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Articolo 67 Costituzione: spiegazione e commento

13 Febbraio 2022
Articolo 67 Costituzione: spiegazione e commento

Cosa dice e cosa significa l’art. 67 che impone al parlamentare di operare nell’interesse del Paese e non solo di chi lo ha eletto o del suo partito.

Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.

Ciascun parlamentare rappresenta la Nazione

C’era un tempo in cui il deputato ed il senatore lavoravano nell’interesse della cerchia che li aveva eletti. Siamo all’epoca dei parlamenti medievali, quelli in cui nobili, ecclesiastici, feudatari e via dicendo mandavano dei loro uomini nei palazzi del potere per garantirsi una sorta di immunità, per avere delle leggi di comodo, per godere di protezione. Chi «sgarrava», cioè chi si discostava dagli ordini impartiti dall’alto, veniva cacciato via dal Parlamento e sostituito con qualche altro personaggio più affidabile.

Per quanto qualcuno pensi che le cose non siano del tutto cambiate e che esistano ancora dei parlamentari mandati a Roma da certi gruppi di potere (oggi si chiamano lobbies), l’articolo 67 della Costituzione stabilisce in appena sette parole un principio sacrosanto nell’interesse dei cittadini: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione».

Questo significa che un deputato o un senatore non deve prendere, nell’esercizio della sua funzione, delle decisioni che favoriscano solo gli elettori del partito o del movimento di cui fa parte ma è tenuto a valutarle nell’interesse del Paese, anche quando questi non coincidono con i suoi. Ciò non vuol dire che un parlamentare non possa esprimere le idee alle quali si ispira il suo orientamento politico o che gli sia vietato avanzare in Aula o nelle commissioni delle proposte in tal senso. È legittimo farlo purché, appunto, sia a beneficio dell’intera collettività e non soltanto di un gruppo ridotto di persone.

In un certo senso, si può dire che il rapporto che si instaura tra un parlamentare e i cittadini ha le basi di un qualsiasi contratto, cioè i princìpi di correttezza e di trasparenza. In quest’ottica, un deputato o un senatore deve rispettare delle regole ben precise, vale a dire:

  • l’indipendenza da lobbies e da qualsiasi gruppo di potere, non solo in ambito economico o sociale ma anche istituzionale. È proprio per questo motivo che, ad esempio, un parlamentare non può occupare un posto in magistratura;
  • la mancanza di interessi personali nelle delibere che deve appoggiare o bocciare in Parlamento: ci sarebbe quello che tutti conoscono come «conflitto di interessi» tra la scelta politica fatta e il beneficio che il parlamentare stesso ne può ottenere a livello personale, professionale o economico e rischierebbe di venire meno, dunque, il principio secondo cui si deve attuare per il bene di tutti e non per quello proprio.

Il parlamentare esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato

Il secondo concetto espresso dall’articolo 67 della Costituzione è strettamente legato al primo. Quando si parla di «vincolo di mandato» si intende il rispetto di una direttiva stabilita dal partito nel quale un deputato o un senatore è stato eletto, di un capo-corrente, di un capogruppo, ecc. Se ne sente parlare spesso. Basta vedere che cosa succede – con rare eccezioni – ogni volta che c’è da votare la fiducia su un provvedimento del Governo o quando c’è da eleggere il presidente della Repubblica: i leader di partito dicono chiaramente come si comporteranno in Aula i loro parlamentari, ai quali danno delle indicazioni ben precise. Anche se ogni tanto non mancano i cosiddetti «franchi tiratori» che si discostano dall’ordine arrivato dall’alto.

Ecco, quest’ultimo atteggiamento, quello dei franchi tiratori, è quello in qualche modo sostenuto dall’articolo 67 della Costituzione: ogni parlamentare deve prendere una decisione sulla base della propria coscienza e dell’interesse del Paese, non da ciò che gli viene ordinato di fare. Deve, insomma, operare senza vincolo di mandato, in assoluta indipendenza.

In altre parole, la norma cerca di superare ostacoli che, purtroppo, rimangono ben saldi. Si tratta di vincoli di mandato che si traducono in:

  • un vincolo di gruppo parlamentare, che lega deputati e senatori alle direttive adottate dal gruppo a cui appartengono;
  • un contratto innominato di deposizione anticipata del mandato: succede che un partito esiga dal parlamentare, al momento della nomina, di rinunciare al mandato con accordo scritto e senza data. In pratica, è l’equivalente al licenziamento in bianco preteso da certe aziende all’assunzione di un dipendente. Nel momento in cui il parlamentare non si attiene alle disposizioni dettate dal suo partito, viene cacciato via. Come il licenziamento in bianco, anche questo accordo è considerato nullo;
  • dimissioni in caso di uscita dal partito: in realtà, il deputato o il senatore che cambia partito o gruppo parlamentare non è tenuto a lasciare la propria carica;
  • dimissioni in bianco: vedi sopra, cioè non è possibile chiedere a un parlamentare di consegnare un foglio di dimissioni in bianco che il suo partito potrebbe usare nel momento in cui vota contro le direttive ricevute.

C’è una sola cosa da fare per tradurre in pratica tutta questa teoria contenuta nell’articolo 67 della Costituzione: aspettare che la classe politica cambi la propria mentalità. Il che, sicuramente, è facilmente visto come un’utopia. Pretendere che i partiti adottino una condotta contraria ai loro interessi è come pensare che un ristoratore gioisca se la gente non ha mai fame o che un meccanico sia contento perché le macchine durano in eterno e non hanno mai bisogno di manutenzione: ne va della loro sopravvivenza. Ai politici, per restare in piedi, basterebbe rispettare la Costituzione, cosa che già fanno il ristoratore e il meccanico. Non è poi così difficile dare il buon esempio.



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