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Se acquisti da una azienda all’estero dove fare la causa?

24 Agosto 2014
Se acquisti da una azienda all’estero dove fare la causa?

Competenza territoriale: per le controversie tra stati interni alla Comunità Europea vale il foro del consumatore.

Che succede se, in una controversia legale, le parti in causa appartengono

a Paesi diversi? Quale tribunale sarà chiamato a decidere?

Un problema di non poca importanza in un’era dove internet ha consentito a numerose aziende di farsi conoscere da una clientela non esclusivamente locale, ma anzi di vendere prodotti e servizi anche all’estero e con estrema facilità. Peraltro, proprio la distanza geografica tra le parti potrebbe dissuadere l’acquirente dal far valere i propri diritti in caso di contestazioni: ragion per cui la questione è stata presa in considerazione e risolta dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea con una sentenza storica e risolutiva [1].

La questione si può sintetizzare con il seguente quesito: a quale giudice deve rivolgersi il consumatore europeo che ha una controversia con un professionista (ossia una persona fisica o giuridica che venda beni o servizi nell’ambito della propria attività commerciale o professionale) di un altro Stato membro?

Stando ad un regolamento della Comunità Europea [2], la competenza del giudizio spetterebbe ai giudici del Paese del professionista denunciato dal consumatore. In pratica, se si vuol fare causa a un sito tedesco, ci si deve rivolgere a un tribunale tedesco.

Tuttavia, il principio, di carattere generale, per cui un cittadino può essere giudicato solo dai giudici del proprio Stato trova, ogni tanto, delle eccezioni. E questo è uno di quei casi.

Si può, infatti, ricorrere ai giudici di casa propria se le attività del professionista

sono “dirette verso lo Stato del consumatore”.

In pratica, se il professionista manifesta la propria volontà di avviare relazioni commerciali con i consumatori di un altro Stato, il processo può tenersi nel Paese dove risiede il consumatore.

Questa volontà può esprimersi, per esempio, se il sito offre i propri servizi in più Stati membri o se l’attività svolta ha carattere internazionale (è il caso del settore turistico). L’attività transfrontaliera del professionista può essere dimostrata da più fattori: i recapiti telefonici con indicazione del prefisso internazionale, l’utilizzo di un nome di dominio neutro del sito (“.com” o “.eu” e simili).

 

La Corte di giustizia non è competente a risolvere le controversie, ma risponde alle questioni che le vengono poste dai giudici nazionali.

Nella sostanza, dunque, in caso di controversia con un professionista di un altro Paese europeo, il consumatore ha diritto di ricorrere al giudice del proprio Stato se è evidente che il professionista intende offrire i propri servizi oppure i propri beni al Paese del consumatore.

Più in generale, ricordiamo anche che i consumatori che acquistano beni oppure servizi da una società di un altro Stato comunitario, possono fare riferimento alla Convenzione di Roma del 1980, che prevede che i contratti siano regolati dalla legge del Paese dove risiede il consumatore (tutto questo a meno che le parti decidano diversamente)


note

[1] C. Giust. sent. C 585-08 del 7.12.2010.

[2] Regolamento CE n. 44/2001.

Autore immagine: 123rf com


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