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Divorzio e separazione: aspetti legali ed economici

22 Agosto 2014
Divorzio e separazione: aspetti legali ed economici

Separazioni soft e procedure veloci; regolare il mantenimento con gli accordi; tutto sulle udienze.

In attesa dell’ok definitivo al divorzio breve, dalle aule giudiziarie arrivano stimoli volti ad accelerare la tempistica delle separazioni. O comunque a rendere più soft la fase del distacco. Ecco che, per evitare successive controversie, sempre più pronunce riconoscono validità agli accordi di separazione, nell’intento di ridurre i casi in cui la crisi coniugale sfoci in una vera e propria guerra processuale. Guerra in cui, se il bottino è la casa o l’assegno, i figli diventano spesso un’incolpevole vittima dei brutali contrasti tra i genitori.

È preferibile, dunque, che il coniuge giochi d’anticipo, e stipuli intese economiche volte a chiudere i conti con l’ex. Questi accordi agevolano la strada a una separazione consensuale, che resta la soluzione migliore per tutti. Non ogni patto, però, come insegnano le sentenze e come vedremo, può ritenersi legittimo.

Ancora nel senso di un netto taglio dei tempi, i giudici non mancano di ricordare che la coppia può intanto separarsi, e poi, in una causa a sé, discutere di questioni più controverse, quali l’assegno o la titolarità dei beni. Circostanze in cui è preferibile chiedere una sentenza parziale che pronunci la separazione, data da cui inizieranno a decorrere i tre anni (o sei o 12 mesi, se la riforma in discussione in Parlamento sarà approvata definitivamente) per avanzare richiesta di divorzio.

Non solo. Il divorzio breve, a ben vedere, è già realtà in alcune ipotesi specifiche. Lo si apprende dalle più recenti sentenze, intervenute ad affermare la possibilità che a questo iter più veloce possano accedere sia gli stranieri che abbiano contratto matrimonio in un Paese dove ciò sia consentito sia le coppie che si sono sposate in Italia, ove a permetterlo sia la legge nazionale di uno dei consorti.

Va segnalato che – per evitare il moltiplicarsi di vertenze, successive alla causa di separazione o di divorzio, e volte a ottenere la revisione di un assegno quantificato, a suo tempo, in base a redditi non effettivi delle parti – si può ricorrere alle indagini tributarie. E, se l’accesso ai documenti fiscali del coniuge porrà evidenti problemi, va da sé che per far luce sulle reali entrate dell’ex, specialmente se titolare di azioni o amministratore societario, non resterà che affidare il compito alla polizia tributaria, che agirà se autorizzata dal giudice.

Cos’è l’assegno di mantenimento

L’assegno, o per meglio dire l’assegno di mantenimento, è un provvedimento economico che viene preso dal giudice in sede di separazione tra coniugi. Consiste nel versamento di una somma di denaro, suscettibile di revisione nel tempo, al coniuge economicamente debole o agli eventuali figli nati dal matrimonio. L’assegno può anche essere rimesso ad accordi liberamente sottoscritti dalla coppia.

DIVORZIO BREVE

Basteranno sei mesi per sciogliere il matrimonio

A un passo dall’entrata in vigore del divorzio breve, circa 200mila coppie sono pronte a presentare le carte. Secondo le nuove norme, basteranno 12 mesi (sei in caso di separazione consensuale, anche in presenza di figli minori) perché i coniugi possano chiedere lo scioglimento del matrimonio. Taglio netto, dunque, agli attuali tre anni di ininterrotta separazione.

In realtà, la procedura diventa ancora più spedita, se si pensa che il periodo di “riflessione obbligatoria” che la legge italiana esige per riconquistare lo stato civile libero – che oggi scatta dall’udienza presidenziale, da fissare entro 90 giorni dal deposito del ricorso – inizierà a decorrere già dalla notifica della domanda di separazione.

Un’altra novità è che, nel caso in cui all’instaurarsi del giudizio di divorzio penda ancora quello di separazione su domande accessorie (addebito, casa, restituzione degli assegni di mantenimento poi revocati eccetera) la causa sarà assegnata allo stesso giudice della separazione.

