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Diffamazione sui social: come si prova?

9 Febbraio 2022 | Autore:
Diffamazione sui social: come si prova?

La condanna scatta anche se la polizia non è risalita all’indirizzo Ip? È sufficiente il nickname del profilo per provare la responsabilità per diffamazione?

La diffamazione è sicuramente il reato più commesso sui social network. Un commento inopportuno, una critica troppo forte o un’immagine sconveniente possono far scattare il delitto. Si pensi, ad esempio, a chi pubblica una foto che ritrae una persona in una posa ridicola solamente per sbeffeggiarla. Provare il reato non è sempre facile, in quanto il colpevole può celarsi dietro a un nickname falso. Con questo articolo ci occuperemo proprio di questo argomento: vedremo cioè come si prova la diffamazione sui social.

Una recente sentenza della Corte di Cassazione [1] ha stabilito che, per condannare una persona per diffamazione sui social, è sufficiente che il post oltraggioso sia riconducibile all’utente anche senza risalire al suo indirizzo Ip, cioè a quel numero di protocollo univoco che identifica una connessione.

In altre parole, secondo la Suprema Corte, si può essere condannati per diffamazione in base al semplice nome e cognome che risultano nel proprio profilo, senza che si possa accampare la scusa che lo stesso sia stato usato da altri o che ci sia stata una sostituzione di persona, a meno che non si provi di aver sporto denuncia. Se la questione ti interessa, prosegui nella lettura: vedremo insieme come si prova la diffamazione sui social.

Quando c’è diffamazione?

C’è diffamazione ogni volta che si offende la reputazione di una persona assente, davanti ad almeno altre due persone.

Non è quindi diffamazione spettegolare con il proprio amico alle spalle di qualcuno, mentre lo è farlo al cospetto di più persone (almeno due, come detto), se i commenti sono oltraggiosi.

Non è diffamazione messaggiare con un amico sparlando di qualcun altro, mentre lo è se ciò avviene in una chat di gruppo.

Il reato scatta solo se c’è offesa alla reputazione, per tale dovendosi intendere la considerazione che gli altri hanno della vittima. La reputazione può essere di qualsiasi tipo: professionale, sociale, familiare, ecc.

Ad esempio, può essere diffamazione mettere in giro la voce che una donna non è una buona madre perché lascia da soli i figli, oppure che un avvocato è un pessimo professionista.

Diffamazione sui social: come funziona?

La diffamazione sui social avviene pubblicando un commento offensivo visibile a tutti o a una cerchia di persone (gruppo su Facebook o bacheca visibile solo ad alcuni, ad esempio).

Quella sui social network si configura come diffamazione aggravata, punita più severamente rispetto a quella vista in precedenza: mentre la “diffamazione semplice” può essere punita al massimo con una multa, la diffamazione aggravata è punita con la reclusione da sei mesi a tre anni o con una multa non inferiore a 516 euro [2].

La diffamazione tramite social è particolarmente grave perché l’offesa può essere letta da un numero indeterminato di persone. Praticamente, oltraggiare qualcuno sui social è come farlo in un luogo pubblico, davanti a tutti.

La diffamazione sui social può avvenire con un insulto (come una parolaccia, ad esempio), una forte critica (tipo “sei un corrotto”), con un disegno (ad esempio, una vignetta oscena) o con una foto.

Come provare la diffamazione sui social network?

Ci sono diversi modi di provare la diffamazione subita su un social network (Facebook, Instagram, ecc.). Il più comune consiste nel fare uno screenshot dell’insulto, stamparlo e poi portarlo ai carabinieri.

Questo metodo, però, non è sempre efficace, in quanto è risaputo che, tramite software e app, è possibile modificare le immagini. E così, qualcuno potrebbe anche fare uno screenshot, alterarlo e poi accusare ingiustamente qualcuno che, in realtà, non ha fatto nulla.

Va poi considerato che il profilo di una persona potrebbe anche essere stato utilizzato da altri, con o senza il consenso del titolare.

