Commento

  1. “Te lo dò io”…, il revisionismo… Era ora che “qualcuno” ci arrivasse!!! Un GRAZIE grosso così alla Suprema Corte per aver finalmente avuto il coraggio, a 77 anni dalla Liberazione di Auschwitz, di metterlo inconfutabilmente e incontrovertibilmente “nero su bianco”!!!

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