Se poi la separazione è consensuale, i sei mesi si conteranno dal deposito del ricorso o dalla sua notifica, se presentato da un solo coniuge.

Anticipata anche la divisione dei beni comuni, ora possibile solo a seguito di pronuncia definitiva di separazione. La nuova legge, infatti, prevede che la comunione tra marito e moglie possa sciogliersi ove richiesto già alla prima udienza presidenziale.

Riforma a parte, in alcuni casi il divorzio breve è già realtà. Lo è, ad esempio, in caso di matrimonio di un italiano con uno straniero, la cui nazione consenta lo scioglimento anticipato del vincolo. Ciò, grazie al Regolamento Ue (Regolamento “Roma III”) in vigore nei Paesi membri accordatisi sulla legge applicabile al divorzio e alla separazione (Austria, Belgio, Germania, Francia, Spagna, Italia e molti altri) [1].

Tra le prime applicazioni c’è la sentenza emessa dal Tribunale di Parma [2] con la quale i giudici hanno permesso a una coppia di chiedere direttamente il divorzio, senza prima separarsi. In realtà, i coniugi – lui italiano, lei spagnola – avevano scelto di comune accordo la legge ispanica quale disciplina che avrebbe regolato il loro rapporto matrimoniale in caso di rottura. Del resto, precisano i giudici parmensi, la normativa straniera in questione [3] non contrasta con l’ordine pubblico interno.

Una soluzione simile è ipotizzabile anche nel caso in cui i consorti siano entrambi stranieri e residenti in Italia, purché abbiano celebrato le nozze in uno dei Paesi in cui la domanda di divorzio possa presentarsi senza attendere il decorso di un periodo di separazione. In tal caso, la richiesta di scioglimento del matrimonio potrà essere avanzata anche a un giudice italiano, tenuto ad accertare solo l’irreversibilità della crisi e la rispondenza della decisione all’effettiva volontà di entrambi. Presenti tali condizioni, egli non potrà che pronunciare immediatamente il divorzio.

ACCERTAMENTI SUI BENI

Il giudice può ordinare indagini sul patrimonio

È possibile mirare a una quantificazione dell’assegno più equa possibile, limitando le future domande di revisione ai soli casi in cui la situazione economica dei coniugi cambi effettivamente. Occorre un accertamento sui beni del coniuge: attività di indagine, svolta dalla polizia tributaria su impulso del giudice, o da uno stesso dei consorti, utilissima per scovare rendite o guadagni “nascosti” dell’altro. Infatti, i coniugi sono tenuti a produrre in giudizio solo la dichiarazione dei redditi (solitamente degli ultimi tre anni). Cud ai quali il consorte ha pieno diritto di accesso (non sono ritenute informazioni “sensibili” per la privacy) previa richiesta scritta motivata [4].

Tuttavia, questi carteggi potrebbero non bastare a far luce sulle reali condizioni economiche della parte tenuta al versare l’assegno. Occorrerà, allora, acquisire altre informazioni. All’attività svolta direttamente dalla parte, però, potrebbe affiancarsi quella della polizia tributaria, incaricata dal giudice – ove il tenore di vita del coniuge contrasti con i redditi dichiarati o la documentazione prodotta sia carente – ad effettuare accertamenti più approfonditi. Tra questi, l’acquisizione di certificazioni inerenti la titolarità di conti correnti, di depositi bancari, di titoli, di obbligazioni o di partecipazioni azionarie in società.

Non solo. Indicatori importanti dello stato economico e patrimoniale del soggetto saranno anche le visure di posizioni personali presso le Conservatorie dei registri immobiliari o il Pubblico registro automobilistico.

C’è anche una seconda via: procurarsi ogni notizia utile a ricostruire le sostanze del coniuge, avvalendosi di colloqui con amici, familiari o colleghi di lavoro.