Ad esempio, se il profilo di un ragazzo è usato dalla sua fidanzata per lanciare insulti alle altre donne, della diffamazione potrebbe ingiustamente essere accusato il titolare dell’account. Allo stesso modo si pensi agli hacker che prendono il controllo dei profili altrui.

Ecco perché, per andare sul sicuro, la polizia postale preferisce incastrare il responsabile di una diffamazione sui social individuando:

  • il codice Id, cioè il numero che identifica in maniera univoca e infallibile l’account di ogni utente iscritto ad un social network (pe saperne di più si legga l’articolo Si può risalire a un profilo falso Facebook o Instagram?);
  • l’indirizzo Ip, cioè il numero di protocollo che identifica in maniera certa il punto da cui è avvenuta la connessione internet.

Diffamazione social: serve sempre l’indirizzo Ip?

Secondo la sentenza della Corte di Cassazione citata in apertura, per dimostrare la responsabilità penale del diffamatore sui social non occorrono necessariamente prove certe come quelle fornite dal codice Id o dall’indirizzo Ip: sono sufficienti gli indizi, purché siano gravi, precisi e concordanti.

Nel caso affrontato dalla Suprema Corte, pur in assenza dell’indirizzo Ip, i giudici hanno ritenuto provata la responsabilità del titolare dell’account solo sulla base dei commenti (offensivi) da lui pubblicati, senza ulteriori indagini sull’identità effettiva di chi li scrivesse.

In pratica, è sufficiente il nickname del profilo se non ci sono motivi di dubitare che le espressioni diffamatorie provengano proprio dal titolare formale dell’account.

Per la Cassazione, la condanna per diffamazione scatta anche su base indiziaria, a fronte della convergenza, pluralità e precisione di dati quali il movente, l’argomento del forum su cui avviene la pubblicazione, il rapporto tra le parti, la provenienza del post dalla bacheca virtuale dell’imputato, con utilizzo del suo nickname, anche in mancanza di accertamenti circa la provenienza del post di contenuto diffamatorio dall’indirizzo Ip dell’utenza telefonica intestata all’imputato medesimo.

Ad esempio, se è risaputo che due profili si “punzecchiano” in una pagina dedicata ai motori oppure su un forum che parla di calcio, nel momento in cui uno di essi dovesse superare i limiti e pubblicare commenti diffamatori non ci sarebbe bisogno di controllare anche l’indirizzo Ip, in quanto la nota rivalità è già di per sé indizio che rivela la volontà colpevole dell’autore del post.

Secondo la Corte di Cassazione, anche l’assenza di una querela per furto di identità da parte dell’intestatario della bacheca sulla quale c’è stata la pubblicazione dei post incriminati è dimostrazione del fatto che l’autore della diffamazione sia proprio il titolare formale del profilo.

In sintesi: si può essere condannati per diffamazione in base al semplice nome che risulta nel proprio profilo, senza che si possa accampare la scusa che lo stesso sia stato usato da altri o che ci sia stata una sostituzione di persona, a meno che non si provi di aver sporto denuncia.


note

[1] Cass., sent. n. 4239 del 7 febbraio 2022.

[2] Art. 595 cod. pen.

Autore immagine: canva.com/

Cass. pen., sez. V, ud. 21 ottobre 2021 (dep. 7 febbraio 2022), n. 4239

Presidente Palla – Relatore Calaselice

Ritenuto in fatto

  1. Con la sentenza impugnata, la Corte d’appello di Campobasso ha confermato la condanna, emessa dal Tribunale in sede, in data 31 gennaio 2020, nei confronti di C.S., in relazione al reato di cui all’art. 595 c.p., comma 3, alla pena di Euro ottocento di multa, oltre al risarcimento del danno in favore della parte civile, con la sospensione condizionale della pena e la non menzione della condanna nel certificato giudiziale, diffamazione commessa a mezzo del social network facebook.
  2. Avverso la descritta sentenza ha proposto tempestivo ricorso per cassazione l’imputato, per il tramite del difensore di fiducia, denunciando due vizi, riassunti ai sensi dell’art. 173 disp. att c.p.p..

2.1. Con il primo motivo si denuncia erronea applicazione degli artt. 24,27 e 111 Cost., artt. 6 e 13 CEDU, artt. 47,48,49 della Carta dei diritti fondamentali della Unione Europea, artt. 192 e 533 c.p.p., vizio di motivazione e travisamento della prova.

La sentenza fonda su congetture, non risultando individuato l’indirizzo IP ed i file di log, unici a fornire la certa riferibilità del post all’imputato attraverso il proprio profilo facebook.

Sicché, vi sarebbe travisamento della prova testimoniale del teste C., escusso su tale argomento

Non vi sarebbe nemmeno certezza circa l’identità della persona offesa. Le parti, all’epoca del post militavano nella stessa area politica. Il C. non avrebbe potuto rivolgersi, con i toni usati, proprio al M., peraltro con un gergo contrario alla comune matrice politica di provenienza (PCI).

Vi sarebbe, poi, inversione dell’onere probatorio avendo la Corte territoriale escluso che l’imputato abbia fornito una versione alternativa a quella dell’accusa.

2.2. Con il secondo motivo si denuncia inosservanza ed erronea applicazione degli artt. 595 e 51 c.p., artt. 1,2,3 e 21 Cost., art. 10 Convenzione Europea dei diritti dell’uomo.

Il post incriminato rimanda ad un giornalista, ex dipendente delle ferrovie dello Stato, ex sindacalista, con indicazioni che, secondo la Corte territoriale, riconducono al M. Si osserva, però che il nominativo dell’offeso non viene mai fatto, che non è chiaro il contenuto offensivo del post (“pseudo giornalaio”, “ex finto proletario”, “pagato per blaterare”) nè dell’animus diffamandi.

In ogni caso, ricorrerebbe per il ricorrente, l’esercizio del diritto di critica politica, posto che i termini utilizzati sono contenuti e rispondono a tale finalità.

M., per la Corte territoriale, era stato fortemente critico verso l’imputato, all’epoca amministratore regionale, per quanto concerne la delega che, nella veste di consigliere regionale, C. aveva ricevuto dal Presidente della Regione, per la gestione della protezione civile circa i disastri che avrebbero potuto subire i cittadini molisani per questa nomina. Quindi il post rientrerebbe nei margini della critica politica, aspra espressione di un dissenso motivato e, comunque, sarebbe giustificato dalla provocazione subita da C., ai sensi dell’art. 599 c.p..

  1. Il Procuratore generale presso questa Corte, ha fatto pervenire requisitoria scritta, D.L. 28 ottobre 2020, n. 137, ex art. 23, comma 8, convertito, con modificazioni, dalla L. 18 dicembre 2020, n. 176, prorogato, quanto alla disciplina processuale, in forza del D.L. 1 aprile 2021, n. 44, art. 1, con la quale ha chiesto il rigetto del ricorso.

3.1. La parte civile ha concluso, in data 21 ottobre 2021, chiedendo il rigetto del ricorso e la condanna alle spese, depositando nota (con spese quantificate in Euro 3.510,00 oltre accessori).

3.2. La difesa ha fatto pervenire memoria di replica alla requisitoria del Procuratore generale, depositata il 15 ottobre 2021, con la quale ha chiesto l’accoglimento dei motivi argomentando ulteriormente le censure proposte con il ricorso, con particolare riferimento all’ampiezza del diritto di critica politica e alla legittimità, in tale ambito, dell’uso di toni aspri, in conformità all’interpretazione dell’art. 10 della CEDU, conformemente alla giurisprudenza di legittimità e della Corte di Strasburgo.

Considerato in diritto

Il ricorso è infondato.

  1. Il primo motivo è infondato.

Non vi è dubbio che il delitto di diffamazione possa essere commesso anche a mezzo di internet, con uso dei soda network (Sez. 1, n. 24431 del 28/04/2015, Rv. 264007; Sez. 5, 28 ottobre 2011 n. 44126; Sez. 5, 17 novembre 2000, n. 4741; Sez. 5, 4 aprile 2008 n. 16262, 16 luglio 2010 n. 35511) e che tale ipotesi integra l’ipotesi aggravata di cui al comma 3, della norma incriminatrice (Sez. 5, n. 4873 del 14/11/2016, dep. 2017, Manduca, Rv. 269090; Sez. 5, n. 44980 del 16/10/2012, Rv. 254044).