Va detto, però, che la recente giurisprudenza abbia posto l’accento sulla natura totalmente discrezionale del potere del giudice di ordinare gli accertamenti tributari [5]. Ecco che, se grazie allo specifico potere di introduzione d’ufficio di mezzi prova il giudice potrà optare per le indagini fiscali, potrebbe però anche decidere di non disporle. Ciò, persino nel caso in cui dai documenti allegati e dai riscontri, siano emerse evidenti incongruità o forti sospetti che il coniuge obbligato all’assegno possa godere di redditi occulti non dichiarati.

Si consideri, infatti, che il potere d’intervento giudiziale a fine d’indagine patrimoniale, resta pur sempre un potere eccezionale, che esula dall’ordinario iter processuale e a cui si dovrebbe ricorrere solo ove non si riesca altrimenti ad accertare lo stato patrimoniale o economico del soggetto [6]. Va da sé che l’eventuale iniziativa di accertamento promossa dal giudice, non libererà la parte che abbia agito per l’ottenimento dell’assegno, dall’onere di dimostrare fatti e circostanze posti a base della domanda.

Una sentenza non definitiva per accelerare i tempi

Il divorzio breve è in arrivo. Ma uno strumento per le coppie che hanno fretta di divorziare c’è già nel Codice attuale. All’udienza di comparizione davanti al giudice, infatti, moglie e marito – che siano in lite per questioni più complicate (addebito, casa, proprietà, affidamento dei figli) – possono sempre chiedere una sentenza non definitiva di separazione [7].

La domanda permetterà al giudice di dichiararne subito la separazione, così che possa scattare immediatamente il decorso del periodo di attesa (per ora ancora tre anni) necessario per avviare le pratiche del divorzio. Pronunciata la sentenza, poi, il processo proseguirà, con i suoi tempi, per l’istruttoria del caso e la successiva decisione, relativa alle ulteriori domande accessorie avanzate dalle parti.

In questo modo, oltre a tagliare i tempi per ottenere il divorzio, si eviteranno spiacevoli inconvenienti: che la richiesta di addebito sia formulata dal coniuge al solo scopo di prolungare la prosecuzione del giudizio o che la stessa sia usata come ricatto per costringere il consorte, esasperato dalle attese processuali, ad accettare condizioni economiche onerose. Altro rimedio utile, affinché il coniuge cui sia stata addebitata la crisi rinunci a contestare la decisione è quello di impugnare solo il capo della sentenza che gli attribuisca la responsabilità per la fine del matrimonio. È così che la pronuncia di separazione diverrà comunque definitiva e si potrà, al decorrere dei tre anni, presentare l’attesa domanda di divorzio.

ACCORDI PREVENTIVI

Si può concordare la vendita della casa

La fine di un matrimonio non è mai indolore, ma trovare un’intesa con il coniuge che possa favorire una separazione consensuale è un’ottima soluzione per ridurre al minimo il conflitto. Attenzione, però. Non tutti gli accordi possono ritenersi validi. A fissare i paletti su quello che si può mettere nero su bianco sono i giudici. Vediamo, allora, cosa si può pattuire, e cosa no, con gli accordi di questo tipo.

In linea di massima, questi patti si riterranno validi purché non siano vietati dalla legge o ledano diritti inderogabili del coniuge. Sarebbe illegittimo, ad esempio, l’accordo che escluda – in caso di futuro divorzio – il diritto all’assegno senza l’approvazione del giudice, costringendo di fatto il coniuge economicamente debole a non lasciare il partner [8]. Sarà efficace, invece, la scrittura privata con cui la coppia preveda che, in caso di futura separazione, la casa coniugale sarà messa in vendita e il ricavato spartito in parti uguali, a prescindere dal contributo impiegato da ciascuno per l’acquisto.

La firma dell’accordo chiude ogni rapporto patrimoniale tra le parti, per cui il coniuge che abbia contribuito in maniera più rilevante non potrà poi cambiare idea e riavere indietro le somme versate [9]. Al riguardo, merita particolare attenzione la questione inerente l’accordo che sancisca la vendita del tetto coniugale, da un consorte all’altro, motivata come modalità alternativa – e una tantum – all’assegno di mantenimento, ma che in realtà sottende ragioni ben diverse, come “salvare” il bene dai creditori. In questo caso l’atto potrebbe essere dichiarato inefficace.