La costante giurisprudenza di questa Corte di legittimità, peraltro, si attesta sulla riferibilità della diffamazione anche su base indiziaria, a fronte della convergenza, pluralità e precisione di dati quali il movente, l’argomento del forum su cui avviene la pubblicazione, il rapporto tra le parti, la provenienza del post dalla bacheca virtuale dell’imputato, con utilizzo del suo nickname, anche in mancanza di accertamenti circa la provenienza del post di contenuto diffamatorio dall’indirizzo IP dell’utenza telefonica intestata all’imputato medesimo. Si è, inoltre, attribuito rilievo, assieme agli elementi indiziari sopra sottolineati, anche all’assenza di denuncia di cd. furto di identità da parte dell’intestatario della bacheca sulla quale vi è stata la pubblicazione dei post incriminati (cfr., Sez. 5, n. 45339-18 del 13/07/2018, Petrangelo, n. m.; Sez. 5, n. 8328 del 13/07/2015, dep. 2016, Martinez, n.m.).

Risponde, dunque, a criteri logici e a condivise massime di esperienza ritenere la provenienza di un post da un profilo facebook di un utente che ometta di denunciarne l’uso illecito eventualmente compiuto da parte di terzi.

Sicché, appare logica e coerente la motivazione della Corte territoriale che ha riconosciuto, pur nell’assenza di accertamenti sulla titolarità della linea telefonica utilizzata per le connessioni internet, la sussistenza di elementi convergenti quali la provenienza del post dal profilo facebook, che indica il nome dell’imputato ((omissis)), nonché la circostanza che il ricorrente, attraverso due articoli del (omissis) , era stato destinatario, ad opera dell’odierna parte civile, di giudizi negativi sul suo operato come consigliere regionale, nell’attività di gestione della Protezione civile, con particolare riferimento al cd. concorsone ed al sistema definito clientelare delle assunzioni.

Quindi, la riferibilità della condotta all’imputato viene desunta dal dato logico convergente, relativo al contenuto del post che, anche dal punto di vista della tempestività rispetto agli articoli di stampa citati, replica proprio a quelle considerazioni, contenute nei citati articoli apparsi su (omissis), riferibili a M. quale autore.

Dunque, anche dal punto di vista della prova fornita dall’accusa, non si ravvisa la denunciata inversione dell’onere probatorio, considerato che la conferma dell’affermazione di responsabilità, in relazione alla condotta contestata nell’imputazione, fonda su una pluralità di dati indiziari, convergenti, concordanti e gravi, ampiamente descritti dalla Corte territoriale, uniti a una (schiacciante) prova logica, cui il ricorrente non ha replicato con argomenti decisivi.

Infine, si osserva che convergenti elementi indiziari, logicamente e adeguatamente indicati dalla Corte d’appello, non lasciano residuare dubbi circa l’individuabilità della persona offesa dal reato.

Conforme all’interpretazione, assolutamente prevalente, accolta dalla giurisprudenza di questa Corte di legittimità in materia di individuabilità del soggetto passivo del reato di diffamazione è, dunque, la motivazione della sentenza impugnata. È noto, infatti, che l’assenza di indicazioni nominative non è ritenuta preclusiva della configurazione del reato, mentre requisito indispensabile è che il soggetto passivo sia individuabile o individuato (Sez. 5, n. 24065 del 23/02/2016, Toscani, Rv. 266861; Sez.. 5, n. 2784 del 21/10/2014, dep. 2015, Zullo, Rv. 262681; Sez. 5, n. 7410 del 20/12/2010, dep. 2011, A., Rv. 249601). La giurisprudenza di questa Corte ha reputato necessaria l’oggettività dell’individuazione, nel senso della necessità che sia la prospettazione dell’offesa e non una personale suggestione soggettiva a costituire il criterio per far ritenere integrato l’elemento dell’effettiva attitudine dell’espressione offensiva a ledere la reputazione di un soggetto determinato. È stato ritenuto, infatti, con un ragionamento che va condiviso e che viene ripercorso in questa sede che la necessità che rimanga affidata ad un criterio rigorosamente oggettivo la riconoscibilità del soggetto passivo della diffamazione è volta ad evitare che la condotta, di rilevanza penale, sia applicata in termini che vanno oltre l’effettiva capacità cognitiva e volitiva dell’agente, così evitando che questi debba rispondere anche di una lesione della reputazione, soggettivamente percepita da taluno ma che, oggettivamente, il fruitore della notizia, da tale punto di vista, non percepisce. L’individuabilità in senso oggettivo del soggetto passivo, però, non comporta che detta individuabilità sia universale, ossia promanante da chiunque. Sicché è, comunque, integrabile la lesione della altrui reputazione quando la notizia raggiunga, in tutta la sua portata e capacità offensiva, un numero limitato di persone

Così ragionando appare del tutto condivisibile l’assunto del giudice di appello che ha reputato integrata l’offesa della reputazione della parte lesa, in quanto persona individuabile, sulla base di un ragionamento non manifestamente illogico (Sez. 5, n. 11747 del 05/12/2008 – dep. 2009, Ferrara, Rv. 243329; Sez. 5, n. 18249 del 28/03/2008, Meli, Rv. 239831 – 01 Sez. 5, n. 8120 del 07/05/1992, Castellarin, Rv. 191312).

1.1. Il secondo motivo è infondato.

Premesso quanto già esposto sub p. 1. in ordine alla riferibilità dell’offesa al soggetto passivo costituito parte civile, si osserva, con specifico riferimento al diritto di critica, che il rispetto del canone della verità del fatto narrato presenta aspetti peculiari, posto che la critica, quale espressione di opinione meramente soggettiva, non può per definizione, essere rigorosamente obiettiva ed asettica (Sez. 5, n. 25518 del 26/09/2016, dep. 2017, Volpe, Rv. 270284; Sez. 5, n. 7715 del 04/11/2014, dep. 2015, Caldarola) purché sia, comunque, rispettato il necessario requisito della verità del fatto storico, ove tale episodio sia posto a fondamento della elaborazione critica (Sez. 5, n. 8721 del 17/11/2017, dep. 2018, Coppola).

Proprio perché la critica si estrinseca nella manifestazione di giudizi e apprezzamenti, piuttosto che nell’esposizione di fatti oggettivi, il limite della verità è quello che resta maggiormente compresso, sottraendosi alla verifica circa l’assoluta obiettività delle circostanze segnalate. Ciò in quanto la facoltà di critica è, per sua natura, parziale, orientata e tesa ad evidenziare proprio quegli aspetti o quelle concezioni del soggetto criticato che si reputano deplorevoli e che si intende stigmatizzare e censurare, fermi sempre i confini di liceità prima indicati (Sez. 5, n. 19334 del 5/3/2004, Giacalone, non mass. sul punto). Dunque, affinché sia riconosciuta l’operatività della scriminante di cui all’art. 51 c.p., non si richiede che la critica sia formulata con riferimento a precisi dati fattuali, purché il nucleo e il profilo essenziale di essi non sia stato strumentalmente travisato e manipolato (Sez. 1, n. 8801 del 13/11/2018, dep. 2019, Cordova, Rv. 276167 Sez. 5, n. 19334 del 5/3/2004, Giacalone, Rv. 227754).

Nella delineata prospettiva, il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero che si specifichi nell’esercizio del diritto di critica, va comunque, contemperato con i principi costituzionali di cui agli artt. 2 e 3 Cost., Sicché, qualora esso si concretizzi nell’attribuire anche la circostanza vera è, comunque, necessario che siffatto riferimento si inserisca in un contesto in cui sia necessario e pertinente (Sez. 5, n. 475 del 02/07/2014, dep. 2015, Giorgio, Rv. 262167) e non sia soggettivamente interpretato.

La formulazione del pensiero critico non può ritenersi, infatti, avulsa dalla necessaria correlazione con la veridicità del fatto storico sottoposto a censura, non potendo il medesimo essere travisato, deformato o sottoposto ad ipotetiche ricostruzioni congetturali e, su tale superfetazione, pretendere di esercitare forme di biasimo e di riprovazione.