Senz’altro legale, invece, sarebbe una scrittura privata che stabilisce l’obbligo di restituire al coniuge – all’atto della separazione – i denari ricevuti in prestito durante la vita matrimoniale. Del resto, nessuna norma vieta a moglie e marito di mettere per iscritto l’esistenza di un mutuo e concordarne le modalità di estinzione [10].

Esiste, infine, la possibilità di stilare una convenzione – omologabile dal giudice – con cui la coppia disponga il trasferimento a titolo gratuito di determinati beni ai figli. Atto che, precisa la Cassazione con sentenza [11], non deve necessariamente assumere la forma di una donazione e può dirsi valido siccome non contrario a norme imperative o a diritti indisponibili dei coniugi.

Richiedere l’addebito per il coniuge allunga i tempi

Ho appena scoperto che mia moglie ha condotto una doppia vita a lungo, ma vorrebbe che firmassi una separazione consensuale in tutta fretta. Se chiedessi l’addebito, quali vantaggi pratici avrei se fosse riconosciuto? Quanto tempo ci vorrebbe? Potrei fare richiesta in un secondo momento?

La domanda per far dichiarare a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione, per il suo comportamento contrario ai doveri derivanti dal matrimonio, può essere svolta, con le relative prove, solo nella separazione giudiziale. Oltre alla valenza etica o morale, due sono le conseguenze pratiche: il coniuge cui è stata addebitata la separazione non è chiamato all’eredità dell’altro coniuge e, se è il più debole economicamente, non ha diritto al mantenimento ma solo agli alimenti (lo stretto necessario per sopravvivere). I tempi, pur dipendenti da molte variabili nel caso concreto, sono senz’altro più lunghi, rendendosi necessarie l’istruttoria e la fase decisoria (possiamo ipotizzare un paio d’anni). Il lettore non potrà più chiedere l’addebito se sceglierà la via della separazione consensuale; potrebbe però rinunciarvi nel corso di una giudiziale, durante la quale gli accordi sono sempre possibili.

Le«altre» nozze dello straniero sciolgono il matrimonio

Sono italiana e ho sposato uno straniero, che poco dopo è andato al suo Paese per trovare la famiglia e farle sapere della nostra unione, ma sembra che là abbia sposato un’altra donna, per far contenti i genitori. Quanto tempo mi servirà per liberarmi da questo vincolo?

L’ulteriore matrimonio del coniuge straniero è uno dei pochi casi in cui la legge sul divorzio prevede che un coniuge cittadino italiano può chiedere direttamente il divorzio, senza che sia passata in giudicato la sentenza di separazione giudiziale o vi sia stata omologa di quella consensuale e siano trascorsi i tre anni.


note

[1] Regolamento UE 1259/2010.

[2] Trib. Parma, sent. n. 599/2014.

[3] Artt. 88 e 81 cod. civ. spagnolo.

[4] Art. 5 della legge sul divorzio (n. 898/70) e dell’art. 706 cod. proc. civ.

[5] Cass. sent. n. 8875/2014.

[6] Cass. sent. n. 11415/2014.

[7] Art. 709-bis cod. proc. civ.

[8] Cass. sent,n. 2948/2014.

[9] Cass. sent. n. 4210/2014.

[10] Cass. sent. n. 19304/2013.

[11] Cass. sent. n. 21736/2013.

Autore immagine: 123rf com


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1 Commento

  1. I tee anni dalla separazione per potere chiedere il divorzio oggi decorrono dalla prima udienza della causa di separazione. La sentenza parziale di pronuncia della separazione potrebbe servire se decorsi i tre anni il giudizio di separazione fosse ancora pendente e si volesse accedere comunque subito al divorzio. La giurisprudenza non è univoca sull’ammissione della sentenza parziale di separazione spesso la domanda non viene accolta e occorre attendere la sentenza definitiva.

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