1.1.1. Ciò posto, si osserva che ove il giudice pervenga, attraverso l’esame globale del contesto espositivo, a qualificare quest’ultimo come prevalentemente valutativo, i limiti dell’esimente sono costituiti dalla rilevanza sociale dell’argomento e dalla correttezza di espressione (Sez. 5, n. 2247 del 2/07/2004, Rv. 231269; Sez. 1, n. 23805 del 10/06/2005, Rv. 231764) sempre che sussista un rapporto di leale confronto tra l’opinione critica ed il fatto che la genera.

Il limite immanente all’esercizio del diritto di critica è, pertanto, rappresentato dal fatto che la questione trattata sia di interesse pubblico, abbia a fondamento un fatto, comunque, veritiero delle caratteristiche sopra descritte e che, in ogni caso, non si trascenda in gratuiti attacchi personali, lesivi della dignità morale del soggetto passivo (Sez. 5, n. 46132 del 13/06/2014, Polverini, Rv. 262184; Sez. 5, n. 8824 del 1/12/2010, dep. 2011, Morelli Rv. 250218).

Quanto al profilo della continenza, dunque, va rilevato che necessario, ai fini del legittimo esercizio del diritto di critica, è il complessivo contesto dialettico in cui si realizza la condotta, al fine di verificare se i toni utilizzati dall’agente, pur aspri e forti, non siano gravemente infamanti e gratuiti, ma siano, invece, comunque pertinenti al tema in discussione (Sez. 5, n. 4853 del 18/11/2016, dep. 2017, Rv. 269093). Tale requisito, quale elemento costitutivo del diritto di critica, attiene alla forma comunicativa ovvero alle modalità espressive utilizzate e non al contenuto di quanto comunicato che, nel complesso, può essere anche fondato, condivisibile e veridico (Sez. 5, n. 18170 del 9/03/2015, Rv. 263460, N. 36602 del 2010 Rv. 248432).

1.1.2. Ciò posto, premesso che in materia di diffamazione, questa Corte è tenuta a conoscere e valutare lo scritto che si assume lesivo dell’altrui reputazione perché è compito del giudice di legittimità procedere, preliminarmente, a considerare la sussistenza o meno della materialità della condotta contestata e, quindi, della portata offensiva delle frasi ritenute diffamatorie, dovendo, in caso di esclusione di questa, pronunciare sentenza di assoluzione dell’imputato (Sez. 5, n. 832 del 21/06/2005, dep. 2006, Travaglio, Rv. 233749; Sez. 5, n. 41869 del 14/02/2013, Fabrizio, Rv. 256706; Sez. 5, n. 48698 del 19/09/2014, Demofonti, Rv. 261284; Sez. 5, n. 2473 del 10/10/2019, dep. 2020, Fabi, Rv. 278145) deve rilevarsi come effettivamente risulti, come ha rilevato la Corte territoriale, con motivazione logica, il superamento della continenza e la denigrazione personale del soggetto passivo, attraverso le espressioni, rivolte al giornalista, di “giornalaio” assoldato per “blaterare”, nonché finto proletario, con riferimento all’attività di sindacalista.

  1. Segue il rigetto del ricorso e la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

2.1. Non si può procedere alla liquidazione delle spese di parte civile, per essere pervenute le conclusioni scritte e la nota spese soltanto in data 21 ottobre 2021 e, comunque, risultando le rappresentate conclusioni, limitate alla richiesta di rigetto del ricorso (cfr. ex multis, Sez. 4, n. 36535 del 15/09/2021, A., Rv. 281923, nel senso che la parte civile ha diritto di ottenere la liquidazione delle spese processuali, anche senza partecipazione all’udienza, purché abbia effettivamente esplicato, anche solo attraverso memorie scritte, un’attività diretta a contrastare l’avversa pretesa a tutela dei propri interessi di natura civile risarcitoria, fornendo un utile contributo alla decisione).

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali. Nulla per le spese di parte civile.


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